29. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 29. 10. 2020

L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abrahm Flexner

L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abrahm Flexner di Nuccio Ordine, editore Bompiani, Milano, pp.262, euro 9

Recensione di Roberto Tomei

Con un paradosso, che ritiene solo apparente, un mio amico sostiene che il buon lettore sa quali sono i libri che non deve leggere. Forse così è troppo, però è certo che, mentre ci sono libri che non riescono proprio a destare il benché minimo interesse, ce ne sono altri irresistibilmente attraenti.

Certo bisogna indovinare il titolo, che per il libro che qui si presenta è proprio azzeccato, ma soprattutto occorre centrare l’argomento.

Per uno come me, cresciuto a latino e greco, storia e filosofia, Nuccio Ordine non poteva fare di meglio. Ormai da svariati anni, quasi da ogni parte si leva il diuturno e sempre rinnovato attacco al sapere senza ricadute pratiche, quello che nella communis opinio non porta a nessun risultato concreto, quindi non serve a niente.

Finalmente c’è uno che non ne può più e passa al contrattacco, dimostrando una volta per tutte che è vero proprio l’esatto contrario.

Nuccio Ordine difende l’utilità dell’inutile appoggiandosi a un’ampia raccolta di testi di autori antichi e moderni, dandoci notizia che Leopardi aveva addirittura progettato una” Enciclopedia delle cose inutili”.

Il senso di questa raccolta è esemplarmente chiarito dall’autore là dove dice che “le pagine che seguono non hanno alcuna pretesa di formare un testo organico. Riflettono la frammentarietà che le ha ispirate. Perciò anche il sottotitolo- Manifesto- potrebbe sembrare sproporzionato e ambizioso se non fosse giustificato dallo spirito militante che ha costantemente animato questo mio lavoro. Ho voluto solo raccogliere, all’interno di un contenitore aperto, citazioni e pensieri collezionati in tanti anni di insegnamento e di ricerca”.

Non è vero, poi, che il sapere inutile sia privo di ricadute sul progresso, meglio sullo sviluppo, della civiltà, come ben spiega Flexner nel saggio che completa il volume, citando due casi esemplari: Marconi non avrebbe potuto inventare la radio senza le equazioni teoriche di Maxwell relative al campo elettromagnetico; senza gli esperimenti di Ehrlich che si divertiva a colorare i batteri mai sarebbe potuta nascere la batteriologia. Sono solo due esempi, ma altri se ne potrebbero aggiungere.

Per me, tutto quello che dice Ordine è soltanto una conferma di quello che ho sempre pensato. Spero solo che riesca a convincere coloro (sempre troppi)  che non la pensano come noi.

Pilato e Gesù

Pilato e Gesù di Giorgio Agamben, edizioni Nottetempo, Roma, 2013, pp.64, euro 6

Recensione di Roberto Tomei

Se non altro perche nati e cresciuti in famiglie di religione cattolica, tutti sappiamo chi è Ponzio Pilato, figura storica di notevole importanza nel racconto degli evangelisti, e non solo, che nell’immaginario collettivo diventa l’emblema dell’ignavo, ossia di chi, chiamato a decidere, sceglie di non prendere posizione, evitando così di assumere dirette responsabilità. Tanto ignavo che, secondo una certa interpretazione, sarebbe lui e non Celestino V “colui che fece per viltade il gran rifiuto”.

E’ a questa figura storica, indissolubilmente legata a quella di Gesù, che Agamben dedica la sua attenzione, sottolineando, tra l’altro come , accanto alla leggenda che tutti conosciamo, ce n’è una , cosiddetta “bianca”, che lo presenta come un segreto campione del cristianesimo contro gli ebrei e i pagani, con la chiara intenzione di attribuire la responsabilità della crocifissione esclusivamente agli ebrei. Una linea interpretativa, questa, che spiega come Pilato finisca con l’essere santificato dalla Chiesa etiopica e sua moglie (Procla) festeggiata nella Chiesa greca il 26 ottobre.

Il processo, che vede protagonisti Gesù e Pilato, non è certamente un processo come tanti altri, perché, come sottolineato da Spengler, “due mondi stanno immediatamente e inconciliabilmente di fronte: quello dei fatti e quello della verità, e con tanta spaventosa chiarezza come mai altrove nella storia del mondo”.

Se è vero, come scritto da Satta, che il processo è un mistero, quello celebrato da Pilato lo è più di ogni altro. In discussione non è tanto la competenza del procuratore romano a giudicare quanto la regolarità del giudizio, di cui Agamben esamina tutte e sette le fasi in cui si articola, ora fuori ora dentro il pretorio, lungo un arco temporale di ben cinque ore.

