19. 08. 2018 Ultimo Aggiornamento 23. 07. 2018

Spread e cancelleria più forte d’Europa valgono bene la democrazia italiana

Categoria: Editoriali

Lo avevamo scritto nei mesi scorsi e ribadito due settimane fa: ogni qual volta gli italiani fanno una scelta non ben accetta ai poteri forti della finanza globale, puntualmente arriva la Restaurazione.

Il copione che usa lo spread come una clava per cancellare la volontà espressa dal corpo elettorale si è ripetuto, così come, l’imposizione di un governo non eletto e, stavolta, senza neppure il voto di fiducia delle Camere. Espedienti che non fanno altro che allargare il divario tra paese reale – sempre più in sofferenza – ed istituzioni in cui non ci si sente più riconosciuti e l’allontanamento da questa Europa, l’Europa dei mercanti e non dei popoli.

Questa volta, a ben analizzare, i ribaltoni sono stati diversi. Innanzitutto, quelli delle forze politiche che hanno sottoscritto il Contratto per il governo del cambiamento,

Da una parte, la Lega che si era presentata alle elezioni in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia, con un programma che non prevedeva il reddito di cittadinanza e che aveva avuto eletti nei collegi con l’uninominale, anche grazie al voto degli elettori delle forze politiche con le quali era alleata.

Dall’altro lato, il MoVimento 5 stelle i cui elettori avevano votato un programma in venti punti che prevedeva, tra le altre cose, nessuna alleanza con altre forze politiche, la cancellazione delle riforme bandiera di Renzi (Job act e Buona scuola, in testa) e del governo Monti (con la scellerata legge di riforma delle pensioni, la cosiddetta "Fornero"), nonché l’introduzione del reddito di cittadinanza e una forte attenzione al sud, ormai da anni abbandonato a sé stesso da governi “nordisti”.

Di quel programma era sparito quasi tutto nel suddetto Contratto, erano essenzialmente prevalse le proposte manettare e xenofobe dei leghisti, oltre alla flat tax.

Provvedimenti quelli sì incostituzionali ma, tuttavia, sembrava fossero passati al vaglio della presidenza della Repubblica così come l’ipotesi, per i più assai inquietante, di porre alla guida del ministero dell’interno Salvini.

Poi era seguita la sceneggiata della consultazione degli elettori/iscritti. Nessuno può certificare se affidabile o no, ma tant’è che è valsa per assenso.

In tutto questo, una cosa è certa, piuttosto che l’interesse di e per gli italiani è prevalsa l’ambizione dei due leader, il “capitano” e il “capo politico”. Ma ad incassare, alla fine, sarà più il primo che il secondo, perché ha dalla sua un elettorato che vuole l’uomo forte e unico al governo. L’altro aveva raccolto buona parte dell’elettorato deluso dal Pd, un popolo per il quale le regole della democrazia non sono contrattabili come, invece, purtroppo si è fatto.

Ma in questa vicenda vi sono altri due protagonisti.

Da una parte, c’è il solito Renzi. Da quando è entrato sulla scena politica non ne ha azzeccata una: dal Job act costato milioni alle casse dello Stato per produrre un aumento della precarizzazione e della disoccupazione giovanile, passando per (e stendiamo un velo pietoso sulla Buona scuola) la riforma (in)costituzionale, alle politiche di spesa che hanno fatto crescere ulteriormente il debito pubblico senza produrre una crescita economica significativa, per finire al Rosatellum. Ha voluto un sistema elettorale prevalentemente proporzionale, che di suo necessita di alleanze, e poi si è posto sull’Aventino a mangiare popcorn. Si è rifiutato di instaurare una qualsiasi forma di dialogo con il M5S, forse non sa che in passato esisteva l’arma dell’appoggio esterno (e assai più condizionante) ai governi. Risultato, ora i popcorn, con l’ennesimo governo non eletto e dettato dalla finanza internazionale e dalla più forte cancelleria europea, arrivano per gli italiani, ma sono al cianuro.

