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Venerdì, 27 Feb 2026

Chi ha qualche primavera di troppo sulle spalle e si è fatto le ossa sulla storia delle civiltà leggendo Toynbee, magari storcerà il naso scoprendo che oggi esistono studiosi che sono riusciti a comporre modelli matematici anche su questo traendone informazioni davvero preziose. Come quella che la durata media di una civiltà è di circa tre secoli, decennio più decennio meno. Materiali ottimi per l’attenzione distratta che riserviamo alla conoscenza nel nostro tempo: si calcola che il media il dwelling time su internet – ossia il tempo che passiamo davanti a uno schermo compulsando un qualunque argomento – di rado supera una manciata di secondi.

E una manciata di secondi basta per capire che le civiltà finiscono tutte, prima o poi. E magari la nostra, che già da più di un secolo si dà in fase terminale, finirà anche prima delle altre censite da questi volenterosi compilatori di statistiche, per fortuna troppo intelligenti per non capire che definire una civiltà, e quindi la sua durata storica, somiglia né più né meno al tentativo di recintare il mare.

E tuttavia ci provano, eroicamente. Con la differenza che se a Toynbee servirono una dozzina di volumi per il suo studio sulla storia, a loro bastano una dozzina di paginette. Il dwelling time, evidentemente, si accorcia insieme con la durata della nostra civiltà, almeno a dar retta a un altro illustre storico, l’olandese Huizinga, che già negli anni Trenta del secolo XX scriveva che la troppa istruzione ci sta rendendo sottoistruiti.

E ci sarebbe davvero da chiedersi cosa significhi oggi, che si fanno regressioni pure per sapere quando andare a cena, essere istruiti. Ma siccome non c’è tempo – il tempo corre davanti a uno schermo e nessuno leggerà queste righe se non salto subito alle conclusioni – ecco che il nostro studioso, lodevolissimo quanto a impegno e intento, prende spunto dal lavoro di un altro cervellone come lui, Larry Freeman, che un anno fa ha pubblicato un lavoro nel quale identificava un certo numero di civiltà, definite secondo alcuni criteri, e ha calcolato che la durata media è stata di 336 anni. Col che possiamo ipotizzare che la nostra civiltà, il cui inizio potremmo datare con la gloriosa rivoluzione inglese del 1688 – una scelta personale certo, ma argomentabile con facilità – è già da un pezzo arrivata a fine corsa. Il nostro mondo dovrebbe finire più o meno intorno al 2024, dopo essere scampato al millenium bug e alla fine del mondo prevista dal calendario maya. E certo, a guardare la cronaca, le premesse sono ottime.

Freeman non è stato l’unico a fare certi ragionamenti. Un altro studioso, Luke Kemp, ha prodotto arzigogolati articoli per la BBC, dai titoli seducenti. Tipo: Quanto sono durati gli imperi delle antiche civilizzazioni? Oppure: Siamo sulla strada di un collasso di civiltà? Che quasi fa rimpiangere il vecchio Tramonto dell’Occidente di Spengler, che almeno condiva il suo cattivo umore con una vastissima erudizione.

Per fortuna gli studiosi non sono come sembrano. L’autore che ha elaborato le sue regressioni sulla base degli studi di Freeman e Kemp si affretta a sottolineare, fra una tabella e un istogramma, che queste analisi non hanno certo valore predittivo. “La periodizzazione difficilmente può sfuggire alla combinazione di elementi oggettivi e soggettivi, consentendo analisi di sensibilità e diversi insiemi di ipotesi”.

Detto diversamente, l’occhio di chi guarda modifica la realtà osservata. Che non è solo un celebre principio della fisica, ma anche del nostro vivere sociale in questo secolo XXI. L’ascesa dell’individuo, in sostanza, corrisponde al declino di qualunque verità. Perché la verità non è funzionale al dwelling time, al contrario dell’individuo, la cui inesauribile fantasia non è solo la fonte della moneta sociale che chiamiamo celebrità con cui viene remunerato, ma anche lo strumento di cattura dell’audience.

L’utilizzo spregiudicato della matematica, travestimento dei propri convincimenti, è la ciliegina sulla torta. Il perfetto contentino di una società che non crede più alla verità, ma desidera essere ingannata dall’apparenza dell’oggettività. E, soprattutto, intrattenuta. Anche se solo per pochi secondi alla volta.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer
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