22. 02. 2018 Ultimo Aggiornamento 22. 02. 2018

Un Giorno della Memoria per tutte le vittime dello sterminio nazista

Categoria: Editoriali

Per molto, troppo tempo il mondo ha cercato di non ricordare ciò che accadde nei campi di concentramento nazisti. Soprattutto, si è cercato di non ricordare in Germania, tant’è che solo negli anni ’60 si tenne - e il procuratore Fritz Bauer per istruirlo dovette superare non poche resistenze - il processo nei confronti degli aguzzini di Auschwitz.

Solo nel 2005, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite con una sua risoluzione designò il 27 gennaio, data della liberazione del campo di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa, Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell'Olocausto.

In Italia, con la legge 20 luglio 2000 n. 211, si è istituito il “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Insomma, un giorno della memoria a metà, perché nei campi di sterminio morirono non solo ebrei, militari e oppositori politici ma anche: omosessuali, Testimoni di Geova, Rom, Sinti, Jenish e altre popolazioni nomadi. E, prima ancora, con il programma Aktion T4, quasi una prova generale dei successivi progetti di sterminio, vennero uccisi circa 200mila cittadini tedeschi portatori di malattie genetiche inguaribili o con disabilità mentali. Un programma partito dalla sterilizzazione coatta di disabili nel 1933 e proseguito con le uccisioni, a partire dal 1938.

Quanto agli omosessuali uccisi o internati nei campi del Terzo Reich, non se ne ha una stima ben precisa, tra 10mila e 600mila, perché molti di loro erano, al contempo, ebrei, rom o dissidenti politici. Una cosa è certa, furono tra quelli che subirono i peggiori maltrattamenti, quando non furono utilizzati in sperimentazioni atte a scoprire il gene dell’omosessualità (una cura a base di testosterone uccise l’80% delle persone oggetto dell’esperimento), mentre le lesbiche erano perseguitate dai gerarchi più sadici. Il tasso di mortalità tra gli internati omosessuali fu di circa il 60%, contro una media del 41% fra i deportati politici e del 35% tra i Testimoni di Geova. Insomma, furono secondi solo agli ebrei. Per un approfondimento si consiglia Vittime dimenticate, lo sterminio dei disabili, dei rom, degli omosessuali e dei testimoni di Geova, di Giorgio Giannini, pag. 78, Stampa Alternativa, Viterbo 2011 e La soluzione finale degli omosessuali, a cura dello Yad Vashem.

Né miglior sorte nella memora collettiva hanno avuto i Testimoni di Geova periti nei campi di sterminio. Si stima che circa 10mila di essi finirono nei campi di concentramento a partire dal 1935 e di questi 2.500-5.000 furono uccisi. Ma già prima della guerra ne vennero giustiziati a centinaia, per essersi rifiutati di prestare servizio militare o di giurare fedeltà alla Germania nazista.

Ma la perdita di memoria più grave è forse quella relativa alle popolazioni Rom, Sinti e varie altre, sempre nomadi, una svista che ha il sapore della discriminazione etnica. E dire che, il cosiddetto Porajmos o Porrajmos (grande divoramento o devastazione) o Samudaripen (tutti morti) - i termini con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo ad opera dei nazisti - si stima che provocò almeno 500mila vittime.

Un programma di sterminio partito da lontano. Basti pensare che, fin dal 1899, esisteva a Monaco di Baviera un “Servizio informazioni sugli zingari”, un centro di studi e controllo sulla popolazione zingara. Istituto che, nel 1929, venne convertito in “Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara” e trasferito a Berlino. Usato dai nazisti per avere informazioni su Rom e Sinti che avvalorassero la loro tesi sulla non appartenenza alla razza ariana delle popolazioni nomadi. Da quel momento, agli zingari, in quanto “razza impura”, non fu più possibile muoversi liberamente.

