26. 06. 2017 Ultimo Aggiornamento 26. 06. 2017

Dall’Inail, la fotografia delle condizioni di lavoro delle donne in Italia

Categoria: Editoriali

Quest'anno, abbiamo deciso di non fare il solito articolo sulla Giornata internazionale della Donna perché ci sembra, considerato che nulla cambia, che sia divenuta una triste liturgia.

Sì, c'è stata la novità dello sciopero generale delle donne, ma pensate che possa bastare uno sciopero, seppur riuscito, a cambiare una cultura che ci danneggia, uno stigma che ci penalizza nei rapporti familiari, sociali e di lavoro? Una cultura che produce ogni anno violenze e femminicidi?

No, per cambiare le cose non basta una giornata di festa, una manifestazione riuscita e partecipata, se poi il giorno dopo tutto torna come prima. Occorre continuare a fare molte cose, occorre pretendere una diversa informazione, leggi diverse, un welfare state degno di tal nome, programmi scolastici che educhino alla differenza e molto, molto altro. Insomma, dobbiamo fare di ogni giorno l'8 marzo perché le cose vanno davvero male per noi donne e nel nostro paese sempre peggio, tant'è che il governo ha appena tagliato di altri 214 milioni di euro il Fondo per le Politiche Sociali e di 50 milioni il Fondo per la non autosufficienza. Vale a dire, tagli sui fondi per: asili nido, centri antiviolenza, assistenza domiciliare, sostegno a disabili e anziani.

Lo scorso 7 marzo, l'Inail ha pubblicato una Nota di approfondimento sulle denunce d’infortunio sul lavoro nel 2015, relative alle donne, che traccia una fotografia delle condizioni del lavoro femminile in Italia.

Gli incidenti sul lavoro che hanno coinvolto donne - scrive l’Inail - sono stati circa 228mila (di cui 623 relativi a casalinghe), in calo del 4,6% rispetto all’anno precedente, ma nel quinquennio 2011-2015 sono salite del 18,1% le malattie professionali, arrivando a quasi 17mila casi (pari al 28,5% delle tecnopatie denunciate).

Le denunce di infortuni sul lavoro sono dislocate per il 59,7% al Nord, 21,3% al Centro e 19% nel Mezzogiorno. Mentre, i casi mortali avvengono 47,3% delle volte a Nord, 28,2% al Centro e 24,5% nel Mezzogiorno. Gli incidenti avvengono in special modo nei settori dei servizi domestici e familiari (89,5%), della sanità e assistenza sociale (73,6%) e della confezione di articoli di abbigliamento (70,6%).

La caduta si conferma la prima causa di infortunio per le donne (30,7%), seguita dalla perdita di controllo di una macchina/mezzo di trasporto (17,2%).

La fascia tra i 50 e i 54 anni risulta la più colpita (31.973 casi, pari al 14,1%), seguita dalla fascia tra i 60 e i 64 anni (11.796 casi), a riprova - se ce ne fosse ancora bisogno - della sconsideratezza della legge Fornero, che protrae l'età lavorativa. Per gli infortuni mortali, il maggior numero di casi riguarda, in egual misura, con 15 denunce ciascuna, le tre fasce 20-24, 45-49 e 55-59 anni.

Chi sono le più colpite? Le lavoratrici straniere, in particolare quelle provenienti da Romania, Albania e Marocco. Diciannove sono morte, pari al 17,3% delle 110 totali.

Quasi una conferma dell'insicurezza delle nostre scuole, arriva dal fatto che, nel 2015, sono stati denunciati oltre 13mila infortuni occorsi a insegnanti e maestre delle scuole pubbliche e private.

Quando avvengono gli infortuni? Per le donne, la maggior parte nel tragitto casa-lavoro-casa (49.721 casi pari al 21,9%), più di un decesso su due (52,7%) è avvenuto in itinere. Un divario che resta quando si lavora su un mezzo di trasporto, tra le donne, infatti, quasi due decessi su tre (63,6%) sono legati al “rischio strada”, rispetto al 38,8% degli uomini.

Da uno studio specifico su un campione di 126 infortuni sul lavoro occorsi a donne, con esito mortale, avvenuti in itinere nel periodo 2010-2014, sembrerebbe che il maggiore rischio per le donne pendolari derivi dal minore tempo di recupero, riposo e svago, oltre che dal maggiore utilizzo di piccole autovetture.

Gli infortuni che coinvolgono le donne, stando agli ultimi dati diffusi da Eurostat (anno 2014), sembrano una costante europea che ci vede, per una volta, “eccellere”. Infatti, l’Italia, con 1.619 infortuni, ha un dato inferiore a quello rilevato per Francia (3.386), Spagna (3.220) e Germania (2.119), e, comunque, al di sotto della media della UE-28 (1.642).

Quali le patologie che colpiscono le donne? Al 90%, le malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, in particolare tendiniti e dorsopatie, e la sindrome del tunnel carpale.

Sempre in occasione della Giornata internazionale delle donne, anche il Servizio di ricerca del Parlamento europeo ha pubblicato una relazione sulla condizione femminile, da cui risulta che in media lavora il 64,3% delle donne in età compresa tra i 20 i 64 anni, ma tra quelle con un’educazione di livello primario, solo il 42,8% risulta impiegato (in Lituania appena il 3%). In media, il 9,3% delle europee sono disoccupate (si va dal 28,9% delle greche, al 4,2% delle tedesche).

Resta il soffitto di cristallo. Infatti, in 613 delle più grandi società quotate in borsa dell’Ue, soltanto il 5% delle donne ricopre il ruolo di chief executive officer, il 7% di presidente e circa il 23% sono membri del cda.

Per ogni 100 euro guadagnati da un uomo, una donna ne guadagna 60, che tendono a diminuire quando ha un figlio. Ma non basta, in tutti gli Stati membri, la pensione media della donna risulta inferiore a quella degli uomini, cosicché le donne di età superiore ai 65 anni sono a più alto rischio di povertà, una tendenza che si rileva anche a livello globale. Inoltre, le donne hanno il 28% in meno di probabilità rispetto agli uomini di avere un conto bancario.

Una situazione che difficilmente potrà cambiare, considerato che le leve del comando restano in mano agli uomini. Nel mondo, i capi di Stato e di Governo donna sono ancora una minoranza, anche se sono saliti da 12 a 22 negli ultimi 20 anni e soltanto il 18% dei ministri nominati sono donne, di solito con delega sulle questioni sociali. Nell’Unione europea, sono donne solo il 37% dei membri del Parlamento europeo, il 27% dei ministri e il 26% dei sottosegretari tra gli Stati membri.

Un gap difficilmente colmabile finché, come ci ha recentemente ricordato l’Unesco, vi saranno ancora 60 milioni di ragazze nel mondo alle quali viene negato il diritto all'istruzione.

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