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Lunedì, 27 Lug 2026

Di recente, un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza ha pubblicato sulla rivista scientifica PLoS ONE uno studio che rappresenta un ulteriore passo in avanti per la cura dell’Artrite reumatoide.

Questa patologia è una malattia autoimmune cronica che si stima colpisca tra lo 0,3 e 1,0% della popolazione mondiale e, in Italia in particolare, ne sono affette più di 300.000 persone di ogni età. La disponibilità di terapie innovative ed efficaci, basate sull’uso di farmaci biotecnologici (quali i biologici antiTNF), ha modificato grandemente negli ultimi 15 anni la qualità di vita dei malati e la loro attesa di vita.

Non tutti i pazienti con artrite rispondono però in modo adeguato a queste terapie: diventa pertanto estremamente utile disporre di marcatori di risposta, cioè di biomarkers, capaci di individuare in anticipo su quali pazienti i farmaci saranno efficaci.

Da qui sono partiti i team della Sapienza, quello coordinato dall’immunologo Guido Valesini e quello del chimico Cesare Manetti, che affrontano la problematica con un approccio metabolomico, e cioè cercando l’impronta chimica (i metaboliti) dell’attività cellulare indotta dalla terapia farmacologica.

“Quello che abbiamo fatto – ha spiegato il professor Guido Valesini, docente di Reumatologia del dipartimento di Medicina interna e specialità mediche della Sapienza – è stato analizzare il siero di un campione di pazienti trattati con terapia biologica anti-TFN, utilizzando metodi di risonanza magnetica nucleare, e ne abbiamo derivato così il profilo metabolomico. I pazienti per i quali la cura risulta maggiormente efficace, presentano un profilo caratteristico e diverso dai cosiddetti non-responders: questo consente di predire l’efficacia del farmaco con grandissima attendibilità e quindi di risparmiare i costi di cure che si rivelerebbero inutili, in circa il 30% dei malati, nonché i rischi ingiustificati di possibili effetti collaterali.

Le tracce ‘chimiche’ dell’attività cellulare creano una rete di profili, una vera e propria mappa sulla quale gruppi di pazienti con le stesse caratteristiche si troveranno ad essere posizionati vicini tra loro, e quelli sui quali il farmaco risulta efficace si muoveranno nella stessa direzione.

Questo dato, come dicevamo, può essere ricavato mediante l’uso delle analisi di risonanza magnetica nucleare sui fluidi biologici, da fare necessariamente in laboratorio. Nel caso si riuscissero a individuare i descrittori essenziali è ipotizzabile dotare il paziente di una sorta di ‘navigatore metabolomico’ che permetta l’interazione anche a distanza. Infatti questa tecnologia a basso costo rivela la concentrazione dei biomarcatori e mette i dati a disposizione del medico per valutare in tempo reale la risposta alla terapia".

“Stiamo lavorando alla messa a punto di dispositivi di tipo lab-on-a-chip, con i quali indagare il profilo di risposta del singolo paziente affetto da artrite reumatoide e seguirlo durante la terapia- ha  precisato Cesare Manetti del dipartimento di Chimica, che ha aggiunto: “Questi strumenti di tipo portatile sono già stati sviluppati in Sapienza con un team di ingegneri, per i malati di celiachia e adesso stiamo cercando di renderli disponibili per le altre patologie”.

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