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Martedì, 24 Feb 2026

E’ primavera e insieme alle foglie spuntano pure le audizioni sul Def che, pure se l’ha scritto un governo fantasma, viene comunque ampiamente commentato da un numero cospicuo di pezzi grossi, che ci regalano la loro visione illuminata sui conti del nostro paesello afflitto (ma che davvero?) ognuno dal suo peculiarissimo punto di vista. Nei giorni scorsi, per dire, si sono espressi nell’ordine: l’Istat, Bankitalia, l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), l’Unione delle Province d’Italia che, forse, son state abolite ma anche no e, comunque, l’Unione rimane e, infine, l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci).

Vista l’importanza degli assisi davanti alle commissioni di Camera e Senato, che intanto si scatenavano con le scommesse sul governo che forse si sarebbe formato, ho pensato che fosse il minimo regalarvi una perla di ognuno di questi interventi. Solo un assaggio, però, che ho da fare.

Cominciamo dagli ultimi che, notoriamente, sono i primi anche nell’al di qua. L’Anci, perciò. La richiesta più saliente è stata quella di prorogare al 31 luglio i termini per la presentazione della documentazione della contabilità economica patrimoniale da parte dei comuni perché molti rischiano di non farcela e potrebbero finire sciolti e commissariati. Capirete che nessuno regge nuove elezioni.

Risalendo la china, troviamo l’Upi che, molto signorilmente, ha chiesto alle Commissioni di trovare un 280 milioni – spiccioli signora mia – per consentire a molte province, che sono sciolte ma anche no, di chiudere i bilanci, cosa che impedisce l’erogazione dei servizi che dovrebbero fornire ai cittadini, ma pure no.

Dopo questa prestazione edificante dei nostri enti locali, autentici maestri di vita pubblica, risaliamo fino all’Upb che, col linguaggio cristallinamente incomprensibile dei burocrati, dice quello che nessuno vuole sentire, ma che per fortuna nessuno capisce: “Rispetto ad un aggiustamento richiesto di 0,3 punti, il Def mostra un miglioramento del saldo strutturale di solo 0,1 punti di Pil. Nonostante la flessibilità concessa, si evidenzierebbe quindi un rischio di deviazione di -0,2 punti di Pil che dovrebbe comportare la necessità di una manovra aggiuntiva di 0,2 punti sul 2018”. Per giunta “secondo le stime più recenti della Commissione Ue non vi sarebbe nessun aggiustamento strutturale nel 2018, evidenziando quindi il rischio di una deviazione pari a -0,3 punti, maggiore di quanto precedentemente stimato”. Ma che vuol dire?

Gli fa eco Bankitalia che ripete come un mantra: non toccate le pensioni, la cui riforma “è un punto di forza” e se proprio non si vuole far scattare l’aumento Iva toccherà “ricercare fonti alternative di aumento di entrata o riduzione di spesa”.

Dulcis in fundo, l’Istat, che declina una delle sue migliori rappresentazioni che farà la gioia dei nostri piangitori ufficiali (se non siete iscritti al club correte a farlo che i tempi son propizi). Che dice l’augusto presidente Istat? Che, nel 2017, c’erano cinque milioni di persone in povertà assoluta, l’8,3% della popolazione residente, pari a 1,8 milioni di famiglie, il 6,9% del totale, lo 0,6% in più rispetto al 2016. Ma la perla è nascosta fra le righe che non leggono i piagnoni a cui bastano i titoli: la metà dell’incremento di questo 0,6% di famiglie impoverite l’ha determinato l’inflazione, per quanto bassa.

Ecco. Adesso quando vi dicono che bisogna avere un’inflazione pari o vicina al 2% fateci un pensierino.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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