Categoria: Lettere

La lettera

Cari colleghi telelavoratori, vi scrivo per raccontare la triste e penosa vicenda di cui sono stato lo sfortunato protagonista e al termine della quale ho perso il telelavoro in un momento tremendo. Vi scrivo affinché ne siate tutti consapevoli, informati e attrezzati abbastanza per tentare di proteggervi come potete dal rischio di analoghe fatalità. Il mio caso costituirà un precedente.

Sin dalla metà del 2012 ho espresso il desiderio di cambiare dipartimento all'interno dell'Istat, avvertendo che la mia professionalità poteva essere ancor più produttivamente utilizzata in scenari diversi. È stato un percorso lungo e, quasi improvvisamente, dopo quasi due anni di pacate trattative, il 26 maggio scorso una delibera nel protocollo della Direzione Centrale del Personale (DCPE), a firma del Presidente facente funzioni Antonio Golini, sanciva il trasferimento. Ero molto contento.

Ero in telelavoro ed ero relativamente sereno. Non solo mi tenevano in pace i precedenti (io stesso ho avviato il telelavoro in una struttura diversa ancora) ma mi rendeva tranquillo il nuovo regolamento sul telelavoro, ove dice che costituisce causa di cessazione la seguente motivazione:

trasferimento del dipendente ad altra struttura organizzativa nella quale l'attività da svolgere non possiede i requisiti della telelavorabilità;

Il nuovo dipartimento aveva già avviato le procedure per destinarmi ad una posizione di telelavoro liberatasi in quello stesso momento per un'attività in tutto equivalente alla mia. E aveva già avviato le procedure per la call relativa al nuovo bando.

Trovavo da escludere che la DCPE, che non è competente per l'attività lavorativa che svolgo, potesse argomentare contro la "telelavorabilità".

E invece l'ha fatto, perché quel passaggio del regolamento si presta ad interpretazione e - come diceva una voce che mi tormentava - appena hanno potuto hanno trovato l'interpretazione più sfavorevole a me e all'Istituto, a costo di preferire le supposizioni a ciò che è vero.

Due settimane dopo, il 9 giugno, una nuova inaspettata delibera, dallo stupefacente potere retroattivo, sempre nel protocollo DCPE e a firma del Direttore generale reggente Paolo Weber nonché all'epoca Direttore ad interim della DCPE stessa, sanciva che il mio telelavoro era cessato due settimane prima, alla data del trasferimento.

In altre parole, dopo aver riflettuto per due settimane, qualcuno fortemente illuminato in materia di lavoro ha concluso che chi cambia struttura non può che cambiare attività e che le nuova attività, pertanto, non poteva occupare la posizione di telelavoro già esistente.

Questo, naturalmente, non è vero. L'attività da svolgere nel vecchio come nel nuovo dipartimento è sempre la stessa, quella per cui sono specialista e per la quale sono stato accolto con calore nella nuova struttura, ci mancherebbe.

Dunque in quell'articolo del regolamento la parte che dice nella quale l'attività da svolgere non possiede i requisiti della telelavorabilità non serve a niente, non viene fatta alcuna verifica e le supposizioni e le interpretazioni fatte in qualche stanza della DCPE valgono più della realtà.

Chi cambia struttura perde il telelavoro. E basta.

Ma andiamo avanti, perché non finisce qui.
Così tanto ci hanno ragionato in DCPE che invece di dare del preavviso (anche per consentirmi di oppormi come stabilito dall'ODS n. 56 del 18/02/2011) la delibera di cessazione aveva valore già due settimane prima, portandomi nell'imbarazzante situazione di avere due settimane di assenze ingiustificate, ma trascorse a lavorare.

Per correggere questa bizzarria è stata concepita una improvvisa esigenza, maturata tanto a fagiuolo quanto pretestuosamente, secondo la quale al trasferimento occorrevano tre settimane di preparativi. Con una terza delibera, di nuovo retroattiva, datata 13 giugno, ancora nel protocollo DCPE e a firma del sempre disponibile Presidente facente funzioni Antonio Golini, trasferimento e cessazione erano prorogati tutti insieme dal 26 maggio al 16 giugno.

Io intanto ero allo sbando. Per tre settimane ho lavorato per il dipartimento sbagliato, mi sono comportato come se fossi in telelavoro quando non lo ero, poi come se non fossi in telelavoro quando lo ero ancora, non sapevo chi fossero i miei superiori e mi sono recato in una stanza che non era mia.

E soprattutto tentavo di tenere insieme il pasticcio in cui mi trovavo con la lenta agonia di mio padre. Già, perché mio padre era afflitto dallo strazio di un tumore e ormai senza speranze. Un fatto, questo, formalizzato anche presso l’Istat attraverso il dispositivo della legge 104/92 e noto a tutti i miei colleghi e superiori vecchi e nuovi.

Insomma, era un momento molto particolare e nessuno dotato di cuore o cervello si sarebbe sognato di colpire ai fianchi chi è già in difficoltà e sta cercando di tenere tutto insieme, lavoro compreso.

Invece, il caos più totale. L'intreccio delle telefonate era serratissimo, le espressioni di costernazione per il pasticcio prodotto erano commoventi quanto inefficaci. L'adoperarsi di molti, soprattutto nella mia nuova struttura, meritevole di grande gratitudine da parte mia, ma vano contro l'ostinazione delle supposizioni.

