29. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 28. 10. 2020

Pds-Ds-Pd e il difetto ereditato ... dal Pci

Categoria: Editoriali

Lunedì scorso, sul Corriere della sera, Paolo Mieli ha dato prova del suo spessore di storico. L’argomento era l’incapacità del Pd “di costruire alleanze in grado di durare nel tempo”, ma “abilissimo nel dar vita ad alchimie parlamentari (anche all'indomani di brucianti sconfitte elettorali)”. Su quest'abilità ci sarebbe moltissimo da obiettare, ma non è questo il punto.

Il punto è che Mieli attribuisce questa incapacità a una tara ereditaria: “Difetto che il Pds prima, Ds e Pd poi hanno ereditato dal Pci”. Che lui spiega così: “Il Partito comunista italiano, consapevole di questa propria carenza che lo faceva diverso da tutti gli altri partiti socialisti europei, si è sempre sottratto all'impegno di edificare uno schieramento alternativo idoneo a sfidare gli avversari sul terreno della competizione elettorale. Il partito della falce e martello optava in genere per grandi alleanze e grandi compromessi (giustificati, volta per volta, da una qualche emergenza) così da essere dispensato dal doversi cimentare in quel genere d'impresa”.

L’osservazione critica calata nel contesto storico-politico nazionale e internazionale, da cui totalmente prescinde, nel quale operò il Pci è una vera e propria falsificazione storica. Non si era, allora, solo in un’altra epoca ma in un altro mondo. Ciò vale per i comunisti italiani ma varrebbe anche per tutti gli altri partiti democratici scaturiti dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione nazionale.

La critica di Mieli è puerile, per due ragioni, essenzialmente.

La prima è che il Pci propugnava, nell’ambito dei princìpi, dei precetti e dei valori della Costituzione, una trasformazione sociale talmente profonda che aveva bisogno di alleanze sociali e politiche assai larghe per essere conseguita. Il famoso 51% in parlamento non sembrava adeguato alla bisogna. Di qui la proposta belingueriana nel 1973 di “un nuovo grande compromesso storico” rivolto alla Dc ma anche agli altri partiti antifascisti della sinistra laica; di qui la prospettazione di una seconda tappa della “rivoluzione democratica e antifascista” che avrebbe dovuto realizzare il dettato costituzionale rimasto incompiuto.

La seconda è che quelle alleanze erano più che mai necessarie anche per superare la conventio ad excludendum dall’area di governo, vigente per ragioni di collocazione internazionale dell’Italia nel blocco occidentale ai tempi della divisione dell’Europa e del mondo (Cile docet) in sfere d’influenza contrapposte. Per questa condizione nazionale, anche se non solo per questo, la capacità coalizzatrice della Dc fu più efficace, ma, alla lunga, anche occlusiva di una “democrazia scorrevole” ambita da Moro.

Si può e si deve discutere in sede storica se quell’impostazione comunista fosse giusta o meno, se ne possono e devono discutere tutti i passaggi applicativi, ma non si può prescindere, come fa Mieli, dalle sue motivazioni e immiserirle riportandole a un piano puramente e pavidamente elettoralistico. Tanto più che per i comunisti italiani le sfide elettorali a tutti i livelli, insieme all’iniziativa politica e alle lotte sociali e culturali cui venivano a intrecciarsi, erano verifica costante della bontà e dell’incisività dell’azione politica che, nonostante fosse fuori dalla stanza dei bottoni ministeriali, conseguì risultati notevoli nei primi decenni repubblicani. Altro che pavidità!

Inoltre, va aggiunto, non come argomento secondario, che quell’impostazione fu sconfitta dallo scatenarsi non solo delle resistenze conservatrici e reazionarie nella società, ma, risolutivamente, dalle trame antidemocratiche interne e internazionali (servizi segreti pidduisti in Italia, e stranieri) che con il rapimento e l’uccisione di Moro arrivarono ad attuare un vero e proprio colpo di stato tramite le eterodirette BR. Senza contare lo stillicidio delle stragi fasciste e del terrorismo rosso e nero. La lotta contro i comunisti e la democrazia negli “anni di piombo” fu cosa orrenda e sanguinosa, lastricata di morti innocenti.

Nella visione dei comunisti il concetto di alternativa era incentrato soprattutto sui contenuti politici e sociali. Tanto più profondi e impegnativi essi erano e tanto più largo doveva essere lo schieramento politico e sociale progressista che li perseguiva. Tutto ciò, poi, non sarebbe bastato senza le lotte sociali e politiche guidate dai comunisti e dai socialisti. Esse non furono una passeggiata. Basterebbe ricordare il sangue versato nelle lotte dei lavoratori negli anni ’50 e ’60, nell’occupazione delle terre incolte nel Meridione come nella difesa delle fabbriche dalla smobilitazione.

Poi, negli anni ’70, le lotte per il lavoro, per la casa, per la sanità, per i trasporti per i servizi sociali in genere, per i diritti civili. Prescindere da tutto ciò per ridurre una storia grande drammatica a un discorsetto elettorale e di alleanze fra partiti è cosa riprovevole, cui si unisce il disgusto quando, come fa Mieli, si vogliono ricondurre le insufficienze politiche del Pd al Pci.

I successori del Pci (Pds, Ds, Pd) sono nati, come ci hanno tenuto a dire i diretti interessati (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino e tantissimi altri e altre), nella discontinuità. Il declino della sinistra di cui sono stati attori è tutto opera loro. Mieli, che all’epoca aiutò l’operazione e salutò la discontinuità come una liberazione, dovrebbe ricordarselo e assumersi anche qualche responsabilità esterna. Non guasterebbe. Invece, chiama in ballo il Pci! Per degli storici seri la cosa è di una comicità senza pari.

Per degli storici, non per Mieli.

Aldo Pirone
Coautore del libro "Roma '43-44. L'alba della Resistenza"
facebook.com/aldo.pirone.7


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