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Giovedì, 14 Mag 2026

Data center 3 CanvaDei data center, che ormai spuntano come funghi da ogni dove, si conosceva la straordinaria fame di energia. Meno nota è quella di risorse finanziarie, anche se, ovviamente, le due cose vanno di pari passo.

Sicché dobbiamo essere grati al Fondo monetario internazionale che ci ha messo nella condizione di saperne di più. E già la scelta di dedicare al tema un breve approfondimento nel suo Global financial stability report ci dice quello che c’è da sapere. Ossia che i data center non fanno solo scricchiolare la rete elettrica con i loro consumi di corrente elettrica, ma anche quella finanziaria che è chiamata a sostenere il loro fabbisogno di finanziamenti. Non solo. Queste entità sono divenute attori di primo piano nel settore commerciale del real estate. Non hanno solo bisogno di molta energia e di molti soldi: hanno bisogno anche di molto spazio.

Il combinato disposto di questi bisogni è un elefante che si muove senza troppi riguardi nella cristalleria del nostro sistema finanziario, emettendo grossi barriti in forma di debito più o meno volatile.

I previsori si aspettano che la domanda di spazi per data center raggiunga un picco quest’anno. Finora il grosso di questa domanda si è concentrata in Nord America, ma ormai si moltiplicano i segnali di espansione in altre aree geografiche che spaziano dall’Asia all’Africa, passando da Europa e Medio Oriente, seppure con molte differenze. In alcune zone, i vincoli della rete elettrica ne impediscono lo sviluppo. E poi ci sono i limiti strutturali dell’oggetto “data center”, fortemente esposto a rischi di concentrazione ma anche di rapida obsolescenza.
 

In ogni caso, rimangono i fabbisogni. Il livello di investimenti richiesto, scrive il Fmi “è ben oltre il cash flow degli hyperscalers (i grandi soggetti hi tech che agiscono nel mercato, ndr) e la loro capacità di emissione”. Si stanno sviluppando forme di securization, ma siamo ancora livelli non sufficienti a colmare il notevole funding gap (vedi grafico sopra a sinistra).

Dal 2018 sono stati emessi appena 46 miliardi di titoli, il 70 per cento dei quali in asset-backed security e il 30% in commercial mortgage-backed security. Carta che ha avuto un boom nel corso del 2025 e si prevede arrivi a 150 miliardi di emissioni nel 2028.

Al centro di questo mercato ci sono sempre le banche commerciali, ovviamente. Ma ormai fa sempre più capolino il segmento del private credit, di cui abbiamo parlato altre volte.

In sostanza, col crescere dei fabbisogni aumenta anche la complessità – e quindi il rischio – dei metodi per soddisfarli. E questo spiega perché il Fmi se ne occupi nel suo rapporto dedicato alla stabilità finanziaria. “Una drastica riduzione della spesa in conto capitale per l’intelligenza artificiale, combinata con una stretta creditizia prociclica, potrebbe esporre i finanziatori dei data center al rischio di rifinanziamento e trasmettere le tensioni attraverso i crescenti legami delle banche con il credito privato e altre istituzioni finanziarie non bancarie”, sottolinea. Per dirla diversamente, abbiamo acceso l’ennesima miccia sotto i nostri piedi.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
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