20. 09. 2020 Ultimo Aggiornamento 19. 09. 2020

Piano Colao flop, ora decisivi gli Stati generali

Categoria: Editoriali

In questi mesi abbiamo sentito tante volte ripetere la frase: “Ne usciremo migliori”, la pandemia sarà una grande lezione per cambiare tutto. Così, ad oggi, non è stato.

Gli italiani poveri ne stanno uscendo più poveri di prima, i ricchi, invece, stanno recuperando anche quel che non avevano incassato durante il lockdown. Sembra di rivedere l’assalto alla diligenza che ci fu, negli anni '80 del secolo scorso, dopo il terremoto dell’Irpinia.

Le diseguaglianze sono aumentate ed aumenteranno con il crescere del debito pubblico e i primi provvedimenti legislativi hanno cercato di dare risposte a tutti, ma non in modo equo.

Per cercare di ripartire al meglio, il premier Conte ha convocato a Villa Pamphilj, da sabato 13 a domenica 21 giugno, - tra il disappunto del mondo politico, che non vuol sentirsi scavalcato - gli Stati generali dell’economia, sulla scia dei tanti Comitati tecnici istituiti in questi mesi.

Ma, va detto che, se la politica non sembra avere le idee chiare per la ripartenza (né ne aveva prima), il mondo dei tecnici non sembra dare prova migliore come ha dimostrato, da ultimo, il piano redatto da un Comitato di esperti, ormai noto come Comitato Colao: un insieme di ovvietà e di proposte nient’affatto innovative, spesso già presenti in provvedimenti legislativi già varati. Comunque, un piano intriso di quel pensiero liberista che ha prodotto sussidiarietà e finanziamenti al privato e definanziamento dei servizi pubblici, sanità in testa, con il risultato di oltre 34mila morti, ad oggi.

Un piano dove tutto deve diventare “resiliente”, termine abusato e davvero fuori luogo!

Per ripartire - afferma nell’introduzione al documento il Comitato Colao - occorre investire le risorse disponibili, oltre che nelle misure di sostegno immediato a persone e mondo produttivo, in azioni trasformative che rendano l’Italia “Più resiliente a futuri shock di sistema (colmando il ritardo digitale, espandendo le opportunità di accesso a nuove e più elevate competenze per tutti, e garantendo pari opportunità). Ci sono pochi laureati e limitati investimenti in Ricerca e Sviluppo. Le amministrazioni pubbliche e molte imprese non valorizzano abbastanza le competenze, offrendo salari di ingresso ridotti, progressioni lente e carriere per lo più basate sul criterio dell’anzianità”...”Più reattiva e competitiva rispetto alle trasformazioni industriali e tecnologiche in corso aumentando la dimensione media e rafforzando la capitalizzazione e la produttività delle imprese, creando lavoro di qualità, adeguatamente remunerato – a partire dai giovani – e favorendo gli investimenti e lo sviluppo di competenze all’insegna dell’innovazione ma, al contempo, occorre far emergere l’economia sommersa e ridurre le ampie zone di evasione fiscale e contributiva”… “Più sostenibile ed equa per limitare gli effetti degli shock sulle fasce più vulnerabili della popolazione e scongiurare un indebolimento strutturale dei fattori “primari” dello sviluppo (capitale economico, capitale umano, capitale sociale e capitale naturale). Abbattere le disuguaglianze di genere e quelle nei confronti dei disabili, quelle tra nord e sud, tra aree interne, piccoli comuni e grandi città, tra aree dove è più o meno diffusa la criminalità. Bisogna dotarsi di nuove procedure in grado di assicurare un utilizzo rapido ed efficace di tutti i fondi disponibili”.

Le premesse sembrano buone ma le ricette proposte molto, ma molto, meno.

