14. 11. 2019 Ultimo Aggiornamento 05. 11. 2019

La storia della mafia

La storia della mafia di Leonardo Sciascia, editore Barion, Palermo, 2013, pp.67, euro 8

Recensione di Roberto Tomei

Sciascia è tra i miei autori preferiti e ho anche avuto la fortuna di incontrarlo e parlarci  in una libreria, chiusa ormai da tempo, di via della Vite, a Roma. Una insperata, lunga chiacchierata, mentre “divoravamo”- lui più di me- numerose sigarette. Quasi due ore trascorse a ripercorrere “cose di Sicilia”, terra della quale mi ero innamorato grazie a un mio compagno di collegio nativo di Ravanusa, cittadina della provincia di Agrigento.

Dalla scomparsa di Sciascia è passato quasi un quarto di secolo, ma della sua opera tanto sono appassionato che, quando mi capita di imbattermi in qualche suo lavoro che mi è sfuggito, non esito ad acquistarlo per andare poi a leggerlo, con precedenza assoluta rispetto a ogni altro libro che ho per le mani.

Quando, qualche giorno fa, ho trovato questo volumetto, di cui ignoravo l’esistenza, un’ora dopo l’acquisto già l’avevo finito.

Sciascia non si sentiva un “mafiologo” e non amava i professionisti dell’antimafia, ma, essendo nato e vissuto in Sicilia ed essendo dotato di un non comune senso di osservazione, si applicò a cercare di comprendere il fenomeno, dedicandovi libri memorabili.

Questa storia della mafia, ancorché stringata, oltre a spiegare esaustivamente il fenomeno mafioso, ne contiene perfino una definizione: “un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”.

Il volume contiene altri due contributi, uno di Giancarlo Macaluso e un altro di Salvatore Ferlita. Nel primo è riportata un’altra definizione della mafia, quella fornita da un temuto uomo d’onore, che brilla per originalità, ma non la riporto, perché spero di incuriosirvi, spingendovi così ad acquistare l’interessante volumetto.

Il Principe

Il Principe di Niccolò Machiavelli, editore Donzelli, Roma, 2013, pp. CXXII-350, euro 30

Recensione di Roberto Tomei

Come tutti i classici, Il Principe è una lettura “doverosa”, che non può mancare nella biblioteca degli uomini di cultura, tanto più se italiani.

E’ Natale. Si può regalare e sarà un dono gradito. Ma si può anche acquistare per leggerlo o rileggerlo. Si tratta della volta buona, perché l’editore, Carmine Donzelli, ne ha curato anche la “traduzione” a fronte in italiano moderno, impresa compiuta alcuni anni fa solo da Piero Melograni.

Opera meritoria, perché la lingua del Fiorentino non è semplice, sicché talora finisce per allontanare il lettore, fermo restando che è sempre bene dare uno sguardo anche all’originale, per le sue straordinarie suggestioni, assolutamente inimitabili.

Basterebbe solo la fatica della “traduzione”, che speriamo sia la prima di una serie, per indurre a recarsi in libreria e accaparrarsi il prezioso volume, ma questo si segnala altresì per la vasta e dotta introduzione di Gabriele Pedullà, utilissima per comprendere Machiavelli e il suo tempo.

Di contro alla tradizionale lettura “cinica “dell’opera, il lettore potrà fare alcune scoperte: per esempio, che il principe deve essere leale e che deve cercare di reggersi sul consenso. Ma ci sono diversi altri aspetti del pensiero del segretario fiorentino che meritano di essere ulteriormente approfonditi, accantonando una volta per tutte falsi luoghi comuni.

Com’è noto, proprio nel dicembre del 1513 Machiavelli annunciava a Francesco Vettori la nascita del Principe. Sono passati cinquecento anni, ma a leggerlo francamente non li dimostra.

Indagini statistiche sull’efficacia della preghiera

Indagini statistiche sull’efficacia della preghiera di Francis Galton, editore Il melangolo, Genova, 2013, pp. 67, euro 7

Recensione di Roberto Tomei

Confesso di aver acquistato questo simpatico libretto perché attratto dal titolo, che combina insieme cose che mi sembravano così lontane tra loro da farmi ritenere - evidentemente, a torto - che tra esse non vi potessero essere rapporti di sorta.

