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Mercoledì, 04 Mar 2026

Roberto Tomeidi Roberto Tomei

Al di là di ogni ragionevole dubbio, l'astensionismo è stato il grande protagonista delle recenti consultazioni elettorali, avendo tale fenomeno assunto proporzioni sinora sconosciute, almeno nel nostro Paese.

Ma la novità sta appunto soltanto nelle proporzioni, poiché la tendenza a disertare le urne è andata sempre rafforzandosi negli ultimi trent'anni, contrariamente a quanto accadeva nei primi decenni del secondo dopoguerra.

Non va dimenticato, infatti, che la partecipazione di grandi masse alla vita politica è un fatto abbastanza recente, dato che il suffragio universale e l'uguaglianza del voto sono stati in generale raggiunti soltanto nei primi decenni del XX secolo.

Limitandoci al nostro Paese, nel periodo 1861-1880 gli aventi diritto al voto superavano di poco  il 2% della popolazione (si pensi che in alcune circoscrizioni i candidati solevano convitare l'intero loro corpo elettorale); nel periodo 1882-1890 la percentuale non raggiungeva comunque il 10%.

Quando, nel 1913, si addivenne ad un allargamento del suffragio universale, gli elettori rappresentavano ancora meno del 23% della popolazione e per l'estensione del voto alle donne, com'è noto, fu necessario attendere la fine della seconda guerra mondiale.

Se il suffragio universale si raggiunse solo nel 1946 (in occasione del referendum istituzionale attraverso il quale il corpo elettorale fu chiamato a scegliere tra monarchia e repubblica), si comprende come nel dopoguerra si registrassero tassi di partecipazione elettorale molto elevati, a prescindere dal tipo di consultazione.

La tendenza a recarsi in massa alle urne caratterizzò non solo gli anni della ricostruzione ma anche quelli del boom economico. Una graduale diminuzione dei tassi di partecipazione iniziò soltanto a partire dalle elezioni politiche del 1979, ma si accentuò, anche qui a prescindere dal tipo di consultazione, negli anni successivi, in particolare nel corso degli anni '90.

Nelle elezioni politiche del 2001 il tasso di astensionismo toccò quasi il 19%, un valore che, sommato al 6% di schede bianche e nulle, fece salire la misura complessiva del non voto al 25%. In altre parole, un italiano su quattro non si era recato a votare. Con un ulteriore aspetto da evidenziare: il dato appariva diffuso su tutto il territorio nazionale, salvo che per un deficit di partecipazione maggiore nel centro-sud.

A ragionare in termini di filosofia della storia, leggendo cioè l'astensionismo delle recenti consultazioni elettorali come l'esito ultimo delle precedenti e reiterate manifestazioni di disaffezione al voto, non ci si poteva aspettare niente di diverso da quanto è accaduto. Tanto più che medio tempore nessun elemento di novità nella dialettica tra paese legale e paese reale poteva autorizzare a intravedere all'orizzonte spiragli di un'inversione di tendenza.

Alle elezioni regionali del 2010 è accaduto così che quel valore del 25% di cui si è detto poc'anzi sia stato quasi doppiato, con l'effetto di allineare ancora di più, almeno per ora, il nostro Paese al resto del mondo democratico liberale. Cosa pensare del forte astensionismo di queste elezioni? Bisogna veramente preoccuparsene? Lo vedremo nella prossima puntata.
1 - continua

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