15. 12. 2018 Ultimo Aggiornamento 16. 11. 2018

“Per i clandestini la pacchia è finita”? Ma quando mai è cominciata

Categoria: Editoriali

Strano paese il nostro, proprio il ministro che più di ogni altro dovrebbe garantire il rispetto della Costituzione e dei diritti fondamentali da essa tutelati, ogni giorno fa una dichiarazione, quando non un atto, che lede quei principi per cui tanti, finanche rimettendoci la vita, si sono battuti.

È appena il caso di ricordare l’articolo 10, ed in particolare il comma 3: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Invece, cosa ti fa il cosiddetto “capitano”? Invita le commissioni nazionale e territoriali per il diritto di asilo a concederne il minor numero possibile, con il risultato che, se gli dessero retta, si rischia un aumento stratosferico di “clandestini” - sempre per restare al linguaggio del nostro esimio statista.

Così, un po’ per ignoranza, un po’ per mala fede o per opportunismi elettorali, si continua a non voler vedere situazioni di guerra che vanno avanti da decenni, anche a causa nostra e a definire migranti economici coloro che fuggono da quei conflitti.

Situazioni, determinate da un colonialismo europeo celato ma, di fatto, ancora diffuso sotto mentite spoglie.

L’Italia, non è da meno. Con le sue scellerate politiche coloniali, dapprima, e di sfruttamento delle materie prime, poi, di danni ne ha fatti non pochi. Orrori ed errori che sono alla base, in particolare, dei conflitti presenti nel corno d’Africa e in Libia.

Recentemente è uscito un bel libro, Il massacro di Addis Abeba una vergogna italiana, Rizzoli editore, pag. 672, € 25, di Ian Campbell, uno dei più importanti storici della cultura etiope, oltre che esperto di economia sostenibile nel settore energetico, che vive in quel paese dal 1988.

Campbell, partendo dall’episodio cui si richiama il titolo, fa una vasta disamina della storia di quel territorio e delle violente politiche del colonialismo italiano e, in particolare, del famigerato generale Rodolfo Graziani, colui al quale - pur avendo in capo la responsabilità di numerose stragi - il comune di Affile ha avuto l’ardire (e l’ignoranza) di dedicare, a spese del contribuente, un monumento.

Ebbene, il 19 febbraio 1937, durante la cerimonia che celebrava la nascita del primo figlio maschio del principe Umberto di Savoia, un attentato provocò sette morti e decine di feriti, tra i quali lo stesso Graziani, che lì rivestiva il ruolo di viceré. Mussolini, per rappresaglia, ordinò immediatamente che “tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi”. Ne seguì uno dei massacri più ignobili della, fortunatamente breve, parentesi coloniale italiana.

Un eccidio che si protrasse per mesi, fino al 25 maggio successivo, con l’eliminazione della principale comunità religiosa etiope, quella copta del monastero di Debra Libanos, dove vennero uccisi oltre novecento monaci, centoventicinque diaconi e circa mille tra sacerdoti, laici e pellegrini che si trovavano lì in visita. “Le camicie nere ne approfittano per azzerare l’intellighenzia etiope, in un vero e proprio pogrom” scrive Campbell.

In totale, i morti in quei mesi furono oltre 19mila (circa il 20% della popolazione della città). Un massacro denunciato da diplomatici e giornalisti stranieri nonché dall’imperatore Hailé Selassié ma volutamente dimenticato, come gli altri compiuti dagli italiani dieci anni prima in Libia, dalle cancellerie delle grandi potenze alleate alla fine della seconda guerra mondiale, Inghilterra in testa, nella speranza che in Italia non si instaurasse un governo di sinistra.

Un massacro che pur essendo in tutto paragonabile agli eccidi nazisti, o alla odierna Srebrenica, restò impunito nel dopoguerra e dimenticato dalla gran parte degli storici.

Winston Churchill, in persona, si spese per l’immunità al maresciallo Badoglio, reo di crimini di guerra, mentre l’Etiopia, per evitare un processo ai criminali di guerra fascisti, venne estromessa dalla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra e rabbonita con la promessa che le sarebbe stata concessa la colonia Eritrea. Una promessa che poi avrebbe determinato tanti conflitti tra i due paesi.

L’omertà degli alleati ha così prodotto il falso mito del “fascismo buono” e le attuali smemoratezze.

“Il massacro di Addis Abeba non è che uno degli agghiaccianti capitoli di una storia più lunga, iniziata nel 1935 - ci ricorda Campbell - quando Benito Mussolini, nel tentativo di rinvigorire il sostegno interno al suo culto del fascismo, di essere considerato il leader di una grande potenza e di lanciare il proprio sogno di un «fascismo internazionale», impegnò l’Italia in una brutale ed immotivata invasione del regno d’Etiopia (che costò la vita ad oltre 250mila etiopi, in gran parte civili, vittime di bombardamenti e gas asfissianti, ndr): la prima di una serie di invasioni italiane ai danni di Stati nazionali vulnerabili, che ebbe l’effetto di sfidare e depotenziare la Società delle Nazioni, di ispirare e inorgoglire i nazisti, portando di fatto alla Seconda guerra mondiale”.

L’obiettivo di Mussolini era il predominio su tutto il Mediterraneo con il controllo degli accessi ad esso e l’annessione degli Stati dell’Europa centrorientale (Grecia, Albania, Jugoslavia). Come realizzarlo? Creando un «esercito nero» formato arruolando un milione di etiopi. Ma per farlo era necessario sterminare la classe dirigente, gli intellettuali del paese, e ciò avvenne con la strage di Addis Abeba.

Un’avventura, quella italiana in Etiopia, con diversi stop and go: iniziata mezzo secolo prima con l’acquisto, nel 1885, del porto di Assab in Eritrea da parte del missionario Giuseppe Sapeto, per conto della compagnia navale Rubattino di Genova, per avere un avamposto in un territorio strategico, specie dopo l’apertura del Canale di Suez. Facilitata dagli inglesi, che incentivarono l’occupazione di Massaua, temporaneamente naufragata con la sconfitta di Dogali e ripartita con la complicità del re Menelik, di nuovo sbaragliati ad Amba Alagi. Se l’Etiopia resistette fino al 1935, erano pur sempre, in mano italiana Eritrea e Somalia italiana, cui si aggiunse nel 1911 la Libia.

E dopo il secondo conflitto mondiale, gli italiani impuniti hanno continuato ad esercitare una forte influenza sia economica che politica su quei paesi, sfruttandone le materie prime, come il petrolio, e facendone un mercato dove vendere le proprie armi. Politiche che hanno contribuito ad una conflittualità permanente, che ha definitivamente depauperato il Corno d’Africa con il conseguente esodo verso l’Europa.

Vicende irrisolte come l’omicidio in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stanno lì a dimostrare quale sia stato e sia il ruolo oscuro e l’influenza devastante dell’Italia su quei paesi.

Ministro, la pacchia quei popoli non l’hanno mai fatta e la colpa è anche, se non soprattutto, degli italiani.

Verso di essi siamo in debito e non in credito, come dimostra la storia. Che andrebbe studiata.

Adriana foto piccolaQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


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