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Venerdì, 20 Feb 2026

di Roberto Tomei

In un volume appena uscito in libreria (Duce truce. Insulti, barzellette, caricature: l'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti, 1930-1945 - Castelvecchi Ed.), Alberto Vacca racconta alcune storie riemerse grazie al sapiente scandaglio degli archivi dei prefetti, dove finivano le denunce per il reato di offesa al Duce.

Si sa che il regime metteva gran cura nella fabbrica del consenso, ma non meno attenzione dedicava alla repressione del dissenso, che talora poteva costare assai caro (reclusione, confino, esilio e persino la morte).

Vittime furono un po' tutti: uomini e donne di ogni età e condizione, minori e malati di mente. Quando proveniva non da oppositori veri e propri ma soltanto da lavoratori stanchi della dittatura, il dissenso si manifestava spesso con insulti e barzellette.

Barzellette e battutacce, insieme a peti, rutti e pernacchie, attraversano le denunce dei prefetti. I posti in cui tali episodi si verificavano erano a volte luoghi appartati, dove poteva capitare di rinvenire messaggi del tipo “qui l’ho fatta e qui la lascio, mezza al duce e mezza al fascio”, ma soprattutto osterie e bar, dove tra un bicchiere e l'altro si allentavano i freni inibitori.

Ma anche nei luoghi di lavoro ci si lasciava andare a dire quel che si pensava. Più che spie di professione, i delatori erano di norma persone invidiose o rancorose.

Anche all'Istat si verificarono episodi del genere, che costarono il posto di lavoro a diversi impiegati. Tra questi a G. S., che mai era incorso in rimproveri, multe o richiami di sorta, avendo anzi avuto la qualifica di ottimo e ricevuto persino un encomio per la scrupolosa osservanza dell'orario. Nei suoi confronti l'accusa fu quella di irregolare condotta, avendo "canticchiato in coro o da solo inni di vario genere". Certamente non “Giovinezza”.

Il paradosso è che furono licenziati anche gli accusatori. Si capisce perciò che l'interessato, il padre e gli amici si permettessero di insistere affinché l'Istat riesaminasse il caso, tanto più che nel frattempo un'amnistia aveva "condonato" la punizione che era stata il motivo del licenziamento e il giovane "aveva regolarizzato la sua posizione iscrivendosi al Partito, anche se Fascista era sempre stato".

Della vicenda fu investito persino Mussolini, cui il padre del malcapitato si rivolse fiducioso che volesse "benignarsi ad esaminare la quistione e ridonare a tutta una famiglia la pace e la tranquillità, e il lavoro a un giovane onesto".

Secondo un parere rimasto agli atti, "per equità non soltanto, ma anche per ovvie considerazioni di diritto" doveva ritenersi "pienamente legittima la di lui riammissione in servizio".

Ma con la coppia Gini-Molinari, come insegna il caso di Bruno de Finetti, c'era poco da scherzare. Il licenziamento viene confermato, "anche perché l'adozione di una risoluzione diversa costituirebbe un precedente che potrebbe essere invocato da qualche altro impiegato che si trova nelle stesse condizioni" (sic!).

Per fortuna, dopo due anni di disoccupazione, con l'aiuto di un amico, che riuscì a fargli ottenere il certificato di buona condotta, il Nostro fu assunto presso un altro ente.

Qui, cinque anni dopo, nel 1939, in seguito a concorso per esami, diventerà di ruolo e acquisterà quella serenità da sempre agognata.

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