Dall’altra parte c’è, colui che riteniamo il vero regista di tutta l’operazione normalizzatrice, quello che ne guadagnerà più di tutti.

Dopo 9 assoluzioni (o forse più, abbiamo perso il conto) per prescrizione, aveva avuto una condanna per evasione fiscale. A nostro giudizio, circostanza particolarmente grave per uno che ha fatto il presidente del Consiglio dei ministri. Ciononostante, non solo non ha fatto un giorno di reclusione ma, ha pure ottenuto la riabilitazione a tempo di record. Ebbene, Berlusconi, non appena ha ottenuto la riabilitazione, guarda caso, dà l’ok al suo cavallo di Troia per trattare con il M5S.

Un’operazione perfetta che ha come risultato, grazie all’ambizione del “capo politico”, lo screditamento del M5S che non avrà mai più i consensi raccolti il 4 marzo scorso. A sinistra, perché è imperdonabile un accordo con la forza politica più retriva comparsa sulla scena negli ultimi 25 anni; a destra, perché si ragionerà in termini di voto utile, consensi, questi ultimi che incasserà la Lega e che consentiranno al centro destra di vincere a mani basse la prossima tornata elettorale.

Perciò, appare strumentale l’impuntatura su Paolo Savona, semplicemente si volevano le elezioni per passare all’incasso e anche per porre le premesse di un prossimo programma elettorale in cui spariranno tutte le proposte apparse ragionevoli su pensioni, lavoro e welfare e un futuro governo schiettamente di destra, gradito dalla finanza internazionale e non certo osteggiato dal Pd. Un governo che rifletterà l’oligarchia dominante e inamovibile.

Lo dovremo al M5S che, invece di chiedere una poltrona per il suo “capo”, doveva essere coerente, non cercare alleanze geneticamente modificate e chiedere, fin dalla sera dello spoglio del 4 marzo scorso, nuove elezioni.

In tutto questo - controcorrente rispetto a gran parte dell’informazione - siccome crediamo ancora alla democrazia e, come altri, ci riconosciamo nella nostra Carta costituzionale, siamo andati a rileggerci quello che fu il dibattito sull’articolo 92 in seno all’Assemblea Costituente. Perciò, chi scrive ha rispolverato un testo “sacro” per la democrazia italiana sul quale, alcuni decenni fa – al pari di intere generazioni - mi onoro di aver studiato.

Si tratta del Tomo primo del libro Istituzioni di diritto pubblico, Cedam Padova, ed. 1969. L’autore è Costantino Mortati, insigne ed indimenticato ordinario di "Diritto costituzionale italiano e comparato" presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, nonché, deputato per la Democrazia Cristiana all'Assemblea costituente, membro della Commissione dei 75, di cui fu uno dei protagonisti.

Ebbene, a pag. 536 del predetto Tomo, il professor Mortati affronta la fase del procedimento di formazione del Governo che si ha con la nomina dei ministri. “Essa – scrive Mortati – avviene per atto del capo dello stato, su proposta del presidente del consiglio, che perciò deve supporsi già investito delle sue funzioni. Non sono prescritti particolari requisiti per la nomina dei ministri e dello stesso presidente, all’infuori del godimento dei diritti civili e politici … l’immissione nelle funzioni è subordinata alla prestazione del giuramento nelle mani del capo dello stato, che per i ministri logicamente avviene in un momento successivo a quello del presidente del consiglio. L’avere condizionato la nomina dei ministri alla proposta del presidente del consiglio (che deve ritenersi strettamente vincolante pel capo dello stato) è pura e semplice applicazione del principio di supremazia conferita al medesimo, e della responsabilità a lui addossata per la condotta politica del gabinetto: responsabilità che, ovviamente, non potrebbe venire assunta se non potesse giovarsi, per il concreto svolgimento della medesima, di un personale di sua fiducia”.

Ogni ulteriore commento appare superfluo.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 


I cookie ci aiutano a fornirti i nostri servizi. Utilizzando i nostri servizi, accetti le nostre modalità d'uso dei cookie. Per saperne di più