20. 06. 2018 Ultimo Aggiornamento 16. 06. 2018

Campi nomadi in Italia: dalla politica dell’inclusione a quella delle ruspe

Categoria: Editoriali

L’oscurantismo, l’anima, la cultura reazionaria insiti nel Contratto per il governo del cambiamento emergono più che mai nei capitoli (12, 13 e 23) che ci illustrano le future politiche su giustizia, immigrazione e ordine pubblico. Un programma buono per un governo dittatoriale e non certo per una moderna democrazia costituzionale rispettosa dei diritti civili, come dovrebbe essere la nostra.

Sempre stando alla lettura del Contratto, quello attuale sembrerebbe il paese del bengodi per occupanti abusivi e Ong, migranti e Rom. Per questi ultimi, i cui campi - stando sempre al Contratto - verranno smantellati, le condizioni di vita sono tutt’altro che buone, come emerge nei minimi dettagli dal Rapporto 2017, dell’Associazione 21 luglio.

Per 26mila persone, appartenenti alle popolazioni rom e sinte, l’Italia è il paese della segregazione etnica, dell’emarginazione e dell’esclusione, il “Paese dei campi” (Rom), come ci definiscono in Europa, visto che non sappiamo offrire a questi popoli, nonostante i finanziamenti europei destinati a dare ad essi, idonee soluzioni abitative.

26 mila, in gran parte bambini (55% ha meno di 18 anni e un’aspettativa di vita inferiore di dieci anni rispetto al resto della popolazione), costretti a vivere in emergenza abitativa, in insediamenti formali (dove per il 43% sono cittadini italiani) e informali o in micro insediamenti (abitati per l’86% da rumeni e bulgari), senza alcun requisito igienico e in 2 centri di raccolta rom a Napoli e Guastalla (RE). Una condizione al limite della sopravvivenza, che ha indotto molti ad andarsene in altri paesi europei; alcuni hanno ottenuto asilo, addirittura negli Usa; altri sono tornati nella terra d’origine.

“In Italia insistono ancora 148 insediamenti formali, abitati da circa 16.400 persone. Meno di 10.000 sono, invece, i rom, tutti cittadini comunitari, segnalati all’interno degli insediamenti informali e micro insediamenti”, sparsi in 87 comuni, certifica il Rapporto.

Una situazione figlia di una scelta politica - volta a non inimicarsi l’opinione pubblica, prevalentemente antigitana - costata alla collettività dal 2012 (anno della presentazione della Strategia Nazionale) ad oggi almeno 82 milioni euro e in totale contrasto con gli impegni assunti davanti all’Europa dal Governo italiano attraverso la Strategia d’Inclusione dei Rom.

A Giugliano (Na), ad esempio, è prevista la realizzazione di un eco-villaggio che costerà mediamente 57mila euro per abitante, pur mantenendolo in una situazione di precarietà e di segregazione etnica. La sola città di Roma, negli anni 2012-17, ha speso 61,145milioni per mantenere nei campi i rom in condizioni disumane.

Roma resta la città con il maggior numero di persone rom in emergenza abitativa (il 27% del totale nazionale), nonostante le promesse della sindaca in campagna elettorale, quando aveva parlato di abolizione dei campi rom. “Diciassette insediamenti formali e circa 300 informali: è questa la ‘mappa della vergogna’ di una città che accusa gravi ritardi nel promuovere strategie inclusive efficaci. – leggiamo nel Rapporto – Ma in questo la Capitale è in compagnia di altre importanti metropoli, da Torino a Napoli passando per Giugliano - città campana dove insiste uno dei più grandi insediamenti informali abitato da una comunità rom da anni spostata senza soluzione da un punto all’altro del territorio – e Foggia, dove a Borgo Mezzanone 800 rom bulgari hanno vissuto nel 2017 in condizione di drammatica precarietà abitativa e sfruttamento lavorativo”.

Sempre con riferimento ai campi non autorizzati, anche detti informali, leggiamo che “il 24% di queste popolazioni è concentrato … in 4 mega insediamenti (informali ndr.): Borgo Mezzanone (Foggia), Scampia (Napoli), Camping River (Roma) e Germagnano esterno (Torino). Il 73% di essi, pari a 7.000 persone circa, risulta invece presente in 5 regioni: Campania (2.100), Lazio (1.800), Piemonte (1.000), Puglia (1.100) e Lombardia (1.000). Nel corso del 2017 ab,biamo assistito ad un aumento numerico dei mega insediamenti informali dovuto principalmente al “declassamento” di insediamenti in passato riconosciuti come formali. E’ il caso dei “campi” di Scampia (Napoli), Giugliano (Napoli) e Camping River (Roma)”

L’antigitanismo è così diffuso da contagiare persino gli operatori dell’informazione. Al contempo, però, è come se la nostra società volesse cancellare “il problema”, arrivando a non volerlo neppure analizzare, classificare, studiare. E così, nessuno si cura di avere “dati certi relativi alla composizione etnica della popolazione rom e sinta presente sul territorio nazionale” della quale esistono solo ”stime estremamente approssimative, non sostenute da analisi, studi e ricerche”, nonostante i richiami del Comitato sull’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite e della Commissione europea. Il Consiglio d’Europa stima che in Italia siano presenti tra 120 e 180mila rom, sinti e caminanti.

Soprattutto, manca una fotografia puntuale delle condizioni di vita di queste popolazioni.

