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Giovedì, 02 Lug 2026

Fra le molte stupidaggini che abbiamo ripetuto tutti almeno una volta nella vita c’è quella che spiega il successo economico del secondo dopoguerra col fatto che la distruzione aveva favorito la creazione.

Che insomma i “trenta gloriosi”, come li chiamò un celebre e ormai dimenticato economista francese, fossero una conseguenza pressoché automatica dell’attività di ricostruzione dell’economia internazionale e quindi dei paesi devastati dal conflitto.

Questa convinzione, che appartiene alle leggende fondative della nostra società contemporanea, è drammaticamente smentita dall’evidenza empirica, che anche di recente il Fmi ci ha ricordato nel suo ultimo WEO. Gli effetti della guerra sono tutt’altro che positivi per l’economia. Le conseguenze dei conflitti sul tessuto economico – e stendiamo un velo pietoso su quello sociale – sono negative nel medio e nel lungo termine, a meno che non si riesca a ricostruire quell’ingrediente magico che fu l’autentico lievito dei “trenta gloriosi”: la fiducia.

All’epoca questa ricostruzione fu resa possibile da uno sforzo di cooperazione internazionale che ha pochi precedenti nella storia, o forse addirittura nessuno. Dal piano Marshall, fino alla fondazione della CEE, le nazioni occidentali cooperarono fra loro, mentre all’interno gettarono attraverso un welfare pervasivo, le basi di una prosperità collettiva questa sicuramente senza precedenti, che aveva giusto il vizio di avere il fiato corto, ma della quale ancora oggi godiamo i benefici, pure se a carissimo prezzo.

Ma tolto questo caso, la storia dei conflitti seguiti al dopoguerra, che non sono pochi, ci racconta con la drammatica semplicità dei numeri che le guerre distruggono molto più di quello che producono e che senza aiuto esterno un paese colpito dai conflitti non si riprende con facilità. E ci riesce solo se la guerra finisce una volta per tutte. In caso contrario, la perdite sono persistenti.

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L’analisi svolta dal Fmi mostra che quando la pace è fragile, la ripresa non arriva. Al contrario, quando la pace è stabile, l’economia rialza la testa ma molto lentamente, arrivando, nella media delle rilevazioni svolte dal Fmi su un campione di alcune decine di economie, a quasi il 4% nello spazio di cinque anni, ma con la ricostruzione di appena una metà della perdita di prodotto subita a causa della guerra.

Queste aride cifre non tengono conto, ovviamente, del costo in vite umane, che non è mai recuperabile e che mina in profondità la struttura economica di un paese. Lo sterminio ha effetti evidenti sulla domanda aggregata, sul pil potenziale e sul capitale umano, direbbero gli economisti. Ma soprattutto ha effetti sulla fiducia di una popolazione nel futuro. E questa perdita è assai più difficile da recuperare. Il fatto che l’Europa sia riuscita nel secondo dopoguerra è un’eccezione, non la regola.

Faremmo bene a ricordarlo.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
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