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Martedì, 25 Ago 2026

di Roberto Tomei

Solo di recente, siamo venuti in possesso di un documento - una sorta di trattatello de ente erigendo, di una ventina di pagine (al netto, meno di dieci) – messo a punto a novembre scorso da Massimo Ghilardi, direttore generale dell’Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica da settembre del 2012, per illustrare al personale “le nuove e migliori metodologie organizzative e gestionali” dell’Ingv.

Ferma restando la libertà di ciascuno di proporre ciò che ritiene più giusto, in questa sede intendiamo soltanto indugiare sull’ideario evocato dal dg per promuovere la ”svolta” di un ente che – pensiamo noi - forse per troppi anni è stato affidato a quel reazionario, che risponde al nome di Enzo Boschi.

Innanzitutto, si dà (noi, a differenza di Ghilardi, lo scriviamo con l’accento) atto allo stesso Ghilardi di non essersi nascosto dietro i soliti anglismi, spesso ignoti persino agli inglesi stessi, ai quali da un po’ di tempo a questa parte molti dirigenti dell’amministrazione nostrana sogliono far ricorso, per imbastire/illustrare le loro “relazioni”.

E tuttavia, sempre figure anglofone (per la precisione, statunitensi) Ghilardi chiama in causa, tanto all’inizio quanto alla fine della sua “summula”, nel tentativo di dare ascendenti di prestigio alle scelte che egli sembra ritenere ormai improcrastinabili.

L’ouverture della relazione è, infatti, preceduta da una espressione di Grace Murray Hopper :” La frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così“.

Estrapolata dal contesto come frase ad effetto, essa è senza dubbio suggestiva, ma si capisce che trattasi di formula che non si può assolutizzare, pena una deriva teorico/pratica ”pericolosa” sul serio.

Ad ogni buon conto, della vivace e irriverente facondia della brillante signora Hopper (per questa sua caratteristica, molto richiesta come relatrice di eventi informatici), nel prosieguo del discorso di Ghilardi proprio non v’è traccia, stante che esso si distende in una sequenza di elementari slide e di asciutti organigrammi.

Non meno ad effetto la frase scovata, sempre dal Ghilardi, per suggellare l’epilogo della relazione. Il prestito, questa volta, è da Richard Buckminster Fuller, e così recita : “Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”.

Anche in questo caso, però, si fa fatica a riconoscere che la citazione del poliedrico architetto americano, al di là dell’effetto ad colorandum, sia riuscita a innalzare più di tanto il livello della relazione del direttore generale dell’Ingv.

Senza padri dichiarati, invece, il corpo centrale della relazione, introdotto da questa anonima frase: ”Da oggi in poi il nostro motto sarà: Noi vogliamo fare così, noi faremo cosi”, poi spiegata come segue:”Significa che da oggi adotteremo nuove e migliori metodologie organizzative e gestionali”.

Che dire? Veramente preziosa la connessione instaurata dal “significa che”, altrimenti la prima frase, da sola, più di un inno al superomistico “trionfo della volontà” non riesce ad esprimere.

A leggere i tre slogan, perché tali sono, quasi si ricava l’impressione di un relatore persuaso di dover parlare a un uditorio se non ostile, certamente affollato di irriducibili misoneisti.

Mai avremmo pensato, e tuttora stentiamo a credere, che l’Ingv sia un covo di così agguerriti conservatori.

Peccato che, dopo tanto insistere sul cambiamento, quasi nessuno a via di Vigna Murata se la senta di ammettere di aver assistito, in questi mesi di gestione Ghilardi, a una svolta epocale.

Tutt’altro.

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