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Venerdì, 06 Nov 2026

Nel voto in Abruzzo ha vinto nettamente Marsilio col 53,5% staccando di 7 punti il candidato del campo larghissimo D'Amico. Se i dati vengono raffrontati alle precedenti politiche il campo larghissimo rimane al palo mentre la destra va leggermente avanti. All'interno delle coalizioni c'è l'exploit di FI l'ulteriore riduzione della Lega e dall'altra parte il crollo del M5s e l'avanzata del Pd che sfiora il 21%. Marsilio ottiene leggermente di meno della propria coalizione mentre D'Amico leggermente di più. Naturalmente ci sarà tempo per analizzare il voto nel dettaglio delle singole liste tenendo conto della particolarità della Regione.

Sta di fatto che il risultato abruzzese non conferma quello sardo. Chi, con una certa sicumera, aveva sperato che l'aria fosse cambiata dovrà ricredersi. Il campo larghissimo non è riuscito a smuovere gli astenuti. Infatti l'affluenza al voto è leggermente diminuita dal 53,11 al 52,20%. Il che ribadisce ai progressisti la questione di fondo: una loro vittoria è strettamente legata a rimuovere la sfiducia esistente verso di loro del ceto popolare che dell'astensione è parte preponderante. E questa questione non è meccanicamente legata all'ampiezza della coalizione che si mette in campo, sebbene l'unità dei progressisti rimanga fondamentale, ma a fattori ben più profondi.

Per la verità neanche in Sardegna c'era stato un aumento significativo dell'affluenza ai seggi, anche lì c'era stata una leggera diminuzione. Ma, probabilmente, il fronte progressista era riuscito a indovinare molto di più la chiave elettorale puntando sul "sardismo" che ha neutralizzato anche Soru. Cosa che in Abruzzo, terra popolare e conservatrice, non è riuscita perché soprattutto nell'ultimo scorcio di campagna elettorale i progressisti hanno caricato troppo, e con troppa enfasi, di significati nazionali il risultato amministrativo regionale facendo un po' il contrario di quel che erano riusciti a fare in Sardegna.

La lezione da trarne è che le prossime elezioni regionali di Basilicata, Piemonte e Umbria debbono essere ben calibrate da parte dei progressisti riuscendo da una parte a presentare il massimo di unità della coalizione, programmi chiari e incisivi, candidati credibili, e, dall'altra, trovando e battendo sui punti più sentiti di insoddisfazione dalla popolazione per l'amministrazione della destra.

Ma ieri non c'è stato solo il voto in Abruzzo, ma anche in Portogallo. Il socialismo iberico ne esce fortemente indebolito con il Partito socialista che crolla dal 41% di appena due anni fa, al al 28,66 circa dopo otto anni di governo e la sinistra (tre liste) 11%. Ma la cosa più preoccupante è il successo, sebbene atteso, dell'estrema destra di Chega, con il suo 18%. Il voto conferma che in Europa la destra fascistoide è in grande spolvero e tenterà di pesare nelle elezioni europee di giugno. Chega fa parte del gruppo europeo di Identità e democrazia quello di Salvini e Le Pen. Il risultato elettorale portoghese, naturalmente, meriterà un'analisi approfondita in tutti i suoi aspetti, ma intanto è l'ennesimo campanello d'allarme per i progressisti e i liberal democratici europei.

Aldo Pirone
scrittore e editorialista
facebook.com/aldo.pirone.7
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