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Domenica, 11 Ott 2026

legge uguale per tuttiDa recenti notizie apparse sulla carta stampata (La Stampa, Huffington Post e Il Fatto Quotidiano del 15 giugno), si è appreso che per il ritardo di un magistrato, che non avrebbe depositato una sentenza a 11 mesi dalla conclusione di un processo, alcuni pericolosi criminali, già condannati, sarebbero stati scarcerati per decorrenza termini. Questi, in sintesi, gli estremi di una vicenda sui quali pare che ora indagheranno gli ispettori del Ministero della Giustizia.

Ciò che stupisce non poco è che il magistrato in questione avrebbe ricevuto la solidarietà dei suoi colleghi, alcuni dei quali si sarebbero spinti fino al punto di adottare un comunicato (a farlo sarebbe stata la locale sezione dell’Anm di Reggio Calabria, secondo quanto riferito dal Corriere della Calabria del 15 giugno) con il quale tale solidarietà sarebbe stata solennemente espressa.

Se i fatti sono andati come riportati dalla stampa, francamente si fa fatica a capire i motivi trovati a sostegno della scelta di solidarizzare, per di più pubblicamente, con un collega che non avrebbe depositato le motivazioni di una sentenza, cagionando delle conseguenze di tale rilevanza.

Per quanto ci consta, non risulta che tale solidarietà sia stata espressa nei confronti di altri colleghi, nemmeno quando questi sono stati definitivamente “scagionati” da accuse infondate ben più lievi, non scevre di conseguenze sulla ormai compromessa carriera e serenità familiare.

Ne consegue che l’osservatore esterno non può che rimanere perplesso di fronte a siffatte manifestazioni “difensive”, che lasciano quanto meno un po’ d’amaro in bocca in quel popolo italiano in nome del quale vengono emesse le sentenze. Possiamo immaginare che altrettanta amarezza provino quei magistrati che hanno sempre adempiuto al proprio dovere, a discapito anche della vita e della salute, ma non sono mai stati “difesi” da nessuno. Non si dolgano, poi, i rappresentanti della categoria allorché certe “difese” vengono percepite come volontà di tutelare la corporazione o almeno parte di essa.

In proposito, non risulta che il presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo, sempre intento a denunciare il malfunzionamento e le deviazioni dell’intero sistema, si sia finora espresso su quelle che si verificano “in casa propria”, laddove è noto che quando si indossa una toga, come quando si veste una divisa, qualsiasi uso anormale del potere assume connotati di particolare gravità. Nemmeno sembra che egli si sia pronunciato sulla effettiva opportunità di questa palesata manifestazione di solidarietà messa in atto da una sezione della associazione da lui stesso presieduta.

Perciò, presidente Davigo, poiché è Lei a rappresentare la categoria dei magistrati, La invitiamo a soffermarsi anche sulle distorsioni dovute a un anormale uso del potere giudiziario, nonché sulla condotta delle sezioni locali della ANM, così da fornire all’opinione pubblica una visione completa ed esaustiva di tutti i mali che affliggono le nostre istituzioni.

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