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Domenica, 20 Set 2026

Arrival, di Denis Villeneuve, con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O'Brien, durata 116’, nelle sale dal 19 gennaio 2016, distribuito da Warner Bros.

Recensione di Luca Marchetti

Da decenni, molti autori e registi di fantascienza hanno sviluppato la propria narrazione intorno a domande del tipo: cosa succederebbe se l’umanità entrasse in contatto diretto con misteriose entità extraterrestri? Quali sarebbero, per noi, gli sviluppi etici e morali dello storico incontro? Come, effettivamente, si svolgerebbe questo scambio interplanetario/culturale?

Senza scomodare il capolavoro mistico di Steven Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo (parlando del quale, non possiamo fare a meno di pensare a cosa sarebbe stato se il regista avesse scelto lo script spirituale del tormentato Paul Schrader), il film che negli ultimi anni, più di altri, ha cercato di dare una risposta verosimile (e non per questo meno affascinante) a questi quesiti è stato l’ottimo Contact di Robert Zemeckis. Nella pellicola del 1997, infatti, la scienziata Jodie Foster dopo anni di tentativi, riesce a entrare in contatto con alcuni alieni, scatenando l’attenzione del mondo.

Arrival di Denis Villeneuve, tratto dal racconto Storia della tua vita di Ted Chiang, raccoglie apertamente il testimone del film di Zemeckis, dimostrandosi un nuovo, esaltante esempio di una fantascienza matura e emotivamente sensibile.

Arrival, dunque, parte da premesse incredibilmente simili a quelle di Contact (si stabilisce un contatto con alcuni alieni, scienziati di tutto il mondo sono chiamati a decifrare segni e linguaggi, è una donna a creare un rapporto con gli extraterrestri), per avvicinarsi alle gelide atmosfere e alle acrobazie narrative dell’altalenante Interstellar di Nolan (il meccanismo della trama e alcune trovate ricordano tantissimo la pellicola del cineasta inglese), rivelandosi un’ottima sintesi tra le due idee di racconto cinematografico.

Al di là delle differenze (ideologiche) e della grandi similitudini con i precedenti, il film di Villeneuve sembra davvero chiudere una trilogia chiave nel genere sci-fi, riprendendone, più che il discorso concettuale-filosofico, il cuore irrazionalmente emotivo.

Chi ama fare sfoggio di intellettualismi, potrà gustarsi le lunghissime, affascinanti sedute di dialogo tra gli scienziati terresti (capitanati da una bravissima Amy Adams) e gli impressionanti eptopodi, con tutti i serissimi discorsi sull’importanza capitale del Linguaggio nella civiltà (elemento chiave del racconto di Chiang). Da questo punto di vista, le ambizioni filosofiche del film, sono supportate ampiamente dalla visione di Villeneuve, regista capace, a ogni occasione, di sorprendere per la versatilità e facilità di adattamento ai generi e alle storie (in attesa di vederlo all’opera con il nuovo sequel di Blade Runner).

Sotto il velo intellettualoide, però, Arrival ostenta un sincero e puro cuore emotivo, altro elemento che lo lega alle due pellicole, gemelle, già citate. Come in Zemeckis e in Nolan, la pellicola costruisce tutto il suo impianto espressivo di genere su una semplice storia d’amore tra un genitore e un figlio.

Questa love story familiare diventa così la base solida per una storia ricca di salti narrativi audaci e, soprattutto, trascina lo spettatore dentro un racconto commovente. Quasi a dimostrare che spesso, bisogna affrontare l’ignoto più terribile pur di conoscere davvero se stessi e la forza dei propri legami più forti.

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critico cinematografico

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