Categoria: Editoriali

Per la prima volta in Italia il Governo riduce gli stipendi dei dipendenti pubblici, tenendoli fermi per tre anni, mentre nel frattempo l'inflazione ne eroderà inesorabilmente il potere d'acquisto.

Eppure, il 22 gennaio del 2009 era stata varata una riforma del modello contrattuale, che secondo i sindacati sottoscrittori Cisl e Uil  si poneva l'obiettivo di migliorare le condizioni economiche dei lavoratori.

Sono gli stessi due sindacati a  ritenere oggi equo scaricare sui dipendenti pubblici - e sulle loro famiglie - gran parte del peso della manovra correttiva di Tremonti.

Una reazione ben diversa da parte di costoro si sarebbe avuta se nel DL 78 in corso di conversione in Parlamento, fossero stati limitati gli inutili trasferimenti che lo Stato eroga a favore del sindacalismo confederale (caf, patronati, ecc.) e per i quali li esenta anche dalla rendicontazione contabile.

Il prezzo pagato per comprare il consenso del sindacalismo confederale e far credere che il risanamento dei conti pubblici non debba passare per la lotta agli sprechi e all'evasione fiscale, ma che sia giusto bloccare gli stipendi dei dipendenti della PA, tagliare qualche ente di ricerca, ridurre i servizi sociali, mortificare le aspettative dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro.

Una farsa ignobile, alla quale solo gli stessi dipendenti pubblici possono mettere fine in un modo molto semplice: ritirando le loro deleghe a codesti sindacati.

Se non si avvertirà questa ferma reazione e non si avrà una sensibile riduzione della rappresentatività concessa ai due sindacati "fiancheggiatori" del Governo, per i lavoratori della PA la persecuzione non avrà fine e saranno oggetto, in futuro, di misure ancora più penalizzanti.

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