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Venerdì, 13 Mar 2026

Tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno giurato e spergiurato di voler mettere la ricerca in cima alle priorità della loro azione, mentre sistematicamente i fondi ad essa destinati andavano progressivamente diminuendo, laddove negli altri paesi europei (con gli Stati Uniti meglio non fare paragoni) invece crescevano, talora notevolmente.

A prescindere dalle ricadute negative sul Paese, restando in ambito accademico, tutto ciò produceva due fenomeni distinti ma paralleli: da un lato, la riduzione dell’offerta didattica e l’invecchiamento dei docenti; dall’altro, la sfiducia nel sistema e la fuga dei cervelli all’estero, la parte “pregiata” della nostra nuova emigrazione.

C’era nientemeno che Ortensio Zecchino al Ministero dell’Università quando, nel lontano 2002, fu escogitato il primo tentativo di contenere l’esodo, cercando di far tornare i fuggitivi. Da allora, di tentativi ne sono stati fatti altri, ma tutti andati a vuoto. Ad attrarre docenti prestigiosi ci prova ora anche il governo Renzi, cercando di far leva su un fondo speciale.

Per quel che se ne sa, dalla Presidenza del Consiglio è “uscito” il testo del Dpcm, attualmente al vaglio del Consiglio di Stato, che disciplinerà la selezione dei 500 professori del Fondo Giulio Natta (l’accademico italiano, Nobel per la chimica nel 1963), che a regime potrà contare su un finanziamento di ben 75 milioni di euro (36 solo per il primo anno).

Tra i candidati, oltre ai vincitori degli Erc, i prestigiosi premi del Consiglio europeo della ricerca, ci si augura di poter trovare studiosi che vantino pubblicazioni e riconoscimenti internazionali. In ogni caso, potranno presentare la domanda tutti i ricercatori, sia stranieri che italiani, compresi i professori già abilitati. Una volta selezionati da speciali commissioni, i “top talent” riceveranno poi la chiamata diretta delle Università, nell’ambito di un tetto massimo per ateneo, così da evitare la loro concentrazione in pochi di questi. A coloro che otterranno la cattedra “per merito”, sarà riconosciuto uno stipendio con una maggiorazione del 30% in deroga all’abilitazione scientifica nazionale.

Non si può dire che l’iniziativa del governo abbia raccolto il consenso unanime del mondo accademico.  A essere fonte di notevoli perplessità è soprattutto il fatto che a gestire l’intera operazione, sul presupposto di “garantire l’imparzialità rispetto al sistema”, sia stato solo Palazzo Chigi, senza sentire né la Crui né l’Anvur.

Sarà, infatti, il governo a cercare all’estero i commissari per selezionare i candidati e a formare le commissioni, che resteranno in carica tre anni. Ma c’è di più: il decreto, stando alle dichiarazioni rilasciate da un autorevole componente della Commissione Istruzione del Senato, lungi dall’essere un fatto eccezionale, potrebbe costituire un procedimento da estendere poi a tutti i docenti e non solo alla selezione dei super professori.

Il rimedio, insomma, per aggirare le baronie e chiudere i conti con le storiche e reiterate degenerazioni del sistema, verso le quali da ultimo non è stato tenero nemmeno Cantone.  

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