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Martedì, 27 Ott 2026

Nota in ambiente accademico, ma non al di fuori di questo, visto che è sconosciuta persino alla stragrande maggioranza degli studenti, la VQR è un sistema di valutazione della qualità della ricerca, da cui dipende una parte dei fondi agli atenei.

Chi ci segue abitualmente, però, forse ricorderà che l’acronimo VQR è già comparso sul nostro giornale. E’ accaduto esattamente quando Il Foglietto, inizialmente in solitudine, ingaggiò la battaglia per sbloccare gli scatti di anzianità dei docenti universitari, quegli stessi scatti riconosciuti invece, con sconcertante disparità di trattamento, ai dipendenti degli enti di ricerca. In quell’occasione, per spingere il governo a esaminare le loro ragioni, i docenti universitari minacciarono, tra l’altro, di non procedere a effettuare la VQR,  ventilando un boicottaggio che avrebbe avuto come conseguenza di impedire la ripartizione dei fondi tra gli atenei. Praticamente, la paralisi di tutto il sistema.

Ora la VQR torna prepotentemente alla ribalta con un’altra protesta, ma questa volta per motivi diversi, che potremmo dire di merito, poiché tutti afferenti alle modalità della VQR stessa, in rapporto alla missione dell’università. Ancora una volta, è partita una petizione, che ha già raccolto centinaia di firme, dando luogo a una protesta che, tuttavia, responsabilmente, non avrà conseguenze sugli studenti.


Di certo, oltre che tra professori e  governo, si profila all’orizzonte una guerra dei professori tra loro, dato che di fronte ai docenti che animano la protesta ci sono, gli uni contro gli altri armati, i docenti chiamati come componenti dei gruppi di valutazione, che dovranno  giudicare il lavoro dei colleghi, sapendo chi sono, mentre questi ignorano i nomi di quelli che sono stati incaricati di valutarli.

Coloro che contestano la VQR ci tengono comunque a sottolineare che la loro non è un’azione corporativa di professori che rifiutano di essere valutati. Essi si dichiarano, anzi, senz’altro favorevoli a una valutazione trasparente e rigorosa, a partire dal controllo del rispetto da parte dei docenti dei loro doveri nei confronti degli studenti. Quel che non accettano sono, invece, le modalità di valutazione della loro attività nel senso voluto dalla VQR, modalità di cui contestano gli effetti prodotti, così riassunti nella petizione stessa: “una politica di progressiva riduzione delle già scarse risorse coperta dalle parole d’ordine del merito; l’erosione del diritto allo studio e l’esasperazione di insostenibili squilibri fra le diverse aree del paese; la ricerca dell’eccellenza contrapposta al dovere dell’equità; la competizione con ogni mezzo contrapposta alla solidarietà e alla collaborazione che dovrebbero caratterizzare la vita dei nostri atenei; la mortificazione dell’impegno nella didattica come pilastro irrinunciabile della missione dell’università”.

Non ci resta che vedere ora se e in che misura queste idee riusciranno a far breccia nell’università e nel paese. Di certo, esse stanno già aprendo quanto meno spazi di riflessione, alternativi al “nuovo che avanza”, ossia a quella Buona Università che, inneggiando al merito e all’eccellenza, promette sfracelli contro fannulloni e nepotismi.

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