Il 25 agosto 2022, un mese prima delle elezioni politiche, in un comizio a Capitello, frazione del comune di Ispani, in provincia di Salerno, Matteo Salvini promise di cancellare la legge Fornero e sostituirla con "Quota 41", assumendosi un impegno ben preciso: “Ci rivediamo tra un anno e se ci avrete dato il voto, se avremo vinto le elezioni e se non avremo fatto quello che ho detto stasera siete titolati a spernacchiarmi”.
Da allora ne sono trascorsi tre, ma anche per quest’anno la riforma delle pensioni è rimandata al prossimo. Nel frattempo, l’uscita anticipata dal lavoro è diventata sempre più difficile. L’aumento di 3 mesi di età e contribuzione minima per poter andare in pensione è solo congelato per un anno. I requisiti per la pensione contributiva anticipata sono e saranno sempre più stringenti e dal 2026 sono state abolite "Quota 103" e "Opzione Donna", mentre i fondi per i lavori usuranti saranno ridotti. Se non fosse saltato l’emendamento last minute alla Legge di bilancio, che prevedeva il passaggio da 3 a 6 mesi della finestra di uscita e la sterilizzazione degli anni di laurea riscattati, il disastro sarebbe stato completo.
Sia il ministro dell’economia Giorgetti che il sottosegretario al Lavoro con delega ai sistemi previdenziali Durigon, sono in quota Lega ma, al di là delle responsabilità politiche di cui renderanno conto ai propri elettori, è necessario ricondurre il dibattito sui giusti binari.
Le misure di trattenimento al lavoro si fondano sulla preoccupazione che nei prossimi dieci anni la spesa pensionistica passerà dal 16,1% al 17,2% del Pil, per le progressive uscite dei baby boomer (i nati fino al 1964). E’ altrettanto vero, però, che l’ammontare dei contributi previdenziali versati da datori di lavoro e lavoratori supera di svariate decine di miliardi di euro l’anno le pensioni nette erogate. Quindi, tralasciando la componente assistenziale, la gestione delle sole pensioni genera da sempre un attivo consistente per lo Stato.
Peraltro, il sistema di calcolo contributivo della pensione, che dal 1996 ha sostituito quello retributivo, dovrebbe far riflettere sull’inutilità di provvedimenti che ritardano le uscite dal lavoro.
Infatti, l’ammontare dei contributi previdenziali versati e nel tempo rivalutati (il montante contributivo), al momento di andare in pensione è trasformato in una rendita mensile (inclusa la tredicesima) che tiene conto della vita media residua. Se si va in pensione più tardi, si può godere di un assegno maggiore di cui, però, si beneficerà per un numero di anni minore. L’equilibrio attuariale del sistema contributivo fa sì che lo Stato non perda, né guadagni rispetto all’età di uscita dal lavoro.
Il problema attuale è rappresentato solo da quanti hanno iniziato a lavorare prima del 1996 e usufruiscono di un regime misto, retributivo, fino al 31 dicembre 1995 (più favorevole), e contributivo, da allora in poi. Con il passare del tempo, costoro saranno sempre meno e la quota retributiva inciderà in misura via via inferiore. Basterebbe posticipare per loro la corresponsione della quota di pensione retributiva al raggiungimento dei requisiti della legge Fornero e il problema delle uscite anticipate sarebbe risolto. Sarebbe sufficiente adottare la proposta di “pensione a pezzi”, avanzata fin dal 2018 su LaVoce.Info, che avrebbe evitato anche lo scempio di "Quota 100" e dei suoi derivati, costati svariati miliardi alle casse pubbliche.
La pervicacia con la quale si è continuato a inasprire i requisiti anagrafici e contributivi per chi oggi vorrebbe lasciare il lavoro, continuando a ignorare il vero problema del sistema contributivo, testimonia – nella migliore delle ipotesi – la miopia della politica.
Quello che oggi dovrebbe far riflettere, ragionando in prospettiva futura, è come garantire la corresponsione di una pensione sufficiente a trascorrere una vita dignitosa e rispettosa delle esigenze della terza età.
Già oggi, l’assegno pensionistico è inferiore del 25-30% rispetto all’ultimo stipendio percepito e, man mano che si andrà avanti, la riduzione sarà sempre più marcata, senza contare che la precarietà, le varie forme di flessibilità e di sfruttamento del lavoro, generano un minor ammontare di contributi previdenziali versati, peggiorando ulteriormente la situazione.
Con il contributivo, il requisito di uscita dovrebbe prescindere dall’età anagrafica e dall’anzianità lavorativa, perché l’unica cosa che realmente conta è quanto si è riusciti a mettere da parte con i contributi versati per avere diritto a una pensione sufficiente, senza finire per gravare sullo Stato assistenziale. E sarà sempre più difficile raggiungere il valore minimo, fissato convenzionalmente in un multiplo dell’assegno sociale (nel 2025, era di 539 euro mensili), pari inizialmente a 2,8 volte, divenute 3 nel 2024 e 3,2 dal 2030.
Nei prossimi anni, quasi nessuno potrà più uscire in anticipo dal lavoro, a meno che non si tenga conto della situazione economica complessiva – ipotesi oggi non presa in considerazione - che include anche il reddito del partner e di altri familiari, il possesso o meno della casa in cui si vive, le rendite immobiliari e finanziarie, la previdenza integrativa.
In compenso, la stragrande maggioranza dei giovani di oggi è destinata a lavorare fino a tarda età, per poi ritrovarsi con una pensione insufficiente per sopravvivere, nel completo disinteresse della classe politica attuale.
La sostenibilità delle pensioni andrebbe valutata sotto il profilo della tenuta sociale, ancor prima che di quella finanziaria, e quando si inizierà a prendere atto della "bomba" che non si prova a disinnescare, sarà comunque tardi.
Franco Mostacci
ricercatore statistico, analista economico, giornalista pubblicista

