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Martedì, 23 Giu 2026

Terremoto Friuli 1976Ero militare, terremotato, e scrivo perché la storia viene oggi riportata dai media in maniera incompleta se non “aggiustata”. Occorrerebbero troppe righe per raccontare tutto quanto di cui sono stato testimone e co-protagonista e, quindi, mi limito ad alcuni punti importanti di verità che non vengono raccontati.

In premessa va sempre ricordato che Il terremoto di maggio '76 ebbe una replica a settembre, fortissima e che le scosse minori furono continue. L’esercito non interveniva, sia perché non possedeva tutti i mezzi idonei e necessari, e sia perché, si sosteneva ai vertici politici e delle gerarchie, non era suo compito, essendo istituzione concepita e organizzata per finalità di guerra.

Un movimento di “soldati democratici”, a cui dedicai intensamente quella parte della mia vita, organizzò in clandestinità (ovvero rischiando la galera) iniziative per chiedere che almeno l’esercito intervenisse con quanto possibile: cucine da campo, ruspe, ecc.

Invece l’esercito, all’inizio, veniva attivato immediatamente coi propri camion e bus, solo per il trasporto dei cittadini friulani che chiedevano di andare via dalla propria regione, non avendo alternative di sorta. Si manifestava quindi ai nostri occhi una politica nazionale che favoriva ESODO della popolazione, a cui venne opposta da cittadini organizzati la parola d’ordine “TUTTI AD ARTEGNA”: ovvero non andare via ma realizzare in quella località una gigantesca tendopoli, centro di coordinamento delle altre tendopoli, che fosse centro di organizzazione sociale, popolare e di base per fronteggiare la tragedia.

Il movimento dei soldati democratici di leva si unì (commettendo atti di "disobbedienza" inconcepibili e puniti severamente nell'esercito) a quello dei cittadini friulani con base ad Artegna e ci furono iniziative e manifestazioni comuni assai partecipate, con richieste precise.

L’esercito fu così costretto a darsi finalmente una mossa nel civile ma i camion in suo possesso si alteravano, piegandosi sotto il peso delle macerie che era necessario sgomberare per ripristinare l’accessibilità ai centri abitati: non erano idonei.

Mobilitazioni e lotta popolare, inclusa la partecipazione praticamente clandestina del movimento dei soldati di leva, anch’essi terremotati e in condizioni drammatiche e che avevano dato vita al giornale “S’Avanza Uno Strano Soldato”, con l’appoggio di ampi settori della Chiesa e della sinistra extraparlamentare, portarono il governo a dover nominare un Commissario straordinario, l’on. Giuseppe Zamberletti (in questo caso, per i meriti conseguiti, il titolo di “onorevole” è quanto di più giusto, appropriato e meritato), che come primo atto acquistò 64 grandi camion da cava ma da mettere in campo, affidati all'Esercito.

Uno di questi camion fu affidato a me come autista, con l’intento sbattutomi in faccia da un Ufficiale, di “punirmi” avendomi individuato - ma senza prove per sbattermi in prigione - tra i capi “sovversivi”. All’inizio ci fu persino chi, nelle gerarchie militari, voleva ritardarne l’impiego per riverniciarli: i camion erano di colore rosso, giallo vivo, mentre l’esercito, secondo coloro, doveva avere mezzi rigidamente di colore grigio-verde militare.

Ho percorso, in circa un anno, un milione di km nello sgombero delle macerie ed ebbi, dopo il congedo, un riconoscimento per questo da Zamberletti. Durante l’attività intensa durata un anno mi ammalai sotto la pioggia e il freddo intenso, urinavo sangue e non potevo essere curato adeguatamente come necessario perché l’esercito all'epoca non aveva nella propria farmacopea l’aggiornamento con gli antibiotici necessari, che mi furono dati per vie clandestine dal mio Abruzzo, da un medico mio amico e compagno dell'Aquila.

CONCLUSIONI

Dall’esperienza di Zamberletti, e grazie alle lotte della popolazione friulana, al coordinamento delle tendopoli di Artegna, alle manifestazioni pubbliche a Udine, è nata la Protezione Civile Nazionale. Quella che oggi viene, giustamente, chiamata “Orgoglio dell’Italia”, è nata dal Basso! Da chi ha lottato e da chi ha rischiato anche la prigione e io ci sono andato vicino, vicino… mezzo secolo fa! E lo rifarei d’accapo.

«Continuiamo in quel che era giusto». MANDI, a tutti e tutte.

Giovanni Damiani
Già Direttore di Anpa e già Direttore tecnico di Arta Abruzzo
facebook.com/giovanni.damiani.980
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