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Giovedì, 02 Apr 2026

Nel secondo trimestre del 2024 il Pil nominale italiano è diminuito di 0,4% rispetto al trimestre precedente, mentre quello reale è cresciuto di 0,2%. Si tratta di un evento che capita alquanto raramente, con un solo precedente dal 1995, avvenuto nel primo trimestre 2006.

Il Pil è detto nominale perché i beni e servizi sono valutati ai prezzi correnti in cui sono scambiati e la sua variazione può dipendere sia dai volumi di produzione che dai prezzi. Nel Pil reale, invece, i prezzi sono mantenuti costanti e a variare sono solo le quantità ed è per questo che è sinonimo di crescita economica. Tra aprile e giugno 2024, il deflatore del Pil (che, a differenza dell’inflazione al consumo, considera tutti i beni e servizi scambiati) è diminuito di 0,6%, mentre le quantità prodotte, seppure di poco, sono cresciute. E questo spiega perché i due indicatori si sono mossi in modo discordante.

La stima acquisita per il 2024 è di 0,6%, contro una previsione governativa di 1% dello scorso aprile. Per conseguire l’ambizioso risultato, l’economia nel secondo semestre dovrà accelerare non poco, almeno 0,3% a trimestre. Ma bisogna vedere se ci sono le condizioni.

Al di là dei tecnicismi, la realtà è che con il secondo semestre sono emersi segnali di una crescita asfittica e non è un caso che il principale contributo è venuto dalla variazione delle scorte. Il calo prolungato della produzione industriale, il ridimensionamento del settore costruzioni dopo la fine degli incentivi, la situazione reddituale delle famiglie, la congiuntura sfavorevole della Germania, fanno realisticamente ritenere che la situazione a breve non migliorerà o potrebbe addirittura volgere in negativo.

A confermare il quadro tutt’altro che incoraggiante è la diminuzione delle unità di lavoro a tempo pieno, un indicatore che va a braccetto con la crescita, perché a differenza dei dati positivi sul numero di occupati, tiene conto delle ore effettivamente lavorate.

Motivo di conforto per il Governo sono le entrate tributarie che, tra dirette, indirette e territoriali, a luglio hanno cumulato un gettito di 20,7 miliardi in più dello scorso anno, il 3,3% acquisito a fronte di un +2,7% previsto nel Def. Ci sono, però, due considerazioni da fare. La prima è che un contributo importante lo sta dando il Pnrr, con lo Stato che incamera una buona fetta dei prestiti e sussidi ricevuti (in prevalenza per Irpef e Iva), man mano che i soldi – anche se a rilento – sono spesi: sebbene il flusso proseguirà per almeno altri due anni, non si tratta di entrate strutturali. La seconda è che imprese e banche stanno utilizzando i crediti fiscali accumulati con le misure agevolative, tra cui il Superbonus, per cui il dato di cassa non è così roseo come quello di competenza.

Nei prossimi giorni conosceremo il Piano strutturale di bilancio, il documento previsto dalle nuove regole del Patto di stabilità e crescita, che definirà la politica economica per i prossimi 7 anni. Gran parte dei margini di manovra per la prossima legge di bilancio sembrano già ipotecati dalla riconferma delle misure che andranno in scadenza a fine anno, a partire dal taglio del cuneo fiscale che da solo vale quasi 12 miliardi. Le prospettive macroeconomiche non sembrano favorevoli e senza consistenti tagli alla spesa corrente o nuove coperture difficilmente immaginabili, sarà arduo realizzare qualsiasi intervento in favore di famiglie o imprese.

Franco Mostacci
ricercatore statistico, analista economico, giornalista pubblicista
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