Come raggiungere questi obiettivi? Per il Comitato occorrerebbe:

  • rafforzare la digitalizzazione (ormai la parola magica, la panacea per tutti i mali, come se con essa si potessero abbattere le diseguaglianze) che, a detta degli scriventi, è “strumento di trasparenza, riduce gli spazi per l’economia sommersa e illegale e rende possibile uno sfruttamento efficace dei dati per migliorare la qualità di tutte le decisioni di policy e amministrative”;
  • fare una rivoluzione verde, perché “Sostenibilità ambientale e benessere economico non sono in contrapposizione”, particolarmente per un territorio con flussi turistici ad alto valore aggiunto;
  • agevolare parità di genere e inclusione, perché le disuguaglianze economiche, territoriali e generazionali, cresciute negli ultimi anni e costituiscono un grave freno allo sviluppo economico e sociale del Paese.

Inoltre, sempre secondo il Comitato, servirebbe riformare:

  • la giustizia civile moltiplicando e rendendo preferibili gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, disincentivare la promozione di cause pretestuose e di modesto valore, digitalizzare i procedimenti, riorganizzare la macchina giudiziaria e amministrativa;
  • la fiscalità interna (creando un unico Codice Tributario, riforma della giustizia tributaria, mediante l’istituzione di giudici professionali e assicurando tempi certi per la trattazione delle vertenze nei diversi gradi di giudizio) e internazionale;
  • il welfare perché le riforme successive alla crisi del 2008 hanno reso molto complesso e contraddittorio il sistema, occorre “mettere mano al sistema complessivo degli incentivi e degli ammortizzatori sociali, con particolare attenzione all’equità del sistema”.

Speriamo che quest’ultimo punto non significhi un’ennesima riforma pensionistica!

Le aree su cui il Comitato propone al governo di lavorare sono sei.

Il primo filone di interventi riguarda Imprese e Lavoro. Per le prime, il Comitato si preoccupa, innanzitutto, di proporre la “rimozione del contagio Covid-19 dalle responsabilità penali del datore di lavoro”, ossia la depenalizzazione per i datori di lavoro che, pur essendo in zona rossa, hanno continuato a far lavorare i propri dipendenti senza alcun dispositivo di sicurezza, come è avvenuto in tante case di riposo, dove tra i dipendenti si sono contati numerosi contagiati e morti.

Garantire alle imprese “liquidità di sopravvivenza”, attraverso la compensazione di debiti e crediti fiscali, riduzione delle sanzioni amministrative e penali.

Per quanto riguarda l’emersione dell’economia sommersa, il Comitato ritiene che la crisi in atto presenti un’opportunità storica e assolutamente irrinunciabile per affrontare una distorsione pesantissima e ingiusta che si protrae ormai da decenni. Le iniziative proposte sono legate a meccanismi di Voluntary Disclosure per l’emersione del lavoro nero e dei redditi non dichiarati, a fronte del pagamento di un’imposta e di vincoli all’impiego di una parte del capitale per un periodo minimo di tempo (ad esempio, attraverso social bonds).

Il Comitato propone, altresì, iniziative per accelerare significativamente il passaggio a pagamenti elettronici, incentivandone l’uso e in parallelo scoraggiando l’uso del contante. Da ultimo, auspica che si possa promuovere un’iniziativa presso le istituzioni europee competenti per mettere rapidamente fuori corso le banconote di maggior taglio (da 500 e 200 euro).

Insomma, l’ennesimo condono per i furbetti, o meglio, per i furfanti dell’economia, i cui comportamenti fraudolenti e antisociali hanno determinato il taglio di ben 36 miliardi alla sanità pubblica. Tagli che sono alla base delle tante morti provocate dalla pandemia per mancanza di posti in terapia intensiva e di respiratori.

Per modernizzare il tessuto economico e produttivo, il Comitato propone di ripristinare ed estendere le misure previste dal piano Industria 4.0 di Calenda.

Incentivare la “formazione di qualità” (sic!), naturalmente con l’aiuto degli enti di formazione pubblici, con incentivi fiscali e con i soliti meccanismi di decontribuzione.