Francis Galton (1822-1911) è stato un intellettuale prolifico, avendo scritto più di 340 tra articoli e saggi, e un pensatore polivalente, essendosi applicato a problematiche afferenti a discipline diverse: dalla geografia alla psicometria, dall’eugenetica alla statistica, ecc.

In quest’ultimo campo del sapere, in particolare, scopre il concetto, oggi centrale, di correlazione e valorizza l’uso del questionario come strumento di indagine conoscitiva, ma a lui si devono anche altri concetti, come quelli di deviazione standard e di analisi della regressione.

Nella seconda metà dell’Ottocento, all’epoca in cui Galton scrisse il suo libro (si tratta, invero, di un articolo), che risale precisamente al 1872, c’era un gran fervore di studi sulla questione dell’efficacia della preghiera, evidentemente presa da tutti molto sul serio.

Assodata per i credenti, l’efficacia della preghiera venne da Galton sottoposta a verifica empirica, facendo ricorso a un particolare protocollo di analisi, che in qualche modo anticipa la procedura del doppio cieco.

Ciò che stupisce non poco è che l’interesse per una questione come quella dell’efficacia della preghiera non è stato una curiosità circoscritta all’Inghilterra vittoriana, visto che – come do viziosamente ci avverte Romolo Giovanni Capuano nella sua bella introduzione – a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso fino a oggi,” molti scienziati di tutto il mondo, seri e riveriti, hanno dedicato tempo, energie e denaro-a volte, molto denaro- a tentare di far luce, una volta per tutte, sugli interrogativi che già stimolavano le menti di Tyndall e Galton”.

Il dato certo è che tutti questi studi non avrebbero fatto altro che confermare i risultati delle ricerche di Galton, cioè che le preghiere non servono. Gli aderenti alle diverse religioni sono, dunque, avvertiti.

Poi, com’è naturale, ognuno si regola come crede.

Basta piangere!

Basta piangere! di Aldo Cazzullo, editore Mondadori, Milano, 2013, pp.137, euro 14,90

Recensione di Roberto Tomei

Cazzullo è del ’66, io sono del’54. Ricordo, dunque, più cose di lui, ma per la gran parte ricordiamo le stesse cose.

Allora, anche se a diverse latitudini - lui nelle Langhe, io in Ciociaria - l’Italia contadina era abbastanza uguale. Abbiamo assistito a varie trasformazioni, quasi tutte di segno positivo. Magari, per dirla con Pasolini, non sempre è stato un progresso, più spesso uno sviluppo. Però un avanzamento c’è stato, talvolta è stato addirittura repentino.

Di tutte queste trasformazioni, che Cazzullo elenca con precisione e tratteggia con eleganza, quella che ricordo con più piacere è rappresentata dal cosiddetto “ascensore sociale”, vale a dire la certezza che tutti ci accompagnava di un domani migliore rispetto a quello dei nostri padri, per non parlare poi rispetto a quello dei nonni. Sacrificandosi il necessario, naturalmente. E visto che l’ascensore funzionava, l’etica del sacrificio era accolta senza indugio

C’era, come c’è ancora, la diseguaglianza dei punti di partenza, però le chance di superarla erano reali e i risultati si potevano toccare con mano. Forse, anzi senza forse, il punto dolente del discorso è tutto qui. Nel fatto, cioè, che l’ascensore sociale non c’è più.

Diversi anni fa, ricordo che Giuliano Amato consigliò ai giovani di emigrare e fu ricoperto di critiche, se non di insulti.

Oggi i giovani vanno via in silenzio, a vagonate, e nessuno ci fa più caso. Ci si meraviglia anzi del contrario, del fatto cioè che ci sia chi riesca a trovare lavoro nel nostro ( non dico “questo”, per non usare un termine  spregiativo) paese.

Di piangere, dunque, questi giovani “bamboccioni”,” choosy”, “sfigati”, come li apostrofano i governanti di turno, ne hanno tutte le ragioni.

