Giornale on-line fondato nel 2004

Giovedì, 05 Nov 2026

Carrarmato CanvaGli anni Venti del XXI faranno storia, sicuramente. Non tanto per le loro innumerevoli crisi, che hanno condotto persino al conio di neologismi giornalistici di successo (“policrisi”), quando per il grande ritorno dell’attrazione fatale per la spesa militare, che interrompe un trend che declinava dal secondo dopoguerra.

Sembra che il mondo si sia stancato di stare in pace. Peggio ancora, tornano in auge vecchi modi di dire – “Si vis pacem para bellum” – e pensieri che si sperava fossero stati consegnati alla storia. Ma la storia non passa mai davvero. Sotto sotto covano i soliti vecchi istinti che l’homo sapiens non ha minimamente imparato a governare, col risultato che governano loro. I vecchi istinti.

Poiché è chiaro che ormai viviamo in un tempo che prepara la guerra con la scusa di voler conservare la pace, rassegniamoci a leggere resoconti come quello che il Fmi propone nel suo ultimo WEO, che dice tutto già dal titolo: “Global economy in the shadow of war”.

L’ombra della guerra, scrive pudicamente il fondo, ma soprattutto l’economia globale, che chissà come prenderà questa iniezione di miliardi che il settore dell’industria militare sarà chiamato a digerire. E non solo. Pensate alle catene di fornitura, ai riflessi finanziari che sono destinate ad originare. Ma soprattutto è quasi commovente che ci siano ancora istituzioni che si preoccupano dell’economia globale, quando pare evidente che ormai quelli che contano, che poi sono quelli che usano la forza, semplicemente se ne infischiano.

Cominciamo dai dati. Piano piano, il numero di paesi che supera il 2% del pil per la spesa militare è arrivato a una quarantina, un livello che non si vedeva dagli anni ’90. Siamo lontani dalla settantina abbondante del dopoguerra, ma l’inversione del trend è chiara, e chissà quante soprese ci riserverà in futuro.

Scopo dell’osservazione del Fmi è analizzare le conseguenze macroeconomiche dell’aumento della spesa per la difesa ponendosi tre questioni semplici, ma solo all’apparenza: cosa caratterizza un boom della spesa per la difesa? Quali sono i trade-off che porta con sé un tale incremento? Quanto pesano i moltiplicatori della spesa militare sul pil?

Per rispondere a queste domande, il Fmi ha attinto a un ampio dataset che include 164 paesi sin dal 1946 e sviluppato un modello interpretativo che arriva ad alcune conclusioni.

La prima è che i boom di spesa militare sono diventati più frequenti, in particolare dalla metà degli anni Dieci del secolo XXI. Hanno avuto una magnitudo pari al 2,7% del pil, in media, e sono durati oltre due anni e mezzo, sempre in media. Il fatto rilevante che questa spesa è stata fatta in deficit per i due terzi, e quindi genera effetti di lungo termine sulle contabilità pubbliche.

Il lato positivo è che questo shock “benigno” di spesa militare nel medio termine spinge i consumi privati e gli investimenti attraverso lo stimolo della domanda, nel settore oggetto di spesa e quelli ad esso correlati, generando però al tempo stesso un effetto spiazzamento per gli investimenti privati. Sul versante dell’offerta, la spesa militare è seguita solitamente da un aumento dello stock di capitale e della produttività totale dei fattori.

Il lato negativo è squisitamente fiscale e può generare effetti sulla spesa sociale. Esiste, insomma, un evidente trade-off  fra spesa per il warfare e spesa per il welfare. Basti considerare che all’aumento del deficit segue inevitabilmente quello del debito, stimato nel 7% del pil dopo tre anni dal boom di investimenti. I costi fiscali, aggiungono gli economisti del Fondo, sono particolarmente evidenti in tempi di guerra, quando il debito pubblico sale di 14 punti e la spesa sociale si riduce in termini reali.

Dulcis in fundo, la questione del moltiplicatore, gioia e delizia dei keynesiani da social. Nelle stime del Fmi il moltiplicatore della spesa per la difesa è vicino a 1. Quindi, un euro di spesa militare produce meno di un euro di crescita, ma questa stima è estremamente variabile. E soprattutto è commovente pensare agli economisti che credono davvero che un paese in guerra si preoccupi degli effetti economici della spesa militare.

Somigliano a un architetto che rifletta sull’impatto ambientale dei suoi materiali di costruzione mentre la casa brucia.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ti piace l'informazione del Foglietto?

Se ti piace quello che leggi, puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro sostenendoci con quanto pensi valga l'informazione che hai ricevuto. Anche il costo di un caffè!

SOSTIENICI

empty alt

Sessant'anni fa, "angelo del fango" a Firenze

Oggi è il 60esimo anniversario dell'alluvione di Firenze del 1966. Ricordo ancora la mia...
empty alt

Lo strano caso del Modello di Pericolosità Sismica MPS19

Premessa - Fra il 2022 e il 2023, due articoli apparsi su Nature Italy (Sabelli, 2022 e 2023)...
empty alt

Osservatorio Sicurezza Vega “Il bilancio delle vittime sul lavoro in Italia continua ad aggravarsi”

“Il bilancio delle vittime sul lavoro in Italia continua ad aggravarsi: nei primi nove mesi del...
empty alt

SLA, con risonanza magnetica cerebrale possibile stabilire gravità e evoluzione

Perché la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) progredisce rapidamente in alcune persone, mentre in...
empty alt

Le imprese zombie invadono l’Asia

Nei giorni scorsi la stampa economica internazionale ha fatto circolare una notizia, probabilmente ispirata da...
empty alt

“Un tranquillo funerale di famiglia”, commedia di costume con un eccellente cast

Un tranquillo funerale di famiglia, regia di Massimiliano Bruno, con Claudia Pandolfi, Pietro...
Back To Top