Il canone ermeneutico seguito dall’autore è “che solo in quanto personaggio storico Pilato svolge la sua funzione teologica e, viceversa, che egli è un personaggio storico solo in quanto svolge una funzione teologica”.

Secondo Agamben, in ogni caso, non c’è stato alcun giudizio: “né il giudizio né la salvezza hanno luogo,in quanto finiscono in un comune, indeciso e indecidibile non liquet”, conclusione che, com’è noto, è oggi preclusa dal nostro ordinamento.

Una politica senza religione

Una politica senza religione di Giovanni De Luna, editore Einaudi, Milano, 2013, pp.137, euro 10

Recensione di Roberto Tomei

Come tutti ricorderanno, in occasione dei 150 anni dell’unificazione, quasi tutte le istituzioni si sono prodigate, ciascuna a suo modo, per celebrare l’evento. Si trattava, infatti, di un’occasione ghiotta per sottolineare e rinverdire simboli e memorie comuni, il “collante” senza il quale non c’è nazione.

Questa, rileva De Luna, è una costruzione concettuale e lo stato ha continuamente bisogno di strumenti e metodi autocelebrativi per riempirla di significato. Entra qui in gioco il concetto di “religione civile”, da intendere come un principio unificatore (religione, secondo un’etimologia, è un qualcosa che lega) dei singoli, che costruisce uno spazio pubblico di appartenenza, che necessariamente implica sempre un certo rapporto con il passato. Altrimenti detto, religione civile è “l’insieme dei valori e dei principi che fondano lo spazio pubblico della cittadinanza”.

Niente, dunque, che possa far pensare alla sacralizzazione della politica.

Ora, nel corso della nostra storia nazionale, non si può dire che le classi dirigenti che si sono avvicendate al potere - nell’Italia liberale, durante il Ventennio, lungo tutto l’arco della cosiddetta Prima Repubblica - siano riuscite a costruire una, non diciamo forte, ma almeno definita, identità nazionale.

In questi ultimi anni, poi, non solo non sono stati fatti significativi passi avanti in tale direzione, ma sembra che l’unica religione condivisa sia ormai quella dei “consumi”. Ma si tratta, più che altro, di una sensazione/aspirazione: non essendoci stato nessun nuovo miracolo italiano, è impossibile “sentirsi tutti figli dello stesso benessere”.

Secondo De Luna, è ora che la politica si svegli, smettendola di limitarsi all’amministrazione tecnica dell’esistente.

In caso contrario, l’Italia corre il rischio di soccombere.

Perché la filosofia è necessaria

Perché la filosofia è necessaria di Jean François Lyotard, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013, pp.77, euro 9,50

Recensione di Roberto Tomei

Lyotard, noto al grande pubblico per La condizione postmoderna, vero e proprio punto di riferimento della contemporaneità, è autore di oltre quaranta testi, tra i quali sono comprese le trascrizioni di molte sue celebri  conferenze, come sono appunto quelle che qui si segnalano all’attenzione dei lettori.

Preceduto da una presentazione di Corinne Enaudeau, il testo pubblicato dall’editore italiano, volutamente senza note per mantenere il carattere orale di queste lezioni, riproduce la seconda stesura che ha rappresentato la traccia per le conferenze tenute dal filosofo francese nel 1964 alla Sorbona per gli studenti di Propedeutica filosofica.

Quando ero al liceo, il nostro professore di filosofia soleva ripeterci che ogni uomo è filosofo, anche se non se ne rende conto.

In fondo, è anche l’opinione di Lyotard, il quale sostiene che si filosofa per il semplice motivo che non vi si può sfuggire, magari correndo in certi casi il rischio di “irritare tutti”.

In queste lezioni, l’analisi della questione del “perché filosofare” si sviluppa partendo dal desiderio di interrogarsi sull’unità che si è perduta “nel dispiegamento di una storia in cui la connessione tra la realtà e il senso sfugge sempre e sempre si cerca per poi perdersi di nuovo”.

Al filosofo spetta, dunque, di “attestare un senso che è già là, un senso lacunoso che rende il suo discorso incompiuto e, con ciò, vero”.

E’ un discorso in cui si ritorna su ciò che si è pensato, che viene disfatto per poi ricominciare, “ fornendo la prova che la vera unità dell’opera è il desiderio derivante dalla perdita dell’unità, e non dal compiacimento nel sistema costituito, nell’unità ritrovata”.

Se questo è l’ordine della trattazione, la prima conferenza è dedicata, in particolare, al desiderio, ed eredita da Freud, attraverso Lacan, l’idea che ogni relazione alla presenza si dà su uno sfondo di assenza.

La seconda, invece, connette tra loro desiderio, parola e azione, sviluppando l’analisi della perdita dell’unità e  la sua conservazione nella storia dello sforzo filosofico.