Su una cosa, certamente, è difficile dar torto a Cazzullo, cioè che a piangere e basta non si risolve granché e che occorre in qualche modo ritrovare la fiducia nel futuro.

Magari sarebbe il caso che i politici, non soltanto con le opere ma anche con l’esempio, ci aiutassero in questa non facile ricerca.

 

L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abrahm Flexner

L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abrahm Flexner di Nuccio Ordine, editore Bompiani, Milano, pp.262, euro 9

Recensione di Roberto Tomei

Con un paradosso, che ritiene solo apparente, un mio amico sostiene che il buon lettore sa quali sono i libri che non deve leggere. Forse così è troppo, però è certo che, mentre ci sono libri che non riescono proprio a destare il benché minimo interesse, ce ne sono altri irresistibilmente attraenti.

Certo bisogna indovinare il titolo, che per il libro che qui si presenta è proprio azzeccato, ma soprattutto occorre centrare l’argomento.

Per uno come me, cresciuto a latino e greco, storia e filosofia, Nuccio Ordine non poteva fare di meglio. Ormai da svariati anni, quasi da ogni parte si leva il diuturno e sempre rinnovato attacco al sapere senza ricadute pratiche, quello che nella communis opinio non porta a nessun risultato concreto, quindi non serve a niente.

Finalmente c’è uno che non ne può più e passa al contrattacco, dimostrando una volta per tutte che è vero proprio l’esatto contrario.

Nuccio Ordine difende l’utilità dell’inutile appoggiandosi a un’ampia raccolta di testi di autori antichi e moderni, dandoci notizia che Leopardi aveva addirittura progettato una” Enciclopedia delle cose inutili”.

Il senso di questa raccolta è esemplarmente chiarito dall’autore là dove dice che “le pagine che seguono non hanno alcuna pretesa di formare un testo organico. Riflettono la frammentarietà che le ha ispirate. Perciò anche il sottotitolo- Manifesto- potrebbe sembrare sproporzionato e ambizioso se non fosse giustificato dallo spirito militante che ha costantemente animato questo mio lavoro. Ho voluto solo raccogliere, all’interno di un contenitore aperto, citazioni e pensieri collezionati in tanti anni di insegnamento e di ricerca”.

Non è vero, poi, che il sapere inutile sia privo di ricadute sul progresso, meglio sullo sviluppo, della civiltà, come ben spiega Flexner nel saggio che completa il volume, citando due casi esemplari: Marconi non avrebbe potuto inventare la radio senza le equazioni teoriche di Maxwell relative al campo elettromagnetico; senza gli esperimenti di Ehrlich che si divertiva a colorare i batteri mai sarebbe potuta nascere la batteriologia. Sono solo due esempi, ma altri se ne potrebbero aggiungere.

Per me, tutto quello che dice Ordine è soltanto una conferma di quello che ho sempre pensato. Spero solo che riesca a convincere coloro (sempre troppi)  che non la pensano come noi.

Pilato e Gesù

Pilato e Gesù di Giorgio Agamben, edizioni Nottetempo, Roma, 2013, pp.64, euro 6

Recensione di Roberto Tomei

Se non altro perche nati e cresciuti in famiglie di religione cattolica, tutti sappiamo chi è Ponzio Pilato, figura storica di notevole importanza nel racconto degli evangelisti, e non solo, che nell’immaginario collettivo diventa l’emblema dell’ignavo, ossia di chi, chiamato a decidere, sceglie di non prendere posizione, evitando così di assumere dirette responsabilità. Tanto ignavo che, secondo una certa interpretazione, sarebbe lui e non Celestino V “colui che fece per viltade il gran rifiuto”.

E’ a questa figura storica, indissolubilmente legata a quella di Gesù, che Agamben dedica la sua attenzione, sottolineando, tra l’altro come , accanto alla leggenda che tutti conosciamo, ce n’è una , cosiddetta “bianca”, che lo presenta come un segreto campione del cristianesimo contro gli ebrei e i pagani, con la chiara intenzione di attribuire la responsabilità della crocifissione esclusivamente agli ebrei. Una linea interpretativa, questa, che spiega come Pilato finisca con l’essere santificato dalla Chiesa etiopica e sua moglie (Procla) festeggiata nella Chiesa greca il 26 ottobre.

