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Venerdì, 18 Set 2026

referendum rottamazioneParadossi italiani: il 4 dicembre andremo a votare per una “riforma” che persino i suoi “padri” ritengono già bisognosa di aggiustamenti, smentendo così l’unanime convincimento che le costituzioni son fatte per durare. Ma tant’è.

A maggior ragione, quindi, non ci resta che ribadire la nostra contrarietà a quello che consideriamo, se la riforma passasse, il “congedo” dalla Costituzione. Se poi ci chiediamo come siamo arrivati a questo punto, crediamo di poter rispondere che la colpa sia tutta intera da addebitare alla classe politica, che dalla fine degli anni settanta si è progressivamente allontanata dalla Costituzione, ponendola in una condizione di “orfananza” (Pedrazza Gorlero), che ha lasciato ampio spazio alla giurisdizione, costituzionale e ordinaria, come se la funzione di attuazione della Costituzione dovesse passare dal Parlamento alle Corti.

Abbiamo assistito così e stiamo tuttora assistendo a un preoccupante ritrarsi della classe politica dai suoi compiti, probabile conseguenza del calo del livello culturale della nostra classe parlamentare. Se passasse la riforma, quel calo diventerebbe un crollo: da un lato, i (residui) senatori non sarebbero più votati ma indicati dai consiglieri regionali, anche se non si sa bene come, mentre, dall’altro, i deputati verrebbero scelti dalle segreterie dei partiti, col risultato di avere tutto un parlamento di nominati, prono ai voleri del premier. Risultato: una democrazia variamente apostrofata come plebiscitaria, di investitura, di appropriazione, quando, senza ricorrere a difficili acrobazie, non la si è etichettata come una vera e propria deriva autoritaria.

Tutta questa riforma, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è stata un affare del governo, che l’ha usata come conferma della sua maggioranza, senza mai scendere nel merito, a parte lo sbrigativo ricorso a slogan come semplificazione, riduzione dei costi della politica, et similia, ad uso e consumo della pancia dei cittadini, che stavolta non si può proprio fare a meno di far votare, ma che, se passasse la riforma, voterebbero sempre meno. Un discorso che vale, naturalmente, anche per gli italiani all’estero, ai quali Renzi ha osato perfino scrivere, invitandoli, in fin dei conti, a rinunciare a un loro diritto, peraltro acquisito da poco.

Interrogandosi sul perché di tale scommessa plebiscitaria, Massimo Villone ha risposto che “Renzi teme un confronto serio sulle scelte fatte, che vada oltre le battute e i tweet” e che “vuole coartare e condizionare il voto popolare … con le minacce dell’instabilità e della crisi che seguirebbero alla vittoria del No”. Per intenderci, la logica del “dopo di me il diluvio” che, come è noto, è assolutamente all’opposto della democrazia, strutturalmente attrezzata per trovare in se stessa un’alternativa.

Quale che sia la spiegazione della prova referendaria, chi scrive, come chi legge, sa bene in quale stato versi la nostra democrazia, col popolo sempre meno sovrano. Ebbene, visto che questo benedetto voto è ancora possibile darlo, facciamo valere il nostro diritto, senza cedere al disincanto e alla disillusione.

Stavolta, la posta in gioco è troppo alta per non far sentire la nostra voce, chiaramente contraria a un aggiustamento che è uno stravolgimento.

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