Nel 1936, il dottor Hans Globke dichiarò che "gli zingari erano di sangue straniero" e nello stesso anno il ministero degli interni aprì a Berlino l’Istituto di ricerca sull'igiene razziale e la biologia della popolazione, diretto da Robert Ritter che per le sue ricerche, si servì del predetto Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara. Molti bambini rom vennero prelevati dagli orfanotrofi e utilizzati come cavie.

Ma il vero manifesto del razzismo e della persecuzione contro le popolazioni nomadi fu La questione zingara di Tobias Portschy, pubblicato nel 1938.

Il 17 ottobre 1939, l'Ufficio centrale per la sicurezza dello Stato, ordinò che gli zingari presenti in tutto il territorio del Reich fossero schedati e confinati in campi di internamento, in previsione di una “soluzione finale”. Molti, tuttavia, vennero uccisi già in questi campi, come avvenne nel ghetto di Łódź dove in 5mila vennero impiccati o furono lasciati morire di tifo.

Nel 1940, Ritter arrivò a proporre la sterilizzazione forzata di tutti i Rom, cosa che effettivamente venne attuata a Düssendorf, nei confronti delle donne sposate con tedeschi e di bambini. E quando, nel 1941, divenne direttore dell’Istituto di biologia criminale, spedì 30mila Rom tedeschi nei lager.

Nei campi di sterminio vennero deportati nomadi provenienti da tutti i territori occupati in Europa dai nazisti: 300mila dalla Romania; 200mila dalla Russia; 100mila dall’Ungheria; 80mila dalla Slovacchia; 60mila dalla Serbia; 50mila dalla Polonia; 40mila dalla Francia; 28.500 dalla Croazia 28.500; 25mila dall’Italia; 20mila dalla Germania; 13mila dalla Boemia; 6.500 dall’ Austria; 5mila dalla Lettonia; 1.000 da Estonia e Lituania; 500 da Belgio e Olanda; 200 dal Lussemburgo. A queste vittime vanno aggiunti almeno altri 30mila fucilati dai tedeschi negli stati baltici e 12mila donne rom gasate nei furgoni in Serbia.

Vi furono, poi, le deportazioni all’interno degli stati dell’est come in Romania, dove 26mila Rom provenienti principalmente dalla Bukovina e dalla Bessarabia, ma anche dalla Moldavia e dalla capitale Bucarest, vennero deportati in Transnistria, una regione nell’Ucraina sud-occidentale amministrata dalla stessa Romania, dove a migliaia morirono per malattie, fame e violenze. In Croazia, nei campi di concentramento di Jasenovac, persero la vita tra i 15.000 e i 20.000 Rom.

Per molti di quelli inviati nei campi di sterminio, all’arrivo, la destinazione fu direttamente la camera a gas e i loro cadaveri bruciati su pire all'aperto o nei forni crematori (a Belzec e Sobibor). Così pure, avvenne spesso, a Treblinka, Chelmno, Auschwitz e Majdanek. Comunque, i nomadi venivano isolati dagli altri prigionieri, ad esempio, ad Auschwitz nello Zigeunerlager, essi non partecipavano ai gruppi di lavoro, ma in compenso furono abbandonati a sé stessi in condizioni indescrivibili. Praticamente senza cibo né cure mediche, cosicché v’erano continue epidemie e il tasso di mortalità era molto più alto che nel resto del lager. Come se ciò non bastasse, nel marzo del 1943, arrivò il dottor Josef Mengele con i suoi esperimenti sui bambini, soprattutto sui gemelli. Il 2 agosto del 1944, la notte del Porrajmos, vennero uccisi almeno 19.000 dei 23.000 Rom presenti ad Auschwitz. Come ricordava Piero Terracina, sul campo cadde il silenzio.