Il Comitato fa sua l’ossessione per il fisco delle imprese italiane e così suggerisce cose come: la gestione e il controllo dal rischio fiscale (tax control framework), la ricapitalizzazione, con incentivi fiscali e l’intervento dello Stato. L’ennesima vouluntary discosure sia per l’emersione del lavoro nero che del contante non dichiarato o dei capitali all’estero. Meccanismi, di triste memoria, già falliti miseramente sia con il governo Renzi che con il Conte I.

In compenso, sembrerebbe esserci un’attenzione per la transizione energetica e la sostenibilità delle filiere italiane, sempre prevedendo incentivi per gli investimenti e finanziamenti per innovazione e sviluppo di tecnologie a bassa emissione. Una proposta quanto mai generica, tanto che, per esempio, nulla si dice a proposito del fatto che molti degli strumenti necessari per effettuare tale transizione, come i pannelli solari o le batterie per le auto elettriche, non vengono affatto prodotti in Italia.

Viceversa, sono previsti incentivi di ogni genere, da quelli per la creazione di filiere produttive a quelli per l’export, per finire a quelli per chi reimpianta la produzione in Italia (7 miliardi di investimenti italiani nella sola Cina nel 2018, stando all’ultimo Rapporto della Fondazione Italia Cina 2019, per oltre 2000 imprese).

Infine, si propone di “Completare la riforma del Terzo Settore, in particolare per quanto riguarda la fiscalità delle imprese sociali”. Ma nulla si dice in merito alle condizioni di lavoro, spesso al limite dello sfruttamento nelle stesse. D’altronde, c’era da aspettarselo, visto che, tra le altre misure per il lavoro si suggerisce di “Consentire (in deroga temporanea al decreto dignità) il rinnovo dei contratti a tempo determinato in scadenza almeno per tutto il 2020”.

Lunga vita alla precarietà!

Il secondo filone di intervento sono le Infrastrutture e l’Ambiente, la protezione e la valorizzazione del capitale naturale e dei servizi ecosistemici perché: “Il rilancio del nostro Paese non può prescindere dallo stimolo agli investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali, e in tutela del capitale naturale, di cui l’Italia è ricchissima… L’arretratezza di cui l’Italia oggi soffre rispetto agli altri paesi OCSE è una zavorra pesante sulla strada del rilancio. Per ridurre il forte svantaggio infrastrutturale del Paese, si stima che il fabbisogno di investimenti in infrastrutture sia di oltre € 300 Mld nel prossimo quinquennio e che, attraverso opportuni interventi, si possa procedere ad un’accelerazione straordinaria del valore di € 50-100 Mld nei prossimi 18 mesi. Gli sviluppi infrastrutturali devono privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il ‘saldo zero’ in termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo”, interventi che rappresentano “al tempo stesso una necessità per la sicurezza e il benessere dei cittadini e un’opportunità di investimento e di sviluppo di competenze tecnologiche ‘verdi’ e innovative”.

Ma, nel paragrafo Infrastrutture energetiche e idriche e Salvaguardia del patrimonio ambientale non v’è alcun accenno alla necessità di rivedere il Testo unico forestale, introdotto nel 2018, che sta provocando l’abbattimento, soprattutto al sud, di intere aree boschive per fornire carburante alle centrali elettriche a biomasse.

Viene proposta, poi, un’ampia gamma di interventi, che, secondo il Comitato, “possono offrire ritorni interessanti per capitali privati e possono quindi essere realizzati senza aggravare eccessivamente il debito pubblico”. In particolare, “Lo sviluppo ubiquo della rete in fibra ottica è la priorità assoluta, dal momento che genera attività economica nell’immediato e stimola la crescita futura. È fondamentale completare su tutto il territorio nazionale la posa di tale rete, complementare al pieno sviluppo della rete 5G che deve a sua volta essere realizzata rapidamente, in linea con i paesi più avanzati”.

Ma non basta, bisogna “Adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio, per accelerare lo sviluppo delle reti 5G. Escludere opponibilità locale se protocolli nazionali sono rispettati”.