Nella terza, poi, si manifesta, sulla scia di Husserl e Merleau-Ponty, la convinzione che è il filosofo a portare l’esperienza muta all’espressione del suo proprio senso. Nella quarta, infine, dedicata all’azione, si spiega, in accordo con Marx,  che il filosofo interpreta il mondo al fine di aiutare a trasformarlo.

Impossibile, dunque, per l’uomo, la scelta di rifugiarsi nella comoda quanto sterile condizione di “bruto”.

Non c’è libertà senza legalità

Non c’è libertà senza legalità di Piero Calamandrei, editore Laterza, Bari,2013, pp.65, euro 12.

Recensione di Roberto Tomei

Dopo la pubblicazione nel 2007 della conferenza Fede nel diritto, l’editore Laterza ha dato ora alle stampe queste altre pagine, che qui si presentano, anch’esse emerse dallo scavo tra gli inediti di Piero Calamandrei, giurista, scrittore e uomo politico fiorentino, che fu tra i fondatori del Partito d’Azione e tra gli artefici della Costituzione.

Intitolato dall’autore Libertà e legalità e databile al 1944, vale a dire in quella fase in cui andava ponendo le premesse della sua posizione alla Costituente, il saggio scandaglia le interrelazioni esistenti tra questi due concetti chiave di ogni ordinamento, che vengono approfonditi alla luce dell’esperienza liberale e, poi, di quella fascista.

Come periodo paradigmatico dello sgretolamento dell’autorità della legge, proprio il ventennio fascista viene ampiamente analizzato da Calamandrei nella seconda parte del suo scritto, significativamente intitolato “il regime dell’illegalità” avendo tale regime lavorato per vent’anni “a distruggere negli italiani il senso della legalità” da intendersi come “coscienza morale della necessità di obbedire alle leggi, qualunque esse siano”

E’ nella prima parte del suo breve scritto, invece, dove discute la dialettica libertà/legalità, che l’illustre giurista precisa l’importanza della seconda rispetto alla prima, affermando che “colla legalità non vi è ancora libertà; ma senza legalità libertà non può esserci” e che “la legalità è condizione di libertà perché solo la legalità assicura, nel modo meno imperfetto possibile, quella certezza del diritto senza la quale praticamente non può sussistere libertà politica”.

Libertà, legalità e certezza del diritto sono oggi concetti non meno dibattuti di quanto avveniva settanta anni fa, sicché la lezione di Calamandrei ci appare assolutamente attuale e da rimeditare.

Finale di partito

Finale di partito di Marco Revelli, editore Einaudi, Milano, 2013, pp. 137, euro 10.

Recensione di Roberto Tomei

Per chi aspiri a comprendere il proprio tempo, non c’è niente di peggio che vivere in una fase di transizione epocale, dato che, quando salta il paradigma entro il quale si cresce, non è facile raccapezzarsi, capire dove si va e riuscire a orientarsi.

Leggi Tutto

Sono postumo di me stesso. Potere, Vaticano, donne, inferno e paradiso negli aforismi di Giulio Andreotti

Sono postumo di me stesso. Potere, Vaticano, donne, inferno e paradiso negli aforismi di Giulio Andreotti, a cura di Massimo Franco, Editore Mondadori, Milano, 2013, pp. 110, euro 10.

Recensione di Roberto Tomei

Ormai fa caldo e mi sembra opportuno segnalare un libro per le vacanze, da sano relax, buono sia per il mare che per la montagna. Di quelli, insomma, che si possono tranquillamente lasciare e riprendere a piacimento, senza conseguenze di sorta per il lettore.

E’ questa, infatti, la caratteristica tipica di tutti i libri di aforismi, espressione suprema del pensiero breve ma fulminante. Quello che si segnala è il libro degli aforismi di Giulio Andreotti, il politico che più di ogni altro è stato l’emblema della Prima Repubblica. Il curatore, Massimo Franco, notista politico e inviato del Corriere della sera, li ha raccolti suddividendoli per gruppi tematici. Alcuni di essi sono talmente noti da essere ormai entrati nell’uso comune, essendosi quasi trasformati in proverbi. Pensiamo, ad es., al famoso “il potere logora chi non ce l’ha”. Altri non sono così noti, ma risultano comunque non meno brillanti ed efficaci. Tra questi, quello che mi ha colpito di più testualmente recita: “il potere è non avere un capufficio”.

Se Orazio predicava il culto dell’aurea mediocritas, Andreotti si può considerare l’alfiere dell’aurea medietas, convinto com’è che “siamo tutti medi peccatori”, compreso lui, che si definisce di statura media, però con la coscienza “di non vivere tra giganti”. Sempre in questa medietas rientra la scelta di non dire bugie, ma soltanto “verità parziali”. E si potrebbe continuare così a lungo, ma non mi sembra giusto insistere a riportare gli aforismi del divo Giulio, perché voglio lasciare al lettore la sorpresa e il gusto di assaporarli da solo.

