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Lunedì, 21 Set 2026

Un gruppo di ricercatori, guidato da Sheref Mansy del Centro di Biologia Integrata (CIBIO) dell’Università di Trento, ha provato a utilizzare cellule artificiali, mostrando come questi microrganismi costruiti in laboratorio siano in grado di passare un test di Turing di base. Interagendo e ‘parlando’ chimicamente con cellule batteriche viventi.

Il test di Turing valuta la capacità di una macchina di imitare il nostro comportamento, arrivando così a ‘pensare’ come un essere umano. Per passare questa prova, messa a punto negli anni ’50 dal matematico Alan Turing, un computer deve essere in grado di ingannare il valutatore e fargli credere di essere umano, in genere attraverso un sistema di domande e risposte.

Mansy e il team di ricercatori sostengono, infatti, che forme di vita artificiale possano sviluppare la capacità di comunicare con le cellule reali, e questo può essere misurato nello stesso modo in cui si valuta l’intelligenza artificiale dei computer.

Per dimostrare questa intuizione, i ricercatori hanno costruito dei lipidi in nano-scala capaci di ‘ascoltare’ i segnali chimici emessi dai batteri. Tali cellule artificiali dimostravano di ‘capire’ le cellule naturali, attivando un particolare gene che le rendeva luminose. Erano inoltre in grado di comunicare con diverse specie batteriche, comprese V. fischeri, E. coli e P. aeruginosa.

Lo studio, pubblicato sulla rivista ACS Central Science, è stato possibile grazie a finanziamenti della Fondazione Simons, della Fondazione Armenise-Harvard, della National Science Foundation e della Provincia autonoma di Trento.

Sheref Mansy, leader della ricerca, si è trasferito a Trento nel 2009 dopo aver vinto il Career Development Award della Fondazione Armenise-Harvard e aver fondato al CIBIO il Laboratorio di Origine della Vita e Biologia Sintetica.

Obiettivo del laboratorio è trovare, a livello cellulare, eventuali passaggi intermedi tra ciò che è inanimato e ciò che non lo è: in particolare, costruendo cellule in grado di ‘respirare’ artificialmente. Questo approccio può avere risvolti molto importanti per quanto riguarda l’avanzamento delle terapie cellulari, grazie alla realizzazione di cellule artificiali capaci di ‘ingannare’ i batteri.

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