Che dire: altro che partecipazione e tutela della salute!

Se la priorità è la rete, e lo è, allora perché non proporre oltre che dei voucher e il sussidio per il digital divide per le famiglie meno abbienti, che tante difficoltà hanno avuto con la didattica a distanza, l’introduzione del diritto costituzionale alla rete stessa, come si è fatto in America?

Naturalmente, per i nostri ogni intervento va realizzato con procedure veloci, semplificando il codice degli appalti e senza tanti controlli, così come si è fatto con il ponte di Genova, occorre “un insieme di iniziative volte ad accelerare la realizzazione delle infrastrutture strategiche, con importanti ricadute positive sulla fiducia del Paese in sé stesso e sulla sua reputazione internazionale”…” Sburocratizzare i processi con la PA, formalizzando tramite ricevuta telematica la formazione del silenzio-assenso e vietando la richiesta di documenti specifici (da parte della PA) laddove l’autocertificazione è accettabile”.

In altri termini, grandi opere non sempre progettate facendo attenzione ad ambiente e territorio su cui ricadono. Opere con tempi lunghi di realizzazione e concentrazione di grandi investimenti. Non proprio quel che serve, in un momento in cui, tempi brevi e distribuzione degli investimenti sul territorio sono vitali per la ripresa. O no?

Da sottolineare, poi, l’intervento incongruo, nel momento in cui è in ballo la trattativa sul rinnovo delle concessioni autostradali ad Atlantia, dopo il crollo del ponte di Genova, laddove, si propone di “Negoziare un’estensione delle concessioni equilibrata e condizionata ad un piano di investimenti espliciti e vincolanti (ad es. nei settori autostrade, gas, geotermico e idroelettrico), coerenti con le macro-direttive del Green Deal europeo”.

Così come, se è apprezzabile che si ponga in agenda la necessità di risanare la rete idrica, è inaccettabile che, in barba all’esito del referendum sull’acqua pubblica, si scriva: “Ripensare il metodo tariffario per incrementare da un lato l'attrattività per gli operatori del comparto, mantenendo dall'altro l'accessibilità, anche economica, al bene pubblico …Rafforzare i meccanismi di riscossione dei crediti di tutta la filiera idrica”.

Restando sul piano dei servizi pubblici, nel documento per il governo si pone l’accento sulla necessità di potenziare e riconvertire i mezzi pubblici, così come sono previsti interventi per favorire la rottamazione dei mezzi delle imprese private.

D’altronde, l’attenzione per l’industria automobilistica in Italia è sempre in cima ai pensieri dei decisori al pari di quella per i costruttori, e così spuntano gli interventi di edilizia abitativa e sociale.

Un nuovo piano casa pubblico? Macché, per il Comitato, invece, occorre “Sostenere un piano di investimenti finalizzato a potenziare un’offerta abitativa economicamente accessibile, socialmente funzionale ed ecosostenibile, attraverso la messa a disposizione di immobili e spazi pubblici inutilizzati da sviluppare con fondi pubblico-privati da offrire sul mercato a prezzi calmierati” e” Investire nell’ammodernamento dell’edilizia sociale, con particolare attenzione alle infrastrutture scolastiche e socio-sanitarie, anche ricorrendo all’emissione di social impact bond come forma di finanziamento misto pubblico-privato”.

Per carità, sempre pubblico-privato! Come se il privato fosse un benefattore e non perseguisse il suo unico obiettivo: il profitto!

Terza area di intervento, proposta da Colao & co., Turismo, Arte e Cultura, un settore che occupa 4 milioni di persone (molti stagionali) e rappresenta il 13% del Pil.