In Italia, le prime disposizioni per la persecuzione e l'internamento per gli zingari furono emanate l'11 settembre 1940, vennero istituiti numerosi campi di detenzione in Molise ad Agnone nel convento di San Bernardino, in Sardegna a Perdasdefogu, nelle province di Teramo a Tossicia, a Campobasso, a Montopoli di Sabina, Viterbo, Colle Fiorito nella provincia di Roma e nelle isole Tremiti e molti altri. Almeno cinquanta campi, poi, smantellati con l'occupazione nazista, quando i prigionieri vennero deportati nei campi di concentramento e sterminio.

Dei campi di detenzione in Italia è andata smarrita quasi tutta la documentazione, si è riusciti a ricostruirne una mappa, probabilmente grazie alla corrispondenza tra i prefetti e il ministero degli interni. Per chi volesse approfondire si consiglia Lo sterminio dimenticato di Giovanna Boursier, Massimo Converso e Fabio Iacomini, Zigeuner, ed. Sinnos, 1996, e i recenti studi di Luca Bravi dell'Università di Firenze.

La cosa più triste è che, dopo oltre 70 anni, non solo non si vuol ricordare il genocidio delle popolazioni Rom e Sinti ma essi restano tra le popolazioni più a rischio ed emarginate in Europa.

Come ha scritto Roberto Olla, “Basta fare un piccolo esperimento linguistico con le parole più usate dai nazisti in riferimento agli zingari: indegni, degenerati, asociali, ladri, non recuperabili, non integrabili, genericamente criminali. Ebbene, quante di queste parole corrispondono a pensieri ancora oggi ampiamente diffusi tra i moderni, democratici, liberi e illuminati cittadini europei? Quanti li vedono come (virgolette obbligatorie) non "recuperabili", non "integrabili"? Quanti pensano che siano criminali dalla nascita (geneticamente)? Quanti, per dirla tutta, vorrebbero chiudere gli occhi e scoprire che sono magicamente spariti nel momento in cui li riaprono?".

Come ricorda Giovanna Boursier, “nonostante la Convenzione di Bonn, voluta dagli Alleati nel 1945, imponesse alla Germania di indennizzare le vittime di persecuzioni razziali, a loro la magistratura non concesse alcun risarcimento. Solo nel 1980, il governo tedesco riconobbe che sotto il regime nazista e nell'Europa occupata anche loro avevano subito una persecuzione razziale”.

In Italia, quando celebriamo il Giorno della Memoria, continuiamo a non dare un riconoscimento al Porrajmos. Anche nella legislatura che si è appena conclusa è stato presentato, nel 2015, dal senatore Luigi Manconi e altri membri della Commissione Diritti Umani del Senato, un disegno di legge che prevedeva di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva del Giorno della Memoria, ma non è stato neanche discusso. Il senatore Manconi, tra i pochi eletti degni di tal nome, da sempre sensibile ai temi dei diritti umani, essendo una voce illuminata e fuori dal coro, si è pensato bene di epurarlo dalla prossima competizione elettorale. E dire che un uomo così sensibile e attento, in futuro ben potrebbe rappresentarci tutti, anche alla più alta carica dello Stato ma, forse, è troppo al di sopra della media della nostra classe politica.

Insomma, la persecuzione etnica nei confronti di questi popoli non ha, ad oggi, ricevuto alcun riconoscimento istituzionale, né temiamo mai lo avrà, considerato che tuttora sono vittime di discriminazioni ed emarginazione sociale. Chissà, forse, hanno pesato i numeri? La cattiva coscienza dell’Europa e del mondo cieco dinanzi alle persecuzioni degli ebrei? Non vogliamo pensare che vi siano vittime dello sterminio nazista di serie A e di serie B.

La lezione della storia sembra non l’abbiano imparata in molti, neppure le vittime, se è vero come è vero che uno dei posti dove i migranti in fuga da guerre e persecuzioni trovano meno accoglienza è proprio Israele, se la popolazione palestinese è costretta a vivere in condizioni di totale deprivazione.

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