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Sabato, 22 Ago 2026

cina debitoMolto più dei 119 miliardi di prestiti che la Cina ha visto evaporare fra il luglio e il settembre scorsi, a tenere il resto del mondo con il fiato sospeso sono gli 877 miliardi che alla fine del terzo trimestre, sempre il resto del mondo, le aveva prestato e che chissà cosa ne stia stato in queste ore tormentate. La Bis, che ha rilasciato di recente le statistiche sul terzo trimestre 2015, non ce lo dice. Dovremo aspettare la primavera per saperlo.

Ma intanto i boatos che arrivano dal mercato lasciano immaginare che i deflussi di capitale dalla Cina proseguano, confermando che i timori del resto del mondo, alimentati da quelli che il Fmi ha espresso nel recente update del suo world economic outlook, sono ben lungi dal placarsi e anzi si infittiscono.

Non che me ne stupisca. Da tre anni questo blog scrive della Cina e della sua straordinaria fragilità, tanto che oggi rimarcarla mi pare più opera da maramaldi che da onesti osservatori. La Cina è un gigante di carta, pieno di debiti e con un sistema bancario vulnerabile, che si regge in piedi grazie a un sistema dispotico-capitalista e a un livello esagerato di investimenti pubblici, che oggi prova a entrare nel grande gioco della finanza internazionale non si capisce bene se perché costretta dagli eventi o per pura vanità.

Ciò che oggi vale osservare è come adesso il mondo guardi alla Cina, e il migliore modo per farlo, in un’epoca che tutto misura col metro del denaro, è seguire i soldi, alla vecchia maniera. Per questo le statistiche della Bis sono un utile strumento.

Il dato generale, che racconta molto più della quantità che esprime, è che nel terzo trimestre 2015 i prestiti internazionali alla Cina segnavano un calo del 17% rispetto al terzo trimestre del 2014, quando superavano il trilione, segnando il livello più basso degli ultimi due anni. I grafici, che mostrano l’andamento di tali prestiti dal 2011, ci dicono almeno due cose utili da sottolineare.

La prima è che il livello di prestiti collazionati dai cinesi al terzo trimestre 2015 è più o meno al livello di fine 2013, ma ben al di sopra del livello di fine 2010, quando stavano ben al di sotto i 500 miliardi di dollari. Quindi, per farla semplice, malgrado il calo del 17% rispetto a fine 2014, i prestiti ai cinesi sono ancora quasi il doppio di quanti non fossero appena tre anni fa, quando la moda di prestare soldi alla Cina divenne pandemica.

La seconda evidenza è che tale moda ha interessato solo la Cina, e non gli altri paesi emergenti osservati nel campione. I prestiti concessi a Brasile, India, Russia e Sudafrica sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ stata la crescita di esposizione verso i cinesi che ha portato la montagna di prestiti ai Brics a superare 1,5 trilioni a fine 2014. O, per dirla in altro modo, l’esposizione delle banche ai paesi emergenti, che adesso preoccupa gli osservatori, è stata sostanzialmente un fenomeno cinese.

Perciò comprenderete perché non sono tanto i deflussi registrati sino a fine 2015 che oggi preoccupano, ma quelli che potrebbero innescarsi se continua ancora la fuga dall’est di questi ultimi mesi. Molti diranno che la Cina è perfettamente in grado di supplire con le sue riserve a un improvviso diradarsi dei capitali esteri. Il che è probabile. Ma dimenticano che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Un mare di dollari.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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