Oltre a proporre interventi già previsti nel Decreto Rilancio, il Comitato suggerisce: “la creazione di un presidio governativo speciale”- un coordinamento permanente con tutti gli attori coinvolti (Ministeri, strutture diplomatiche, Regioni, ENIT, associazioni di categoria, operatori dei diversi comparti) con meccanismi di regolare condivisione delle informazioni e delle linee guida – “che abbia in carico il coordinamento del rilancio del settore nel prossimo triennio”, da finanziare con i fondi europei, e l’articolazione di un piano strategico di medio-lungo termine che punti a qualità e innalzamento degli standard di sicurezza, nonché il lancio di un piano di comunicazione da attuarsi attraverso strutture periferiche, ambasciate comprese.

Non poteva mancare, in un’ottica che già ha dato pessimi frutti, la valorizzazione e l’utilizzo, per uso turistico, di beni immobiliari di valore storico e artistico, mediante bandi di gara per la concessione di tali immobili ad uso alberghiero ad operatori del settore turistico.

Naturalmente, tutti gli interventi dovranno “essere affrancati dal codice degli appalti”!

Così pure, per valorizzare il patrimonio artistico e culturale, si resta ad un piano integrato dai capitali privati, sia per la governance che per l’offerta. Una modalità di gestione che sinora ha prodotto solo interventi di bassa qualità, precarietà occupazionale e nessun ritorno per lacollettività. Ma quel che è peggio, per le concessioni balneari, notoriamente a bassissimo canone per i gestori, il Comitato ritiene che occorra “estendere alcune tipologie di concessioni in scadenza, per evitare che un orizzonte temporale dell’attività economica troppo ristretto disincentivi gli investimenti (ad es. in protocolli sicurezza) e si traduca in mancate riaperture”.

Se qualcuno non dovesse riaprire, ma così non sarà, a disposizione si avrebbero un po' di spiagge libere che, da sempre, sono una chimera!

La Pubblica amministrazione, quarta area di intervento, viene così descritta: “caratterizzata da una cultura che privilegia le procedure rispetto ai risultati e contribuisce ad un rallentamento dell’azione amministrativa e a una qualità dei servizi al di sotto dei migliori standard internazionali”.

Per aumentarne produttività e qualità dei servizi, si propongono interventi di semplificazione e investimenti in tecnologia e risorse umane, “con l’obiettivo di trasformarla da controllore (quando non ostacolo) in alleato prezioso dei cittadini e delle imprese” ma, nell’elencare gli interventi su digitalizzazione e ICT, il Comitato forse dimentica che esiste l’Agenzia per l’Italia digitale, strano per chi ha rappresentato per anni la più grande società di telecomunicazioni in Italia.

Come se l’abolizione dei controlli fosse praticabile in un paese dove l’economia in nero e di origine criminale costituisce 12% del Pil e produce 110 miliardi di evasione!

Semmai, la riflessione da fare è sulla necessità di contrastare il fenomeno della corruzione nella Pa - fenomeno che la legge "spazza corrotti" è in grado di contrastare solo in minima parte – che ogni anno costa al contribuente almeno 60 miliardi e che vede, spesso, coinvolti i vertici dei colletti bianchi scelti dalla classe politica.

Per il Comitato - che forse ignora quanto si spenda in formazione e quanto capziosa sia la produzione legislativa italiana - i dipendenti pubblici hanno una cultura sbilanciata sulle materie giuridiche, e sono vecchi e poco aggiornati. Digitalizzazione, smart working e procedure veloci, silenzio assenso, formazione e motivazione sembrano essere le parole d’ordine, evidentemente manager superpagati e professoroni ignorano quanto poco siano pagati i dipendenti pubblici, tanto più che hanno contratti praticamente fermi al 2007. Viceversa, per i dirigenti che sono superpagati v’è grande attenzione da parte del Comitato che scrive: “Intervenire per riformare la responsabilità dei funzionari e dirigenti pubblici per danno erariale in casi differenti dal dolo (ora possono essere condannati anche per colpa grave, ndr), e/o prevedere che il premio assicurativo (compreso quello per l’assistenza legale da parte di un professionista scelto dal dirigente) venga pagato dall’amministrazione di appartenenza”(ora pagato solo in caso di assoluzione, ndr).

