Non è mai troppo tardi. Alberto Manzi, una vita tante vite, di Giulia Manzi – ADD editore, novembre 2024 – pp. 200, euro 18,00.
Recensione di Adriana Spera
Chi dei baby boomer non ricorda la trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, condotta dal maestro Alberto Manzi? Andata in onda dal 15 novembre 1960 al 10 maggio 1968 su Rai 1, avente lo scopo - in un’Italia in cui, stando al censimento Istat della popolazione del 1961, in media v’era l’8,30% della popolazione analfabeta (il 6,60% dei maschi e il 10% delle femmine) - di insegnare a leggere e scrivere agli adulti e aiutarli a conseguire la licenza elementare, alla fine permise di superare tante difficoltà di apprendimento anche a bambini in età scolare e prescolare.
Chi scrive, all’età di tre anni leggeva ma non era in grado di scrivere e, grazie a Manzi, imparò a farlo.
L’appuntamento pomeridiano con il Maestro incantava adulti e bambini, indistintamente.
Giulia Manzi, ultima figlia del maestro, ha voluto ricordarlo due anni fa, in occasione del centenario della sua nascita, con la riedizione rivista, ampliata e ragionata di un suo libro scritto dieci anni prima per commemorare il padre.
Non è mai troppo tardi. Alberto Manzi, una vita tante vite è una biografia parziale che rievoca gli ultimi anni di vita e svela particolari sconosciuti del grande pedagogista e, soprattutto, la sua ossessione per una necessaria alfabetizzazione universale come mezzo per «essere artefici del proprio destino e provare a vivere liberi e felici», come ci ricorda nell’introduzione Matteo Saudino, professore di filosofia, autore di numerosi libri e ideatore del popolare canale YouTube BarbaSophia.
Tuttavia, per Manzi imparare a leggere e scrivere doveva essere un modo per emanciparsi, non per opprimere gli altri. Nell’ultima puntata della sua trasmissione lasciò questo messaggio ai suoi allievi-ascoltatori: «Se leggere e scrivere vi servirà per ingannare gli altri, tornate analfabeti. Se aver imparato a leggere e scrivere vi servirà per mentire, tornate analfabeti. Non dovete smettere di studiare o comincerete a pensare di sapere tutto. Vi chiuderete dentro voi stessi e il vostro egoismo e sarete analfabeti laureati. Siamo noi, proprio noi, che giorno per giorno possiamo trasformare il mondo, anche se non contiamo niente».
Come scrive l’autrice, in questo libro c’è «l'Alberto Manzi scrittore, l'avventuriero, il maestro... Che ha lasciato una testimonianza di vita e di militanza non violenta attraverso i suoi libri, che ha sempre spinto verso la curiosità, l'esplorazione, l'istruzione… che ha donato se stesso e il suo tempo agli altri perché – come diceva sempre – “ogni altro sono io”».
E così scopriamo che quel maestro pacato, dall’aspetto tranquillo e mite, che parlava con voce dolce e chiara in televisione, dal 1955 e per circa trent’anni, ogni anno si recava in sud America rischiando la vita per compiere imprese pericolose e rivoluzionarie, al limite del “terroristico”, che andavano dall’istruire gli indios al liberare i suoi amici rivoluzionari imprigionati dalla polizia boliviana perché insegnavano a leggere e scrivere a un popolo schiavo della propria ignoranza. Gli amici di Manzi erano suoi antichi compagni di lotta partigiana, poi divenuti missionari vicini alla Teologia della Liberazione, che vide coinvolti in quegli anni in sud America tanti giovani preti intenti a battersi contro le diseguaglianze imperanti in quei territori, in opposizione alle posizioni ufficiali e conservatrici della Chiesa cattolica.
Giulia non ci racconta quasi nulla della vita privata di Manzi prima del suo secondo matrimonio, non parla mai dei suoi fratellastri; la sua, al di là della citazione e del commento delle opere paterne, è più la biografia dell’amore tra suo padre e sua madre e nel suo nucleo familiare. E’ il racconto dell’educazione sentimentale alla vita, alla natura, alla letteratura che un padre dà alla propria figlia, «mi ha regalato passioni, sogni, ambizioni e progetti. Mi ha insegnato la curiosità e l'amore per la vita: un dono che poche persone riescono a ricevere…mi ha regalato nove anni del suo tempo, trovando sempre un momento per me e senza mai scacciarmi perché aveva da fare, o perché lo annoiavo… Mio padre era come un bambino: si stupiva della vita, la amava. Nonostante avesse fatto molte esperienze, riusciva sempre a vedere il nuovo e il bello in ogni cosa».