Dal Rapporto emerge un’emergenza abitativa diffusa e in via di trasformazione, nel senso che il campo non è più l’unica soluzione: 1.300, in prevalenza sinti, vivono in una cinquantina di micro aree collocate nell’Italia Centro-Settentrionale; 1.200 rom di cittadinanza rumena abitano nelle città di Roma, Napoli e Sesto Fiorentino, in immobili occupati in forma monoetnica; 760 rom di nazionalità italiana vivono in case di edilizia residenziale pubblica, all’interno di quartieri monoetnici nelle città di Cosenza (circa 500 persone) e Gioia Tauro (circa 260).

La Strategia nazionale di inclusione sociale dei Rom, Sinti e Caminanti, non solo segna il passo, ma “si sono riscontrati una serie di interventi, soprattutto a livello locale, disomogenei, contraddittori e talvolta in netto contrasto con l’orientamento della Strategia.” E così, si sono moltiplicati i micro insediamenti monoetnici e gli sgomberi” … “Nessuno degli obiettivi fissati nel 2012 sembra poter essere ragionevolmente raggiunto. Le nuove Amministrazioni Comunali delle principali città italiane avevano fatto sperare in un’inversione di tendenza che, però, non c’è stata, facendo invece prevalere l’immobilismo e l’attesa”.

Da oltre un decennio, puntualmente ogni anno, l’Italia viene richiamata da vari Enti internazionali ed europei di monitoraggio sui diritti umani a rispettare obblighi europei ed internazionali già sottoscritti e a cessare la discriminazione e le violazioni dei diritti umani nei confronti delle comunità rom e sinte nelle politiche abitative, nonché in ordine alla condizione di disparità di diritti, ben più accentuata, delle donne e delle bambine rom la cui dispersione scolastica è elevatissima.

“L’Italia continua a non disporre di un chiaro quadro normativo per quanto riguarda gli sgomberi da insediamenti informali, con la conseguenza che tali operazioni continuano a essere condotte in modo discrezionale dalle autorità locali, spesso in deroga alle tutele procedurali previste dal diritto internazionale, concretizzandosi pertanto in evidenti violazioni dei diritti umani. Non va sottovalutato, inoltre, come gli sgomberi forzati, malgrado comportino un elevatissimo costo, non producano mai l’effetto di sanare l’inadeguatezza dell’alloggio, raggiungendo invece un esito opposto, quello di replicarla altrove consolidando il circolo vizioso della povertà e dell'esclusione.
Come rimarcato più volte nel corso degli anni dagli Enti internazionali ed europei di monitoraggio sui diritti umani, la mancata predisposizione di alloggi alternativi adeguati da parte delle autorità italiane, nei casi di sgombero forzato, rischia spesso di esacerbare la condizione di quelle fasce già di per sé vulnerabili”.

E come se non bastasse “A incidere sui livelli di scolarizzazione e sui percorsi educativi largamente intesi contribuiscono in modo significativo sia le condizioni abitative discriminanti e segreganti in cui vivono i minori e le donne rom, sia la forte catena di vulnerabilità, in assenza delle salvaguardie procedurali previste dal diritto internazionale, perpetrata e reiterata tramite le operazioni di sgombero forzato”. Insomma, uno stigma destinato a perpetuarsi con tutto il suo circolo vizioso di discriminazione, violenza, devianza e disparità di opportunità. A cui si sono sommati negli ultimi fenomeni nuovi per le popolazioni rom: come tossicodipendenza e prostituzione.

Nel solo 2017 vi sono state in tutta Italia 230 operazioni di sgombero forzato di famiglie rom (96 nel Nord Italia, 91 nel Centro e 43 nel Sud), che sono state oggetto di analisi e di monitoraggio da parte del Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (HRC). Sgomberi oltretutto costosi: nella sola Roma, nel 2017, sono stati spesi 700.300 euro per sgomberare 560 Rom.

Organismi come la Commissione sulle libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo e la Commissione della Camera dei Deputati “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni d’odio hanno rilevato in Italia un tenace e diffuso antigitanismo.

La situazione più grave si registra sicuramente a Roma dove, dopo l’approvazione nel dicembre 2016 di un “Tavolo per l’inclusione delle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti”, che avrebbe dovuto condurre al superamento dei campi rom, ad oggi si contano 17 insediamenti formali ossia campi tollerati - tra i quali il più grande d’Italia, a Castel Romano, che ospita 1.062 persone - e 300 informali, per un totale di 6.900 persone in emergenza abitativa. Numeri in decremento rispetto ai primi anni del secolo perché molti hanno preferito andare via.

Insediamenti (quelli ufficiali) denominati diversamente da una giunta all’altra: ai tempi di Veltroni e Marino, con non poca fantasia, “villaggi della solidarietà”; in quelli di Alemanno e della Raggi: “campi attrezzati”. Meglio sarebbe chiamarli baraccopoli istituzionali.

Tra i bambini si registra una dispersione scolastica aumentata del 48% negli ultimi due anni.

Una conferma che condizione abitativa precaria e abbandono scolastico vanno di pari passo e che solo politiche abitative vere e il rispetto dei diritti umani possono garantire un futuro diverso alle popolazioni rom, sinte e caminanti e maggiore sicurezza per tutti.

Ma una cosa continua a non esserci chiara: se il cosiddetto Contratto per il cambiamento prevede l'eliminazione dei campi rom e la privazione della patria potestà per chi non manda i figli a scuola, come potranno frequentare, e proficuamente, la scuola bambini inseguiti dalle ruspe, scacciati da un inferno all'altro?

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