Il processo, che vede protagonisti Gesù e Pilato, non è certamente un processo come tanti altri, perché, come sottolineato da Spengler, “due mondi stanno immediatamente e inconciliabilmente di fronte: quello dei fatti e quello della verità, e con tanta spaventosa chiarezza come mai altrove nella storia del mondo”.

Se è vero, come scritto da Satta, che il processo è un mistero, quello celebrato da Pilato lo è più di ogni altro. In discussione non è tanto la competenza del procuratore romano a giudicare quanto la regolarità del giudizio, di cui Agamben esamina tutte e sette le fasi in cui si articola, ora fuori ora dentro il pretorio, lungo un arco temporale di ben cinque ore.

Il canone ermeneutico seguito dall’autore è “che solo in quanto personaggio storico Pilato svolge la sua funzione teologica e, viceversa, che egli è un personaggio storico solo in quanto svolge una funzione teologica”.

Secondo Agamben, in ogni caso, non c’è stato alcun giudizio: “né il giudizio né la salvezza hanno luogo,in quanto finiscono in un comune, indeciso e indecidibile non liquet”, conclusione che, com’è noto, è oggi preclusa dal nostro ordinamento.

Una politica senza religione

Una politica senza religione di Giovanni De Luna, editore Einaudi, Milano, 2013, pp.137, euro 10

Recensione di Roberto Tomei

Come tutti ricorderanno, in occasione dei 150 anni dell’unificazione, quasi tutte le istituzioni si sono prodigate, ciascuna a suo modo, per celebrare l’evento. Si trattava, infatti, di un’occasione ghiotta per sottolineare e rinverdire simboli e memorie comuni, il “collante” senza il quale non c’è nazione.

Questa, rileva De Luna, è una costruzione concettuale e lo stato ha continuamente bisogno di strumenti e metodi autocelebrativi per riempirla di significato. Entra qui in gioco il concetto di “religione civile”, da intendere come un principio unificatore (religione, secondo un’etimologia, è un qualcosa che lega) dei singoli, che costruisce uno spazio pubblico di appartenenza, che necessariamente implica sempre un certo rapporto con il passato. Altrimenti detto, religione civile è “l’insieme dei valori e dei principi che fondano lo spazio pubblico della cittadinanza”.

Niente, dunque, che possa far pensare alla sacralizzazione della politica.

Ora, nel corso della nostra storia nazionale, non si può dire che le classi dirigenti che si sono avvicendate al potere - nell’Italia liberale, durante il Ventennio, lungo tutto l’arco della cosiddetta Prima Repubblica - siano riuscite a costruire una, non diciamo forte, ma almeno definita, identità nazionale.

In questi ultimi anni, poi, non solo non sono stati fatti significativi passi avanti in tale direzione, ma sembra che l’unica religione condivisa sia ormai quella dei “consumi”. Ma si tratta, più che altro, di una sensazione/aspirazione: non essendoci stato nessun nuovo miracolo italiano, è impossibile “sentirsi tutti figli dello stesso benessere”.

Secondo De Luna, è ora che la politica si svegli, smettendola di limitarsi all’amministrazione tecnica dell’esistente.

In caso contrario, l’Italia corre il rischio di soccombere.

Perché la filosofia è necessaria

Perché la filosofia è necessaria di Jean François Lyotard, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013, pp.77, euro 9,50

Recensione di Roberto Tomei

Lyotard, noto al grande pubblico per La condizione postmoderna, vero e proprio punto di riferimento della contemporaneità, è autore di oltre quaranta testi, tra i quali sono comprese le trascrizioni di molte sue celebri  conferenze, come sono appunto quelle che qui si segnalano all’attenzione dei lettori.

Preceduto da una presentazione di Corinne Enaudeau, il testo pubblicato dall’editore italiano, volutamente senza note per mantenere il carattere orale di queste lezioni, riproduce la seconda stesura che ha rappresentato la traccia per le conferenze tenute dal filosofo francese nel 1964 alla Sorbona per gli studenti di Propedeutica filosofica.