Tuttavia, scopriamo che quell’uomo pacato era in realtà un uomo inqueto e sofferente, come ci racconta la sua seconda moglie, Sonia Boni, «credo che la vita di Alberto sia stata dolorosa in molte occasioni perché odiava litigare… Mi chiedevo: quest'uomo che ha avuto tutto dalla vita, che ha avuto una famiglia, dei figli, che ha scritto dei libri, un uomo che ha questa profondità, questo senso dell'altro, che si dedica così intensamente al suo lavoro, può essere così profondamente solo? Alberto mi è parso un'anima sola su questa Terra e non me l'ha mai nascosto».
Manzi cercò di battersi per una scuola innovativa, aperta a tutti, contrario a un sistema di valutazione. Incorse per questo in sospensioni dal servizio; chissà cosa avrebbe fatto oggi dinanzi a una visione governativa pedagogica retriva, che intende la scuola e la società come un sistema dispensatore di punizioni nei confronti di bambini e ragazzi “problematici”. Manzi diceva «Se si è profondamente onesti come insegnanti, bisogna riconoscere che sono i bambini con problemi che hanno mandato in crisi il sistema di valutazione, e oggi i bambini di problemi ne hanno molti di più di quelli che avevano una volta… Mettere un giudizio a un bambino o a un ragazzo, relativo a un momento specifico della sua vita, significa bollarlo».
Il Maestro, come ricorda la figlia, «era profondamente cristiano. Non cattolico». In suoi appunti giovanili del 1946-47 scriveva: «Essere Cristo è vivere e combattere al servizio degli altri…È lottare senza violenza, senza odio, in nome della dignità, del rispetto, dell’amore e dell’uomo stesso…essere Cristo è qualcosa che va oltre la religione. È comprendersi l’un l’altro, aiutarsi e mettersi sempre nei panni altrui…È della fratellanza che il potere dovrebbe aver paura».
Una lezione molto attuale quella del Maestro, oggi più che mai dovremmo ricordarci di essere uniti e aiutarci reciprocamente per andare avanti in un mondo in cui il male, l’odio e la guerra prevalgono.
Che tipo di autore fu Alberto Manzi? I suoi romanzi, anche quelli per bambini, non erano a lieto fine perché pensava che se una storia avesse avuto un lieto fine non avrebbe consentito al lettore di prendere coscienza dei problemi che affliggevano i protagonisti dei suoi racconti. Insomma, il lettore doveva imparare a riflettere che per combattere contro le difficoltà della vita bisogna essere solidali perché solo l’unione spaventa il potere, non le armi, non la violenza perché diceva: «Non si può combattere chi ha più forza con la forza».
In un suo articolo presente nel libro, egli scrive: ”La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell'abitudine, all'insolenza dell'autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare”.
Infine, Giulia ci racconta l’ultima esperienza di Manzi, quella come sindaco di Pitigliano, un’esperienza dolorosa perché gli ha mostrato le miserie umane di politici di basso cabotaggio come purtroppo ce ne sono a migliaia, specie a livello locale, in Italia. Personaggi che vivono l’amministrazione della cosa pubblica, locale o nazionale che sia, non come bene comune ma come mera espressione, esercizio di potere personale. Immaginate questi personaggi come potevano accogliere un sindaco che pensa che il suo ruolo, le sue scelte debbano essere dettate dalla partecipazione e dal coinvolgimento della comunità che governa.
Dinamiche a cui purtroppo assistiamo sempre più di frequente e chi prova a governare diversamente viene espulso dal sistema a furor di popolo, grazie anche alla vulgata dei media, con il risultato che viviamo in un paese ormai in declino.
Come fece scrivere anche sulla sua tomba, «Onestà, onestà, onestà, e ancora onestà, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo…solo essendo onesti si può essere e non avere».
Adriana Spera

