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Venerdì, 23 Ott 2026

Il grafico nella foto accanto, elaborato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) in occasione di un report sulla crescita dei salari in Europa, dentro e fuori l’Eurozona e l’Ue, non ha bisogno di molti commenti. La prima metà dell’anno ha prodotto una robusta crescita delle retribuzioni nominali in gran parte dell’Europa, al netto di Svezia e Italia, che si sono mosse appena dalla scala di crescita delle retribuzioni osservata nel quinquennio 2015-2019.

Questo è un fatto. Le retribuzioni italiane sono ben sotto la media europea e quindi i consumatori italiani stanno pagando più caro di altri il loro costo della vita. La questione è tanto più rilevante oggi, che il tema delle dinamiche salariali è ben lungi dall’essere esaurito. Nel senso che la resilienza dell’inflazione alle restrizioni monetarie porrà con sempre maggiore frequenza sul tavolo dei decisori l’esigenza di adeguare le retribuzioni al costo della vita. Carburante ideale per l’inflazione.

Proprio di questo parla l’approfondimento del Fmi che, partendo proprio dall’osservazione delle dinamiche salariali nell’Europa Centrale, Orientale e Sudorientale (Central, Eastern, and Southeastern Europe, CESEE), invita alla prudenza. “Visti i rischi di inflazione – scrive il Fondo – le politiche monetarie e fiscali dovrebbero essere restrittive. Le politiche strutturali dovrebbero essere focalizzate sull’aumento della produttività del lavoro e sull’offerta di lavoro”.

Temi annosi, viene da dire. Da sempre la gran parte degli osservatori internazionali batte sul tasto delle cosiddette politiche dell’offerta, che hanno il doppio svantaggio di essere poco popolari e soprattutto lente a svolgere i propri effetti, mentre si vedono subito i costi. Questa asincronia, fra lo spirito (istantaneo) della nostra epoca e il lento lavorio che il tempo richiede per svolgere i suoi effetti è il cuore del nostro problema economico. La vicenda inflazionistica semplicemente ce lo ricorda.

In dettaglio, le tensioni sulle dinamiche salariali intervengono in un momento in cui i mercati del lavoro sono ancora tesi, con tassi di disoccupazione bassi rispetto alle medie storiche. Tutto congiura, insomma, per incrementi significativi delle retribuzioni mano a mano che scadono i contratti. Che sarebbe anche giusto, a ben vedere. Lo stesso Fmi riconosce che c’è “un gap sostanziale nei salari reali delle economie avanzate dell’Ue, mentre i paesi CESEE hanno recuperato i livelli salariali di lungo termine”.

Ma anche se questo gap venisse colmato, rimane il problema di come si giunge a questo obiettivo. La qualità dell’adeguamento salariale è più importante della sua quantità. In particolare, bisogna distinguere fra un approccio backward looking, che si basa sull’esperienza dell’inflazione vissuta, e un approccio forward looking, che invece si basa sulle aspettative. L’analisi svolta dal Fmi mostra che nei paesi CESEE ha prevalso l’aspetto backward, che ha lo svantaggio di provocare “grandi rischi di alimentare un’inflazione sostenuta”.

Questo rischio emerge con chiarezza dalle previsioni sugli andamenti futuri delle retribuzioni. I modelli infatti ipotizzano che la crescita dei salari proseguirà a ritmo elevato anche per tutto l’anno prossimo, ed esiste anche la possibilità che la dinamica acceleri più del previsto, di fatto impattando su quella inflazionistica. Piccole spirali crescono.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
Twitter @maitre_a_panZer
redazione@ilfoglietto.it

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