Andreotti non è stato un profeta politico, come De Gasperi, suo maestro e anima della ricostruzione postbellica, né un grande ideologo, come Moro, l’ideologo del compromesso storico. La sua era una filosofia spicciola, con uno spiccato senso della relatività della morale, dalla quale traspare una profonda conoscenza degli uomini, quanto meno degli italiani, che Andreotti stesso ha contribuito non poco a forgiare, per come sono stati e ancora sono.

Certo, vedendo come vanno oggi le cose, sono in tanti (in Italia ma anche in Vaticano, di cui era “cardinale esterno”) a provare addirittura un certo rimpianto per Andreotti. Se non altro perché le cose lui non solo le sapeva, ma le sapeva pure raccontare. (Roberto Tomei)

Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi

“Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi” di Giorgio Agamben, Edizioni Laterza, Bari, 2013, pp.68, euro 7,00

Recensione di Roberto Tomei

Ne avevamo viste tante, ma le dimissioni di un papa mai. Non almeno in tempi recenti, visto che per trovare un precedente si deve risalire al “gran rifiuto” di Celestino V, un evento - come si sa - coevo a Dante Alighieri. Ed è singolare che il frate della Maiella e Papa Ratzinger abbiano usato quasi le stesse parole per motivare l’abdicazione al soglio pontificio.

Il libro analizza la decisione di Papa Benedetto - subito definita per niente vile, anzi coraggiosa- sotto un duplice profilo: “nel contesto teologico ed ecclesiale che le è proprio”, da un lato, e per le conseguenze che se ne possono trarre “per una analisi della situazione politica delle democrazie in cui viviamo”, dall'altro.

Sotto il primo profilo, l’autore sottolinea il debito di Ratzinger nei confronti di Ticonio (autore di un prezioso Liber regularum) e della sua teoria del corpo bipartito della Chiesa, l’essere cioè questa - sono parole del giovane Ratzinge r- “fino al Giudizio universale, insieme Chiesa di Cristo e Chiesa dell’Anticristo”, onde quest’ultimo “cresce in essa e con essa fino alla grande discessio, che verrà introdotta dalla revelatio definitiva”.

In tale contesto, l’abdicazione di Benedetto XVI nasce dalla consapevolezza dell’esistenza del conflitto tra le componenti del corpo bipartito, conflitto che dilania la Chiesa e non può essere rinviato alla fine dei tempi, col rischio del prevalere delle forze del male su quelle del bene. Da qui la scelta dirompente, affinché la Chiesa sopravviva, di riportare alla luce il mistero escatologico, dato che solo così essa “potrà ritrovare la giusta relazione con la fine dei tempi”.

Ma l’esemplarità del gesto di papa Ratzinger non rimanda a un problema solo della Chiesa in quanto mette a fuoco, come si è iniziato a dire sopra, il tema della giustizia, proprio di ogni società. Qui Agamben rileva che anche il corpo della nostra società è bipartito, “forse ancora più gravemente” di quello della Chiesa.

E se la nostra società sta attraversando una crisi profonda è perché” non mette in discussione soltanto la legalità delle istituzioni, ma anche la loro legittimità; non soltanto… le regole e le modalità di esercizio del potere, ma il principio stesso che le fonda e legittima”.

Non è possibile, perciò, percorrere scorciatoie, cercando di assicurare attraverso il diritto positivo la legittimità del potere, poiché le istituzioni restano vive solo se entrambi i principi agiscono insieme senza pretendere di coincidere.

Una società, insomma, può funzionare”solo se la giustizia (che corrisponde, nella Chiesa, all’escatologia) non resta una mera idea, del tutto inerte e impotente di fronte al diritto e all’economia”. (Roberto Tomei)

Nusja e Virgjer

Nusja e Virgjer di Sonia Topazio, Botimet Dudaj Ed., Tirana, pp.170, 500 lek

Recensione di Roberto Tomei

Il racconto, scritto da Sonia Topazio, per ora pubblicato solo in lingua albanese, è incentrato su una storia d’amore nella declinante dittatura di Ceausescu, ed è ambientato tra Italia e Romania.

Leggi Tutto

Sei arrivato fin qui...continua a leggere

Categorie

Ti piace quello che leggi?

Se ci leggi e ti piace quello che leggi, puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro sostenedoci con quanto pensi valga l'informazione che hai ricevuto: anche il costo di un caffè! 

 

I cookie ci aiutano a fornirti i nostri servizi. Utilizzando i nostri servizi, accetti le nostre modalità d'uso dei cookie. Per saperne di più