Nel frattempo mio padre è morto, privandolo di quel meccanismo virtuoso in base al quale ogni giorno potevo passare a casa dei miei per un saluto, un consiglio sui farmaci o una parola di conforto a mia madre. Un po' di presenza, insomma, che è tutto quello che si può dare in questi momenti.

La cessazione è stata un fatto orribile e violento, visto che un dispositivo capace di comporre l'umana carità alle esigenze di lavoro esiste ed era attivo.

Oggi, due mesi dopo l'avvio del pandemonio, i miei oggetti personali e il mio computer sono ancora inscatolati in qualche stanza di via Balbo, ma soprattutto le attrezzature software e gli ambienti di sviluppo che usavo sono congelati a casa, tutto da ricostruire. Ne avrò certamente per tutto agosto.

Ora, mi chiedo, quanto costo?

Quanto costa allo Stato tenere bloccato un lavoratore per periodi così lunghi e devastarne la concentrazione? Senza contare poi che la call per il “nuovo” telelavoro prima o poi ci sarà e già a settembre potrei iniziare il movimento contrario.

Quanto costa annientare in questo modo un lavoratore? (E quanto costa a ME?)

E nel frattempo io vado tutti i giorni a viale Liegi, dove non incontro quasi nessuno di quelli con cui devo lavorare, faccio il telelavoro anche là, hahaha. Pago il tributo agli dei del traffico.

In questi giorni verrà avviato il processo di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato. Sono due mesi che sono fermo, la mia vita privata rivoluzionata, non so che storia raccontare a mia madre, a mio fratello e ai miei amici, all'interno della mia nuova struttura varrò meno della metà di quello che si aspettavano: mi chiedo che genere di valutazione verrà fatta intorno al mio caso. Facciamo qualche scommessa?

Vorrei chiudere questo racconto con alcune considerazioni, più o meno già note a voi che il (tele)lavoro lo conoscete già, e bene, ma intorno alle quali è necessario una volta per tutte aprire un serio dibattito.

1) Il principio che sembra animare la nostra Direzione del Personale, che pure ha attivato il dispositivo del telelavoro, sembra essere quello di limitare il telelavoro stesso in qualsiasi modo. Nella nostra Direzione del Personale sembrano non sapere o non tener conto del fatto che questa forma di lavoro, universalmente riconosciuta come fortemente produttiva per certe attività lavorative, ha prodotto in questi anni in Istat grandi risultati. Dovremo cimentarci da soli in un piccolo studio.

2) Potrebbero, però, in DCPE raccogliere informazioni sulle assenze dal lavoro per malattia e permessi. La gestione autonoma del tempo e la responsabilizzazione hanno prodotto certamente un vantaggio misurabile in tal senso. Dovremo fare noi stessi anche questo studio.

3) Sono ormai maturi i tempi per avviare una riflessione su come la nostra Direzione del Personale intende il lavoro. Sono finiti da un pezzo i tempi delle dattilografe e dei timbri, è decisamente fuori dall'attualità che il lavoro possa essere inteso come "sto là", come tanti soldatini agli ordini di qualche sergente. Facciamo tutti, a qualsiasi livello, lavori di pianificazione, progettazione e realizzazione, in grande autonomia. Lo sforzo che compiono per tenerci ancorati alla “postazione” come se fosse la catena di montaggio è lesivo della produttività. Inoltre il lavoro, come tutto l'universo delle umani relazioni, dei commerci e delle informazioni, è cambiato fortemente grazie alla rivoluzione delle tecnologie IT. L'intreccio tra lavoro e vita privata è inscindibile per molti e gestire questo fenomeno negandolo è insostenibile. Le attrezzature personali, spesso, sono migliori di quelle fornite dall'Istat.

4) È ora anche di riflettere su quella rassegnazione che ci vede avvezzi al sistematico disturbo lavorativo di certi settori dell'Istituto. Lavoriamo come esseri umani, tra armonie e bisticci, siamo umani. Ma lavoriamo insieme, all'Istat, tutti tranne alcune pieghe dell'organigramma con le quali la collaborazione è inesistente mentre dobbiamo incassare il fastidio delle loro inclinazioni come un problema sistematico. Il benessere lavorativo è osteggiato, a vantaggio di rituali privi di utilità.

5) E tra le conseguenze di queste debolezze c'è il fallimento del telelavoro come voce di risparmio. Per l'instabilità da cui è caratterizzato, le limitazioni, le interruzioni, i cento fastidi a cui bisogna sottoporlo quasi per espiarlo, non ha fondamenti né basi, non si sa quanto durerà, se durerà, per chi, perché e percome. E quella forma di lavoro che altrove costituisce occasione di risparmio, all'Istat (si dice) è occasione di spesa. Consolidiamolo, invece, liberiamo le costosissime "postazioni" al centro città e - con un po' di senso civico - anche le strade della città. Approfittiamo della nostra disponibilità a lavorare la sera o la domenica e non regaliamo quelle ore, come perle ai porci, all'ossessivo andirivieni nel traffico. Ne verrà fuori, consolidando e ampliando l'uso di questo dispositivo, un importantissimo risparmio. Oggi in Istat, con il 5% dell'organico in telelavoro, si potrebbe tranquillamente dismettere una delle sedi "piccole", con un risparmio diretto e un guadagno indiretto in termini di produttività. Vogliamo farlo o no?

Sergio Vaccaro – ex (?) telelavorista Istat

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