Per il Comitato, le modalità di reclutamento del personale PA andrebbero gestite da un’unità dedicata, evitando la prevalenza di profili giuridico-amministrativi e occorrerebbe ridefinire le prove concorsuali da affidare a un apposito ente. Il Formez, che già esiste?

Nulla si dice, invece, sulla necessità di semplificare e rendere più comprensibili e, quindi, facilmente applicabili le leggi.

Quanto, poi, ai problemi della sanità, drammaticamente emersi negli ultimi mesi, i rimedi sarebbero lo sviluppo di una piattaforma pubblica (piano digital head), che integri telemedicina, homecare e nuove tecnologie di acquisizione dei dati sanitari e non piuttosto il ritorno alla medicina territoriale ed un adeguato numero di posti di terapia intensiva negli ospedali pubblici, l’assunzione di personale sanitario e una riduzione dei finanziamenti alla sanità privata, che si è dimostrata totalmente incapace di affrontare le emergenze.

Istruzione, Ricerca e Competenze, il quinto asse di interventi.

Da anni l’Italia investe troppo poco in istruzione, in formazione e in ricerca, e il ritardo accumulato si manifesta in maniera drammatica nel basso tasso di laureati, in particolare nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr)”.

Il Comitato dimentica forse che per quasi un ventennio su Istruzione e Ricerca pubbliche sono stati operati tagli draconiani. Piuttosto, ritiene che la fragilità del nostro sistema di istruzione sia “aggravata da uno scarso livello di compartecipazione pubblico-privato” (sic!) e propone una serie di possibili interventi e finanziamenti di privati nella scuola pubblica, col rischio concreto, però, di condizionare i programmi scolastici e compromettere la libertà di insegnamento garantita dalla nostra Costituzione.

E, comunque, perché i privati dovrebbero finanziare disinteressatamente la scuola pubblica, visto che lo Stato da anni eroga miliardi alle scuole paritarie? Se hanno un surplus di risorse e ne hanno, che le diano alla scuola privata affinché lo Stato possa tornare a rispettare l’art. 33 della Costituzione!

Così pure il Comitato sembra ignorare il fenomeno della fuga all’estero dei giovani laureati nelle discipline scientifiche, visto che in Italia hanno quale unica prospettiva di essere sottoinquadrati e sottopagati. Quanti ingegneri lavorano a partita Iva in studi professionali dai ricavi milionari, con compensi dai 500 ai 1500 euro mensili? Quanti biologi finiscono nei laboratori di analisi a 400-600 euro al mese, sempre a partita Iva? Quanti matematici e informatici sono disoccupati? E poi, c’è da chiedersi se le poche risorse che ci sono nella Ricerca vengono sempre impiegate in progetti utili allo sviluppo del paese?

Lavoro congruamente retribuito e risorse pubbliche gestite in maniera trasparente e produttiva: questi sono gli obiettivi da darsi subito!

E, a proposito di rinnovamento del paese, forse ci sarebbe da chiedersi anche cosa ci stiano a fare certi ordini professionali - organismi che ci portiamo dietro dall’epoca delle corporazioni e che nel resto d’Europa sono quasi sconosciuti - se poi non sanno neppure difendere i loro giovani associati.

Quanto al mondo della Ricerca ed ai suoi meccanismi, esso appare come uno sconosciuto al Comitato, che prevede di aggiornare i dottorati agli standard europei, la creazione di poli di eccellenza e di corsi di laurea più specialistici, soprattutto nelle piccole università: tutte cose già esistenti!

Decisamente, i componenti del Comitato – ad esclusione naturalmente di chi non ha sottoscritto il documento finale - per essere in prevalenza docenti universitari e dirigenti pubblici, sembrano non conoscere a fondo le loro realtà, forse perché distratti dai troppi incarichi esterni.

