Nel decimo anniversario del terribile terremoto di Amatrice e Accumoli, penso con amarezza a quanto poco sia stato recepito un insegnamento che Renzo Piano ci ha offerto più volte: l'idea di "rammendare" il nostro paese, di ripararlo con pazienza, tessuto dopo tessuto.
Il rammendo è un lavoro antico e sapiente – per secoli un'arte femminile, una pratica quotidiana di cura. Consiste nel riparare un tessuto strappato, logoro o liso, riprendendo i fili interrotti e riallacciandoli, ricostituendoli con filo identico, in modo che il guasto non si veda – o si noti il meno possibile.
È gesto di amore per le cose, di rispetto per il loro valore, di rifiuto dello scarto.
Quella del rammendo dovrebbe essere una lezione universale: un dovere etico che riguarda tutti noi nei confronti delle cose, delle persone, dell'ambiente dove abitiamo.
Una pratica di responsabilità, di attenzione, di continuità.
Eppure, dieci anni dopo Amatrice, scopro che il rammendo forse non basta più. Le ferite sono troppo profonde, i fili troppo spezzati.
E mentre i centri storici restano vuoti, mentre le comunità si disperdono, mi domando se ciò che serve non sia qualcosa di più radicale: non solo ricucire, ma ricostruire. Non solo riparare, ma reimmaginare.
Forse il vero insegnamento di Piano non era solo nel rammendo, ma nella consapevolezza che a volte la cura richiede coraggio – il coraggio di dire che alcune cose non possono più tornare come prima, e che questo non è fallimento, ma inizio di qualcosa di nuovo.
Sara Sesti
Matematica, ricercatrice in storia della scienza
Collabora con l'Università delle donne di Milano
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