25. 11. 2017 Ultimo Aggiornamento 24. 11. 2017

Spesa per interessi fino al 2020: l'Ufficio Parlamentare di Bilancio smentisce il Governo

Categoria: Editoriali

Titoli di statoL’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che dal 2014 ha il compito di svolgere analisi e verifiche sulle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica del Governo e di valutare il rispetto delle regole di bilancio nazionali ed europee, ha reso disponibile una base dati sui titoli di Stato e un modello di analisi e previsioni della spesa per interessi.

Secondo le ultime risultanze della Banca d’Italia, i titoli di Stato in circolazione, la maggior parte dei quali a media-lunga scadenza, superano i 1.900 miliardi di euro e rappresentano l’84,5% del debito pubblico complessivo (la restante parte è formata da monete e depositi, prestiti e altre passività). Nel 2016, la spesa per interessi è stata di 66 miliardi di euro, il 4% del Pil, e quest’anno dovrebbe attestarsi più o meno sulla stessa cifra.

Il 52% dei titoli di Stato ha un tasso di interesse superiore al 3% e il 16,2% di essi addirittura superiore al 5%. Si tratta di emissioni pluriennali effettuate quando il mercato si collocava su livelli oggi impensabili. Il record spetta a un Btp decennale indicizzato sul quale lo Stato paga il 10,7% di interessi, emesso ad ottobre del 2011, pochi giorni prima che Berlusconi rassegnasse le dimissioni da Presidente del Consiglio con uno spread sopra i 500 punti. Ma nella pancia del Tesoro ci sono anche 75 miliardi di euro di Btp trentennali, emessi nella metà degli anni ’90 con un tasso compreso tra il 9 e il 10%.

Oggi si naviga intorno al 2% di interessi per i Btp decennali, ma la fase favorevole degli ultimi tre anni sembra volgere al termine, con l’uscita graduale dal Quantitative easing, che la Bce potrebbe decidere già in questi giorni e con un ritorno all’inflazione verso un livello fisiologico del 2%.

L’Upb ha misurato l’impatto della maggiore spesa per interessi, nel periodo di previsione 2018-2020, che coincide con l’orizzonte temporale della Nota di aggiornamento al Def.

I titoli a tasso fisso, in scadenza dopo il 31 dicembre 2020, rappresentano il 47,5% del totale e per essi si può determinare fin da ora quanto si pagherà di interessi per ciascun esercizio finanziario. Il 9,9% sono, invece, titoli a tasso variabile, in cui la maggiore spesa dipenderà – a seconda dei casi – dall’evoluzione degli indici dei prezzi al consumo europei o nazionali oppure dal tasso Euribor a 6 mesi. Infine, il 42,6% sono titoli in scadenza in questo triennio e, quindi, da rifinanziare insieme alle nuove esigenze di fabbisogno dello Stato. L’impatto su quest’ultima tipologia di titoli presenta un maggior grado di aleatorietà in quanto dipende dalla politica di emissione del Tesoro (tipologia e tempistica), dai tassi di interesse delle nuove emissioni, dal prezzo di collocamento delle aste e dall’entità del debito aggiuntivo.

Ipotizzando che dall’inizio del prossimo anno il rendimento aumenterà di 100 punti base (1 punto percentuale), la maggior spesa per interessi nel triennio 2018-2020 varierà tra un minimo di 12,9 miliardi, in caso di incremento omogeneo della curva dei tassi, e un massimo di 21,7 miliardi di euro, se l’aumento dei tassi a breve e lungo termine sarà differenziato. A questi vanno aggiunti altri 1,9 miliardi dovuti al debito aggiuntivo derivante da un incremento del fabbisogno, pari a un punto percentuale di Pil.

Lo scenario, tutto sommato prudenziale, prospettato dall’Upb, non coincide con le stime che il Governo ha presentato nella Nota di aggiornamento al Def, in cui la spesa per interessi da qui al 2020 aumenterà di appena 1 miliardo. Ciò ha conseguenze sull’indebitamento, che nel 2020 si collocherebbe in una forchetta compresa tra -0,6% e -0,8% (anziché il previsto -0,2%) e sul debito pubblico, la cui auspicata discesa rispetto al Pil potrebbe rallentare. Sempre che l’avanzo primario riesca a raddoppiare dall’1,7% del 2017 al 3,3% del 2020, che corrisponde a circa 35 miliardi di euro di maggiori entrate o minori spese.

Una consolazione, seppure magra, c’è: se la spesa per interessi dovesse crescere, si creerebbero le condizioni per risparmiare qualcosa sui derivati.

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