12. 12. 2019 Ultimo Aggiornamento 03. 12. 2019

E lo chiamano governo di pacificazione. Elettori turlupinati

Categoria: Editoriali

di Adriana Spera

“Governo di pacificazione”. Questa l'etichetta attribuita al governo Letta, dopo 70 giorni di attesa e di reciproci insulti tra Pd e Pdl, di tanti «mai con il Pdl» proferiti dai vari leader del Pd. Dopo una campagna elettorale con i lanciafiamme, Pd, Pdl e Lista Civica per Monti si uniscono in un percorso comune, in nome della necessaria pacificazione in tempi di crisi economica.

Sembra proprio l'ennesimo ossimoro politico dopo la nascita del Pd, l'alleanza tra il padronale elitario Pdl e la Lega populista e celodurista, la fusione tra il volontariato cattolico più vicino ai più deboli e le menti della finanza italica della Lista civica per Monti.

Tutto avviene sotto l'attenta regia di un presidente la cui storia politica è nata nel Pci e finisce come garante rispetto a Bce e Fmi.

I sostenitori della tesi “un governo purché sia” sono serviti ma dovrebbero riflettere. Alla fine del 2011, con le stesse logiche hanno ottenuto ”un governo diverso per uscire dalla crisi”, ma da quel governo sono stati traghettati dalla crisi alla recessione e tutti gli indicatori economici hanno raggiunto livelli negativi, come non ce n'erano dal dopoguerra.

Ora hanno un governo costruito rispolverando e applicando rigorosamente il vecchio e intramontabile Manuale Cencelli, piuttosto che partendo dalle competenze di ognuno. Per carità, si badi bene che non si vuol perorare la causa dei tecnici, ma si vuol semplicemente dire che anche fra i politici, se solo non si fosse  operato col bilancino delle correnti interne ai partiti e dell'Europa dei mercati, si potevano reperire persone competenti rispetto alle materie afferenti a ciascun dicastero.

Invece, abbiamo una compagine che innanzitutto vede nei posti chiave persone bene accette all'Europa dei poteri forti come Bonino, Mauro, Moavero e Saccomanni. Ma ciò che è peggio nei dicasteri chiave per uscire dalla recessione ci sono persone che finora si sono occupate di tutt'altro. Allo Sviluppo economico abbiamo un sindaco che combatteva il disagio sociale alzando un muro per dividere le zone dello spaccio di droga dai quartieri limitrofi.

All'Ambiente, il responsabile giustizia del Pd. Ai Beni culturali, il direttore generale dell'Enciclopedia Treccani. All'Agricoltura, una giovane deputata Pdl, onnipresente nei talk show. Last but not least al Lavoro, con una disoccupazione che cresce in maniera esponenziale, il presidente dell'Istat, uno dei grand commis più pagati d'Italia, “distintosi” per la gestione economico-finanziaria dell'ente (vedasi ultima relazione della Corte dei Conti) e alla presidenza della commissione che avrebbe dovuto stabilire il giusto compenso per deputati e senatori ma che si è conclusa con un nulla di fatto.

Eppure, cura del territorio, agricoltura e valorizzazione del nostro patrimonio artistico, culturale e alimentare, tutela del paesaggio e rilancio dell'occupazione potrebbero essere il motore della ripresa.

Invece, ma speriamo di esser smentiti, assisteremo ancora una volta al varo di poche grandi opere devastanti e i ministeri dell'Ambiente e dei Beni culturali saranno sempre più poveri, mentre continuerà a dilagare il precariato.

Non va poi sottaciuto il disequilibrio dell'intera compagine, se da un lato il Pd ha il numero più alto di ministri, i ministeri di peso (Interni, Difesa, Giustizia, Infrastrutture, Sanità, Funzione pubblica) sono andati ad esponenti, ex esponenti o persone che gravitano da sempre nell'area del Pdl, tutti provenienti dal mondo cattolico e questo è un altro elemento di rappresentanza a senso unico in un paese che non è più quello degli anni '60.

In particolare, è preoccupante sapere che alla Sanità vi sarà una giovane del Pdl, anche alla luce di quanto sosteneva lo stesso Letta quando nel 2009, da responsabile nazionale welfare del Pd durante la segreteria Franceschini, ebbe a dire: «la sanità, come le pensioni, è finanziata a ripartizione. Sono, cioè, gli attivi a pagare per tutti. E come per le pensioni, dobbiamo scrivere un quadro di regole per la formazione di un pilastro privato complementare, tanto per la fiscalità quanto per il finanziamento degli strumenti».

Non vorremmo che, come per la riforma delle pensioni, si deleghi qualcun altro a fare ciò che non si ha il coraggio di fare, anche se il sistema sanitario in questi tre anni è stato di fatto largamente smantellato e se è vero, come è, che circa 9milioni di persone ormai non hanno più le risorse per curarsi.

Vorremmo sommessamente ricordare che di pacificazione non si potrà parlare finché non si lascerà un sistema elettorale bipolare, dai due principali partiti inteso come bipartitico, visto che alla prima occasione tradiscono gli alleati, che non porta per sua natura a convergenze e mediazioni, ma talvolta piuttosto a unioni contro natura.

Occorre tornare ad un sano sistema proporzionale e alla preferenza, seppure con le giuste soglie di accesso e rigidi paletti economici sulle modalità delle campagne elettorali. Solo così, se tutti gli elettori saranno rappresentati, si potrà avviare un percorso di conciliazione e una fase ri-costituente del paese.

Non è certo con alleanze che sanno di salvataggio della vecchia politica che si potrà fermare quel disagio che porta gli italiani a fare scelte diverse nella speranza di un cambiamento.

Ma soprattutto, quando accadono tragici episodi del tutto inaccettabili, non è strumentalizzandoli e accusando chi è appena arrivato sulla scena politica che si affrontano i drammi, ma è interrogandosi sulle politiche sin qui adottate e su quelle da adottare, partendo, ad esempio, dalla piaga, ormai sociale, del gioco d’azzardo che, con i suoi 10 miliardi annui di fatturato, ha gettato tante famiglie sul lastrico in cambio di un misero 0,6%, che finisce nella casse dell'erario.


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