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Giovedì, 12 Mar 2026

Il problema principale, al quale certo non si potrà dar soluzione prima di un certo tempo, e a patto di non sbagliarne troppe, è che la spirale dei prezzi in crescita ormai ha superato da un pezzo i beni che l’hanno originata, quindi prodotti energetici per cominciare, e sta interessando una quota crescente dei beni che compongono i panieri sulla base dei quali vengono determinati gli indici. Detta semplicemente: sta aumentando tutto.

Questo processo è già molto avanzato nel Regno Unito, alle prese con una difficile congiuntura che è insieme economica e politica. E d’altronde non potrebbe essere diversamente. Il Regno Unito è stato sempre all’avanguardia lungo la strada del progresso e lo spettacolo deprimente che sta mandando in scena la sua classe dirigente, ormai conclamato dopo la Brexit, è la dimostrazione più evidente della crisi profonda che sta attraversando questo paese. Dovremmo sorprenderci che l’inflazione laggiù sia più alta che altrove?

Forse no. Se iniziassimo a guardare al processo inflazionistico come qualcosa di più complesso che un semplice travaso di rincari da un bene all’altro, forse potremmo arrivare a comprendere che la spirale dei prezzi si avvita molto più velocemente – e quindi l’indice accelera – quando in un’economia giungono al punto di rottura situazioni di crisi concomitanti. Questo riverberarsi di uno stato di crisi si espande agli spiriti animali degli agenti economici proprio come il contagio dei prezzi energetici verso gli altri. Ormai, in Gran Bretagna l’80 per cento dei beni del basket dal quale si estrae l’indice ha un tasso di crescita dei prezzi che supera il 4 per cento. Nell’eurozona siamo arrivati a 60, mentre il solito Giappone non arriva al 30.

Adesso, confrontare lo spettacolo che sta dando la Gran Bretagna e andate a vedere quello che succede in Giappone. Osserverete che alle arlecchinate inglesi corrisponde una silenziosa – e per certi versi inquietante – compostezza asiatica. Non c’entra niente con l’inflazione, diranno gli esperti. Forse hanno ragione. Oppure non sappiamo ancora quantificare i danni che provocano alle vicende economiche i disordini politici.

Detto ciò, il problema è diffuso. Gli Usa stanno proprio in mezzo fra l’Europa e la Gran Bretagna, in questa classifica del “contagio” inflazionistico. E se guardiamo alle loro vicende politiche, notiamo che in effetti stanno a metà fra il teatrino britannico e il circo europeo. C’è una differenza però. Da inizio anno, ossia più o meno da quanto la Fed ha iniziato a fare sul serio, il contagio si è stabilizzato. L’inflazione è sensibile alla serietà, che tende a raffreddarla. Quindi è probabile aumenti ancora.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer
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