05. 12. 2019 Ultimo Aggiornamento 03. 12. 2019

Accordo Ceta tra Ue e Canada: la risposta sbagliata al protezionismo di Trump

Categoria: Editoriali

Nei mesi scorsi, avevamo scritto in merito al prospettato accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea, il Ttip, e tra Ue e Canada, il Ceta, e ai rischi che gli stessi comportavano non solo per la nostra economia fatta di tante piccole realtà produttive d'eccellenza ma anche per la salute dei cittadini europei.

Abortito - grazie alla pressione dell'opinione pubblica (con 3,5milioni di firme raccolte) sulle forze politiche presenti nell'Europarlamento – il Ttip, sembrava tramontata l'ipotesi di sottoscrivere un'analoga intesa con il Canada.

Così, dinanzi alle prese di posizione protezioniste del neo eletto presidente Usa, contrario a sottoscrivere il Ttip, l’Europarlamento ha pensato di rispondere a Trump ratificando, dopo sette anni di negoziati poco trasparenti, il Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada.

La plenaria dell'Europarlamento, appena una settimana fa, ha approvato un accordo inemendabile di 1.600 pagine. E dire che questa intesa ha pesanti ricadute sull'economia e sulla tutela dei consumatori europei.

Ora la palla passa ai 28 parlamenti dei paesi membri dell'Unione, che dovranno recepirlo. Prontamente, da ieri, il nostro Senato, ad appena una settimana dalla votazione dell'Europarlamento, ha iniziato la discussione per ratificare l'accordo.

Cosa cambierà se passa tale ratifica? Non vi saranno più dazi, tariffe e quote sui prodotti importati ed esportati da Canada e Ue. Cosa non da poco ove si consideri che, ad esempio, in Italia importiamo soprattutto prodotti agroalimentari come i cereali. Le nostre piccole aziende agricole produttrici di cereali rischiano di esser spazzate via. E i consumatori mangeranno prodotti ogm, trattati con glifosato.

L'Europa trarrà vantaggio da questo accordo? No. Se finora il Canada non riconosceva il sistema delle indicazioni geografiche dei prodotti europei (1.300 prodotti alimentari, 2.800 vini e 330 distillati), dopo l'accordo ne riconoscerà solo 173, per gli altri potranno esserci tutte le imitazioni possibili.

Su oltre 280 cibi e vini dop e igp italiani, solo una quarantina saranno riconosciuti, con un danno enorme per un tessuto produttivo, composto da una miriade di piccole imprese che, finora, in tempi di liberalizzazioni e di globalizzazione, erano riuscite a sopravvivere solo grazie alla loro qualità e specificità. Qualcuno obietterà che anche gli europei potrebbero fare altrettanto, ma così non è, perché il Canada non ha un sistema di indicazione geografica tipica. Certo, noi potremo esportare i nostri prodotti lattiero caseari storicamente in sovrapproduzione, spazzando via le aziende produttrici di latte in Canada.

Ma le preoccupazioni maggiori sono sul piano della salute e dell'ambiente. Potremo importare prodotti ogm e carne di animali pompati, per accelerarne la crescita, con ormoni che da noi sono vietati da molto tempo perché cancerogeni. Così come avverrà per prodotti trattati con pesticidi. In teoria, prima dell'avvio del libero scambio, in base al trattato, dovrebbero essere stilate delle tabelle di equiparazione tra i prodotti ottenuti con tecniche differenti. Ma, per ora, le linee guida per definire tale equivalenza sono rinviate a data da destinarsi e non saranno stabilite dai parlamenti, bensì da commissioni di tecnici, che certamente si svolgeranno nelle solite segrete stanze.

Per quanto concerne l'ambiente, poi, il principio della “neutralità tecnologica” impedisce agli Stati di privilegiare energie pulite rispetto a carburanti sporchi. Sarà più facile importare petrolio da sabbie bituminose, estratto in Alberta, e mischiarlo con altro greggio convenzionale, senza doverlo etichettare.

E v'è di più, se è vero che si avrà libero accesso agli appalti sulle due sponde dell'Atlantico, gli investitori esteri sono obbligati a reperire manodopera e materie prime nei territori in cui vanno a lavorare.

Senza contare il sistema chiamato Investment Court System (ICS), che dovrebbe regolare la “protezione degli investimenti” e le cause fra Governi e multinazionali, grazie al quale, queste ultime, possono far prevalere la loro posizione anche sulle legislazioni vigenti.

«Si rischia un abbandono definitivo del principio di precauzione – dicono i promotori della campagna stop Ttip, che invitano alla mobilitazione – in favore di un approccio irresponsabile, che va a scapito dei lavoratori, dei servizi e della qualità dei prodotti», senza che neppure vi sia stata una discussione trasparente e il coinvolgimento delle popolazioni.

Nei giorni scorsi, ben 450 tra Ong e associazioni di consumatori hanno inviato numerosi documenti e ricerche sui rischi del Ceta e si sono espresse con viva preoccupazione riguardo alle ricadute occupazionali. Le Regioni Puglia, Calabria e Toscana hanno manifestato la loro ferma contrarietà alla ratifica del trattato, consce dei rischi per l’agricoltura e le piccole imprese.

Insomma, un accordo che non fa che innescare una guerra fra poveri, dove a rimetterci saranno gli imprenditori più deboli e i cittadini di entrambe le sponde dell'Atlantico.

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