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Martedì, 03 Mar 2026

Nel gran parlare che si consuma ragionando su come l’intelligenza artificiale (IA) cambierà le nostre vite, vale la pena leggere uno studio molto utile pubblicato nei giorni scorsi dalla Bis di Basilea che prova a misurare, con un caso reale, come l’utilizzo di un programma di intelligenza artificiale, pensato per sviluppare coding, ossia programmazione, abbia impattato sul lavoro di un team di programmatori costruito da lavoratori con minore e maggiore esperienza.

Il grafico sotto lascia pochi dubbi sul fatto che l’IA aiuti a far crescere la produttività. Confrontando le due squadre coinvolte nell’esperimento, una che aveva accesso a Codefuse (il programma IA) e l’altro no, si è osservato che il numero di righe prodotte del team che usava Codefuse era superiore del 55% rispetto al gruppo che ne era sprovvisto (gruppo di controllo) e si è stimato che circa un terzo di questo incremento di produzione fosse attribuibile all’aver potuto contare sulla collaborazione del programma IA.

 

Prima di proseguire nell’analisi dello studio, tuttavia, vale la pena sottolineare che misurare la produttività semplicemente utilizzando un criterio quantitativo (numero righe di codice prodotte) rischia di rappresentare molto parzialmente l’efficacia della produzione. Chiunque abbia sfogliato la mia Storia della ricchezza, ricorderà che i sovietici producevano un numero imponente di merci che però erano spesso inutilizzabili. Anche la qualità di ciò che si produce rileva, ai fini della produzione. E questo vale anche per le righe di codice.

Ma il punto davvero interessante dello studio è un altro: i guadagni statisticamente più significativi di produttività si sono osservati assai più fra i programmatori più giovani e molto meno fra quelli senior.

“Questa differenza – scrive la Bis – sembra derivare da un minore coinvolgimento da parte dei programmatori senior, piuttosto che dal fatto che lo strumento fosse meno utile per loro. La velocità con cui i programmatori accettavano i suggerimenti dell’IA non variava con il livello di esperienza, il che suggerisce che il minore impatto sulla produttività dei programmatori senior era dovuto a un uso meno frequente dello strumento”.

Questa conclusione dice molto sul modo col quale ogni rivoluzione tecnica impatta sulle società, a cominciare da chi è chiamato a confrontarcisi per lavoro. E questo ha a che fare con la nostra costituzione psicofisica, che ovviamente a sua volta ha a che fare con l’età del soggetto.

La ricerca neuroscientifica identifica chiaramente la nostra tendenza (i neuroscienziati parlano del cervello, ma qui si preferisce pensare che siamo una persona intera) a essere conservativi circa gli schemi di comportamento che adottiamo nel tempo. Imparare è faticoso e dispendioso a livello energetico. Per questo costruiamo costantemente abitudini che tendono a creare comportamenti stereotipati.

Incontrare una nuova tecnologia, e ne abbiamo fatto esperienza tutti anche semplicemente aprendo un canale social, richiede questo tipo di impegno. E chiaramente chi deve fare un certo lavoro e lo fa da tempo, ad esempio scrivere righe di codice, avrà già costruito i suo algoritmi personali e malvolentieri si confronta con quelli progettati da un altro, tanto più se quest’altro è una macchina.

Al contrario, chi non ha esperienza è molto più malleabile, essendo meno strutturato. Più disposto ad accettare di essere “consigliato”. Questo principio non è così strano: è la base stessa dell’insegnamento, laddove un docente “forma” un discente. Il fatto che oggi i docenti possano essere dei software è la novità. Ma il processo è antico quanto l’uomo.

Sempre la storia ci racconta che il discente, una volta imparato ad apprendere svilupperà i suoi metodi e i suoi sistemi. Quello che resta da capire, tornando all’esempio della nostra sperimentazione, è se il giovane programmatore sarà in grado una volta divenuto senior, di pensare con la sua testa mentre si confronta con l’IA oppure no. Se, vale a dire, si limiterà a scrivere sempre più sotto dettatura. Ma questo uno studio non può dircelo. Ce lo dirà il futuro.

 Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
coautore del libro “Il ritmo della libertà”
Twitter @maitre_a_panZ
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