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Sabato, 19 Set 2026

Come i miei amici ma non i miei lettori sanno, vivo da qualche anno ad Ascoli Piceno, città abitata da una popolazione che di terremoti ha una certa dimestichezza. Solo di recente, ce ne sono stati diversi: tra i più forti, nel ’72, nell’80, poi quello di L’Aquila nel 2009. I più anziani ricordano quello del 1943, quando un enorme boato, seguito da una forte scossa, fece credere ai Tedeschi di essere attaccati dagli Alleati, inducendoli a rinunciare a far saltare uno dei ponti principali della città, per darsela prontamente a gambe. Per quanto possa apparire strano, perciò, ci sono stati, persino terremoti “salvifici”.

Anche i più anziani, però, sono rimasti impressionati dalle scosse di questi giorni, dato che non ne ricordano di pari intensità. Avendo un’altra casa a nostra disposizione, vicino al mare, con la mia famiglia ci siamo subito trasferiti qui il 26 ottobre, dopo la seconda scossa delle 21:18, di magnitudo 5.9, mettendoci in fila indiana con tante altre automobili che facevano lo stesso percorso. Qualcosa dovevamo pur fare, dato che non potevamo restare per sempre in piazza, dove ci aveva sbalzati il terremoto, per di più scalzi e sotto la pioggia. Su quella strada, a quell’ora e in questa stagione, non avevamo mai visto tanto traffico.

Malauguratamente, il sabato successivo, 29 ottobre, ho convinto tutti a tornare ad Ascoli, fiducioso che d’ora innanzi le classiche “scosse di assestamento” sarebbero state più lievi. Non l’avessi mai fatto: la mattina dopo, mentre scrivevo uno dei miei articoli per Il Foglietto di oggi, e tutti ancora dormivano, si è registrata la scossa più forte di tutte: 7.1, 6.6 (come dicevano gli americani) o 6.5, poco importa. Il computer si è ”allontanato” da me di almeno mezzo metro e i quadri hanno cominciato a cadere. Non riuscivo nemmeno a raggiungere la camera dove dormivano i miei figli, quando mia moglie (ascolana doc ed esperta di certi fenomeni) ha ordinato il “tutti fuori”, operazione di salvataggio brillantemente realizzata in meno di un minuto, anche grazie al fatto che sempre lei aveva prudentemente sistemato vicino alla porta la sua borsa con tutte le chiavi e i piumini da mettersi addosso. Ci siamo così trovati fuori, coperti da pigiami, piumini e pantofole, ma non eravamo soli, perché la piazza, in pochi istanti, si è riempita di gente. Tutti sicuri di non aver mai sentito una “botta” così forte.

Siamo rimasti un po’ di tempo a vagare, confidando di scaldarci con un cappuccino, ma persino i bar erano chiusi per paura del terremoto e l’unico aperto aveva subito finito tutto. Dopo esserci chiesti che fare, abbiamo deciso di tornare nella casa al mare. Detto, fatto, avendo prudentemente parcheggiato l’automobile nelle vicinanze, anch’essa sempre pronta per ogni evenienza. Ancora una volta, tanto traffico. Ma si trattava di una “colonna di fortunati”, anche se in pochi si dirigevano verso un’altra abitazione, perché gli altri volevano solo recarsi lontano dal sisma, magari restando a dormire in automobile.

Stavolta ancora non siamo tornati ad Ascoli. Almeno io credo di essere abbastanza stressato, visto che, nell’ilarità generale, scambio per scosse sismiche i movimenti del cane che si gratta addosso alla mia sedia. Il figlio piccolo compie tanti giri intorno alla fontana del giardino, dicendo che sta facendo prove di terremoto, mentre quello grande ha trovato in un albergo vicino una compagna di scuola sfollata con la sua famiglia. Mia moglie Anna non riesce a vedersi senza libri. Siamo tutti consapevoli, però, di essere fortunati, rispetto a quelli che non sanno dove andare perché hanno perso tutto e non sanno nemmeno quando potranno tornare alla “normalità”.

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