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Domenica, 15 Feb 2026

Sembra che l’Opec sia tornata al passato, ai primi anni Dieci del nuovo secolo, quando l’organizzazione agì in modo da deprimere a lungo le quotazioni del petrolio usando l’unica leva di cui dispone: l’aumento della produzione.

All’epoca si pensò che la manovra avesse il fine di mettere fuori mercato la nascente industria dello shale oil dei Usa, che intanto aggiungevano la loro produzione a quella già abbondante del cartello. Il risultato, al quale contribuì anche un sostanziale rallentamento della domanda di petrolio, anche a causa del minor dinamismo dell’economia cinese, fu che i corsi petroliferi diminuirono di oltre il 30% – il 34, secondo la Bce che riporta il dato nel suo ultimo bollettino – che diede una spinta ulteriore alle pressioni deflazionistiche che all’epoca agitavano i sonni dei banchieri centrali, e non solo i loro. 

Questa la storia recente. Ma oggi che succede? Il grafico sopra ci racconta di un sostanzioso aumento della produzione che l’Opec ha deciso di effettuare nel corso di quest’anno, malgrado i prezzi del greggio fossero a un livello giudicato contenuto.

Secondo gli analisti della Bce, molto di queste decisioni ruota attorno all’Arabia Saudita, che di solito interpreta un ruolo di stabilizzatrice dei prezzi del petrolio finché non decide di fare il contrario. Oggi, ad esempio, la quota dell’offerta globale rappresentata dal paese è ancora inferiore rispetto a quella del 2014, mentre i produttori non Opec hanno continuato ad aumentare la produzione.

Se in questa fase l’Arabia decidesse di aumentare il suo output, questo sarebbe un segnale che gli altri componenti del cartello, che tendono a derogare dalle quote di produzione fissate, comprenderebbero senza dubbio.

La Bce ha confezionato un modello secondo il quale se l’Arabia aumentasse la sua produzione, i prezzi del greggio con molta probabilità diminuirebbero di un altro 10 per cento. 

Che è un modo educato per dire che l’Arabia ha notevoli leve per determinare l’andamento dei prezzi del petrolio. Almeno fino a un certo punto. Perché la situazione di oggi è molto diversa da quella del 2014, anche se somiglia. Lo shale oil Usa ha saturato i suoi spazi di crescita e le previsioni dell’AIE stimano crescite moderate della produzione globale anche per l’anno prossimo, nell’ordine dell’1,7%.

Per giunta, il conflitto russo-ucraino aggiunge una variabile rialzista, visto che le sanzioni potrebbero diminuire l’offerta di petrolio. L’Arabia ha molto petrolio. Ma non abbastanza.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
coautore del libro “Il ritmo della libertà”
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