Esso Comitato sembra ignorare anche che la maggioranza degli iscritti a scuola e università, dei diplomati, dei laureati e dei dottorandi, sono donne. Che lo squilibrio di genere – concetto ripetuto a dismisura in tutto il documento – per l’istruzione c’è, ma probabilmente a sfavore dei maschi! Ma il problema vero insorge nel mondo del lavoro dove sì è tangibile lo squilibrio ed il diverso successo tra i due generi!

Piuttosto, la proposta da fare per garantire pari diritti di accesso all’Istruzione sarebbe stata quella di prevedere borse di studio congrue ed un sistema di servizi che vada dall’alloggio ai trasporti. Mentre, dottorandi e specializzandi non hanno bisogno di borse di studio ma di essere retribuiti, necessitano di contributi previdenziali per tutti gli anni di studio post-laurea, per non ritrovarsi alle soglie dei quaranta come se non avessero mai lavorato.

Individui e Famiglie rappresentano la sesta area di intervento.

Per essi viene proposto un welfare inclusivo e territoriale di prossimità, con l’istituzione di “Presidi Multiservizi presso i Comuni più grandi, con particolare attenzione per azioni volte ad accrescere la coesione sociale nelle periferie urbane, e la diffusione del supporto psicologico alle famiglie e agli individui che sperimentano forte disagio psicosociale”… “Il Comitato raccomanda inoltre di fare leva, a complemento dei servizi pubblici, sul contributo del volontariato e delle organizzazioni di cittadinanza attiva, da rafforzare e incentivare”.

Come dire che i piccoli comuni, già in stato di abbandono e di default, privi di servizi, resterebbero senza supporto. Ma ciò che indigna di più è che non si parla di rafforzamento dei servizi pubblici ma di terzo settore, di rafforzamento dei servizi di salute mentale domiciliari piuttosto che di lavoro.

Complessivamente, tutto il capitolo dedicato a famiglia, bambini, disparità di genere e disabilità risulta decisamente obsoleto, una ripetizione di enunciazioni e di proposte previste già dal discorso di insediamento di Conte II lo scorso anno e da diversi provvedimenti di legge già approvati.

Insomma, nulla di innovativo, non la proposta di una efficiente rete di servizi ma i soliti oboli, non lavoro giustamente retribuito ma voucher e bonus: assistenzialismo, non diritti!

L’inflazionata parità di genere si traduce in una serie di vecchie proposte da sempre inattuate e da due novità: le quote rosa per i ruoli apicali nei luoghi di lavoro, e, tra le azioni culturali per contrastarla, l’introduzione dell’educazione finanziaria per le bambine (sic!).

Alla luce del persistere di tali differenze, forse ci dovremmo chiedere quanto conti e come sradicare una cultura patriarcale che non svanisce, ma si va rafforzando nei momenti di crisi. Dovremmo interrogarci sul perché le donne che arrivano a posizioni di vertice, pur parlando tanto di parità di genere, spesso si comportano come e peggio di tanti uomini, soprattutto nei confronti delle donne.

Sono stati esclusi dalle riflessioni del Comitato interventi che riguardano aree già presidiate da altri Comitati, quale ad esempio la Scuola, nonché riforme che richiedono tempi significativi di elaborazione e un alto grado di competenze specialistiche, quali ad esempio quelle della Giustizia civile, della Fiscalità e del Welfare.

Per l’Istruzione, nei giorni scorsi si è persa l’ennesima occasione per fare l’unica riforma necessaria per una scuola di qualità: dimezzare il numero di alunni per classe e reclutare almeno 110mila nuovi insegnanti con il concorso che si va a fare, piuttosto che buttare milioni di euro in inquinante plexiglas o plexiglass che dir si voglia.

Speriamo che le proposte che emergeranno dagli Stati generali dell’economia risultino decisamente migliori di quelle avanzate dal Comitato Colao e servano da stimolo per un incisivo e produttivo utilizzo da parte dell'attuale governo delle risorse che verranno dall’Europa al nostro paese.

La strada è una sola: il ritorno ad una economia equa e solidale, così come prevista dalla nostra Carta fondamentale.

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