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Giovedì, 04 Giu 2026

La strozzatura di Hormuz inizia a fare vedere i suoi effetti, viene da dire, sfogliando l’ultimo Outlook di Ocse sull’economia internazionale. L’offerta globale di petrolio, a causa della chiusura dello Stretto, è diminuita del 13,5% fra febbraio e aprile 2026, mentre la produzione petrolifera dei paesi del Golfo è crollata del 45% ad aprile.

Non va meglio per le esportazioni di LNG, anche a causa dei danneggiamenti agli impianti in Qatar provocati dalla guerra. L’offerta complessiva di gas, stima Ocse, è attesa in calo del 15% rispetto alle ultime previsioni. E non va meglio per altre produzioni non meno strategiche, come i fertilizzanti, l’elio, lo zolfo e vari componenti della petrolchimica. Quindi la strozzatura finirà col ripercuotersi anche sui prodotti raffinati.

Ciò per dire che, anche considerando l’altalena di dichiarazioni sul conflitto, gli effetti del blocco dello stretto non solo sono profondi, e lo saranno anche in futuro, ma sono anche persistenti.

Il conflitto iraniano ormai è ospite fisso delle nostre cronache, come quello ucraino. Al punto che i mercati sembra abbiano deciso di infischiarsene. Gli indici di borsa, al netto della solita volatilità, crescono ancora.

Ciò non vuol dire che questa specie di tempo sospeso non finirà col provocare danni. L’economia internazionale, anche a causa di Hormuz, è sottoposta a una pressione costante che fa ribollire vecchie e nuove contraddizioni. E l’andamento della crescita inizia a manifestare alcuni effetti di questa pressione. 

Ancora oggi, la parte del leone la stanno facendo le scorte, che però si stanno lentamente esaurendo. Alcune stime ci dicono che il volume complessivo delle scorte di petrolio è diminuito dal 129 milioni di marzo ai 117 milioni di aprile. Ma questo dato aggregato nasconde molte differenze fra i paesi. Alcuni, specie in Asia, sono assai meno dotati di scorte e perciò assai più esposti al venti della congiuntura.

In alcuni pasi, come India, Vietnam e le Filippine si è già arrivati a forme di razionamento del gas e il trasporto aereo sta iniziando ad avere le prime difficoltà a causa delle cancellazioni di molti voli fra Medio Oriente ed Europa e Africa.

Chiaramente questi effetti sono destinati ad aggravarsi quanto più le forniture rimangono irregolari. Ogni giorno, secondo le stime Ocse, mancano all’appello sei milioni di barili. Ciò significa che per ricostituire le scorte servirà un lungo periodo di offerta superiore alla domanda. E non sembra che questo evento sia proprio dietro l’angolo.

Detto in altri termini, la fiducia inizia a vacillare. Si guarda preoccupati e rassegnati insieme al conflitto, sapendo che comunque arriverà un’altra ondata inflazionistica e sperando che non sia brutta come quella del 202, che ancora dobbiamo finire di riassorbire, con la crescita dei redditi già divorata dai nuovi rincari e con i governi alla prese con sempre meno spazio fiscale da dedicare ai ristori delle popolazioni.

In sostanza questa pressione finisce con lo scaricarsi sulle catene degli scambi globali, sgonfiando le produzioni e la domanda. A compensare questa pressione contribuisce l’andamento del commercio internazionale, ma non c’è da contarci troppo. Se le tensioni internazionali dovessero persistere fino al 2027, scrivono gli economisti dell’Ocse, la crescita rallenterà al 2,1% questo e scenderà ancora all’1,8% nel 2027. E parliamo del dato globale. Le economie più deboli entreranno semplicemente in recessione.

Tutto questo mentre la pressione fa avvertire i suoi effetti anche sui policy maker, che si trovano a dover gestire situazione sempre più difficili. Pensate solo alle banche centrali, che si trovano a dover nuovamente fare i conto con una ondata di rincari mentre i tassi già gravano significativamente sul costo degli interessi dei debiti pubblici, peraltro visti a rialzo, visto che i governi si sentono in dovere di fare nuovi debiti per sostenere i propri elettori in questa congiuntura difficile. “E’ più urgente che mai aumentare gli investimenti per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili”, conclude Ocse. Ma questa esortazione implica che servono insieme tempo e denaro. Risorse notoriamente scarse.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
redazione@ilfoglietto.it

 

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