Quando ero al liceo, il nostro professore di filosofia soleva ripeterci che ogni uomo è filosofo, anche se non se ne rende conto.

In fondo, è anche l’opinione di Lyotard, il quale sostiene che si filosofa per il semplice motivo che non vi si può sfuggire, magari correndo in certi casi il rischio di “irritare tutti”.

In queste lezioni, l’analisi della questione del “perché filosofare” si sviluppa partendo dal desiderio di interrogarsi sull’unità che si è perduta “nel dispiegamento di una storia in cui la connessione tra la realtà e il senso sfugge sempre e sempre si cerca per poi perdersi di nuovo”.

Al filosofo spetta, dunque, di “attestare un senso che è già là, un senso lacunoso che rende il suo discorso incompiuto e, con ciò, vero”.

E’ un discorso in cui si ritorna su ciò che si è pensato, che viene disfatto per poi ricominciare, “ fornendo la prova che la vera unità dell’opera è il desiderio derivante dalla perdita dell’unità, e non dal compiacimento nel sistema costituito, nell’unità ritrovata”.

Se questo è l’ordine della trattazione, la prima conferenza è dedicata, in particolare, al desiderio, ed eredita da Freud, attraverso Lacan, l’idea che ogni relazione alla presenza si dà su uno sfondo di assenza.

La seconda, invece, connette tra loro desiderio, parola e azione, sviluppando l’analisi della perdita dell’unità e  la sua conservazione nella storia dello sforzo filosofico.

Nella terza, poi, si manifesta, sulla scia di Husserl e Merleau-Ponty, la convinzione che è il filosofo a portare l’esperienza muta all’espressione del suo proprio senso. Nella quarta, infine, dedicata all’azione, si spiega, in accordo con Marx,  che il filosofo interpreta il mondo al fine di aiutare a trasformarlo.

Impossibile, dunque, per l’uomo, la scelta di rifugiarsi nella comoda quanto sterile condizione di “bruto”.

Non c’è libertà senza legalità

Non c’è libertà senza legalità di Piero Calamandrei, editore Laterza, Bari,2013, pp.65, euro 12.

Recensione di Roberto Tomei

Dopo la pubblicazione nel 2007 della conferenza Fede nel diritto, l’editore Laterza ha dato ora alle stampe queste altre pagine, che qui si presentano, anch’esse emerse dallo scavo tra gli inediti di Piero Calamandrei, giurista, scrittore e uomo politico fiorentino, che fu tra i fondatori del Partito d’Azione e tra gli artefici della Costituzione.

Intitolato dall’autore Libertà e legalità e databile al 1944, vale a dire in quella fase in cui andava ponendo le premesse della sua posizione alla Costituente, il saggio scandaglia le interrelazioni esistenti tra questi due concetti chiave di ogni ordinamento, che vengono approfonditi alla luce dell’esperienza liberale e, poi, di quella fascista.

Come periodo paradigmatico dello sgretolamento dell’autorità della legge, proprio il ventennio fascista viene ampiamente analizzato da Calamandrei nella seconda parte del suo scritto, significativamente intitolato “il regime dell’illegalità” avendo tale regime lavorato per vent’anni “a distruggere negli italiani il senso della legalità” da intendersi come “coscienza morale della necessità di obbedire alle leggi, qualunque esse siano”

E’ nella prima parte del suo breve scritto, invece, dove discute la dialettica libertà/legalità, che l’illustre giurista precisa l’importanza della seconda rispetto alla prima, affermando che “colla legalità non vi è ancora libertà; ma senza legalità libertà non può esserci” e che “la legalità è condizione di libertà perché solo la legalità assicura, nel modo meno imperfetto possibile, quella certezza del diritto senza la quale praticamente non può sussistere libertà politica”.

Libertà, legalità e certezza del diritto sono oggi concetti non meno dibattuti di quanto avveniva settanta anni fa, sicché la lezione di Calamandrei ci appare assolutamente attuale e da rimeditare.

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