Categoria: Editoriali

Chi si ricorda di Garanzia Giovani? Un insieme di provvedimenti - in parte finanziati dall’Ue con 1,5 miliardi (finanziamenti riservati a paesi aventi una percentuale di giovani senza lavoro superiore al 25%) - varati a partire dall’aprile 2013 e volti a favorire l’occupazione giovanile, in particolare dei giovani Neet.

L’iniziativa ideata dall’allora ministro del lavoro nel governo Letta, Enrico Giovannini (che, presto, potrebbe scendere in lizza per tornare ad occupare la poltrona di presidente dell’Istat) e poi realizzata dal suo successore Giuliano Poletti, durante il governo Renzi, nell’ambito della riforma del mercato del lavoro.

Un articolo apparso su Morning Future, il blog della multinazionale Adecco, traccia del progetto governativo un bilancio non proprio entusiasmante, in quanto “Secondo gli ultimi dati forniti dall’Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive, al 31 gennaio 2018 quelli che si sono registrati al programma sono 1 milione e 266mila (al netto delle cancellazioni). Di questi, alla fine, poco più di 232mila oggi hanno un lavoro. Un risultato in chiaroscuro, a guardare i numeri, finanziato con una dote 1,5 miliardi da spendere entro il 2018, più un ulteriore fondo di 1,27 miliardi fino al 2020, che ha dato la possibilità alle regioni meridionali di estendere il programma a tutti i giovani disoccupati non solo Neet”.

“I giovani registrati al portale di Garanzia Giovani sono per il 42,5% al Sud, mentre sono solo il 15,9% nelle regioni del Nordest. Il 54,6% ha un’età compresa tra i 19 e i 24 anni e solo il 10% sono minorenni.

“Di quelli registrati, i “presi in carico” – e cioè coloro che sono stati ricontattati da parte dei servizi per l’impiego, pubblici o privati – sono il 78,6 per cento, pari a 995.413. Una volta presi in carico, oltre la metà (55%) dei giovani è stato avviato a un intervento di politica attiva. Questa percentuale scende al 47,7% nel caso dei giovani con più difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro (profiling alto) e arriva al 67,7% per i giovani con profiling medio-basso. Le misure di politica attiva complessivamente erogate sono state 631.917: il 60% ha svolto un tirocinio extracurriculare, il 22,9% ha usufruito di incentivi occupazionali e il 12,4% di percorsi di formazione.

Nel 78,2% dei casi, la presa in carico è avvenuta presso un centro per l’impiego in tutto il territorio nazionale, a eccezione del Nord-Ovest, dove il 78,8% dei giovani viene preso in carico dalle agenzie per il lavoro accreditate”.

Per Alessandro Borgialli, direttore Politiche Attive di Adecco, «Il programma però si è scontrato con una organizzazione del mercato del lavoro che prevede che le politiche attive siano gestite a livello regionale. Il risultato è stato una Garanzia Giovani a spezzatino, diversa da regione a regione». Alcune Regioni si sono rivolte ad agenzie private accreditate, altre ai centri per l’impiego. Una situazione a macchia di leopardo che aveva indotto il governo Renzi - sicuro di vincere il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che, tra l’altro, ricentralizzava le politiche per l’impiego - a creare l’Anpal che avrebbe dovuto centralizzare i servizi.

“I modelli emersi sono tre. Il primo è il “modello voucher” di Lombardia, Piemonte e Campania, che lascia al giovane la possibilità di scegliere tra il pubblico e il privato per l’erogazione del servizio. E in questo caso è anche la stessa agenzia privata che può andare a intercettare i potenziali fruitori. Il secondo, è il “modello a progetto”, adottato ad esempio in Veneto e Puglia, che prevede un progetto formativo in cui l’agenzia privata interviene poi in un secondo momento per favorire l’inserimento lavorativo in base alle vacancy a disposizione. L’ultimo è quello scelto da Regioni come Emilia Romagna, Toscana e Friuli Venezia Giulia che, con modalità diverse, hanno dato priorità ai centri per l’impiego”.

Sia come sia, il lavoro che questi giovani hanno trovato è per lo più a termine, precario, basato su meccanismi decontributivi. “Il tasso di inserimento occupazionale rilevato a uno, tre e sei mesi dalla conclusione dell’intervento in Garanzia Giovani passa dal 39% (a un mese) al 48,4% (sei mesi). Il primo ingresso nel mercato del lavoro entro il mese successivo alla conclusione del percorso riguarda il 40,8% dei giovani, percentuale che sale al 58% se si guarda a un lasso temporale più lungo (entro sei mesi). Il 40,2% dei giovani risulta occupato con un contratto di apprendistato, il 30,7% con un contratto a tempo indeterminato e il 25,5% con uno a tempo determinato”.

È appena il caso di ricordare che allo stagista non si applica nessun contratto nazionale, sia per la parte normativa (malattia, ferie, maternità ecc.) che retributiva (salario minimo mensile), non ha diritto a contributi previdenziali, scatti di anzianità, non è previsto nessun preavviso (o indennità di mancato preavviso) in caso di licenziamento o dimissioni.

Insomma, non si può certamente definire “buon lavoro”, specie ove si considerino le risorse spese per portare avanti il programma.

Stando alla lettura dei dati pubblicati dall’Anpal, su 1milione 266mila che si sono iscritti, hanno trovato lavoro solo in 232.560.

Che il programma non fosse destinato ad avere successo, lo si era capito sin dalla fine del primo anno da uno studio di Michele Tiraboschi di Adapt, l’associazione fondata nel 2000 da Marco Biagi, nonché da Lavoce.info.

Dopo quattro anni di Garanzia Giovani, i Neet restano il 24% degli under 30, contro una media Ue del 13,4% (che va dai 5,9% dell’Olanda agli 8,5% della Germania). Nel Mezzogiorno sono, addirittura, il 34,4% degli under 30, cioè più di uno su tre.

Un risultato modesto, tant’è che Maurizio Del Conte, presidente di Anpal, ammette che per Garanzia Giovani «si può e si deve fare di più».

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