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Mercoledì, 26 Ago 2026

I conti economici del 2025 restituiscono un quadro in chiaroscuro dell’economia italiana. Da un lato, una crescita sempre più asfittica a +0,5% (in riduzione per il terzo anno consecutivo); dall’altro, l’occupazione che continua a far registrare livelli record.

Due andamenti tra loro difficilmente conciliabili, senza peraltro tralasciare i diversi aspetti (quasi del tutto assenti nell'agenda di Governo) che incidono sulla qualità del lavoro e, in particolare, le carenze nella sicurezza, le differenze di genere, le difficoltà di accesso per i giovani, lo sfruttamento di alcune categorie non protette, il progressivo deterioramento del capitale umano.

Negli ultimi due anni, le unità di lavoro a tempo pieno (un indicatore più affidabile del numero di occupati) sono aumentate più dei volumi prodotti, implicando un calo della produttività del lavoro o, comunque, uno spostamento della forza lavoro su settori a minor valore aggiunto.

Ad esempio, il pubblico impiego ha raggiunto il livello record di 5,2 milioni di occupati (ai quali corrispondono 4,8 milioni di unità di lavoro a tempo pieno), per l’effetto combinato dell’inasprimento dei requisiti di accesso alla pensione (minori uscite) e delle maggiori opportunità assunzionali offerte dal Pnrr (maggiori entrate).

Nel solo 2025 è stato registrato un aumento di 128 mila unità (+2,7%), 342 mila negli ultimi 3 anni. Di questi, 206 mila in più sono impiegati nella sanità e assistenza sociale; 100 mila nell’istruzione e 36 mila nelle amministrazioni centrali e territoriali, nella difesa e negli enti previdenziali.

Il valore aggiunto della pubblica amministrazione non ha però seguito lo stesso andamento e, al netto del relativo deflatore implicito, nel 2025 è addirittura calato in volume di quasi un punto percentuale (-1,9% sanità e assistenza sociale, -2,6% istruzione, +1,3% tutto il resto).

Posto uguale a 100 il valore di ciascuna grandezza nel 2019 (l’anno che ha preceduto il Covid), le unità di lavoro sono aumentate di 10,3%, gli occupati di 8,3% e il valore aggiunto solo di 2,4%.

Un discorso a parte, merita poi l’aspetto reddituale, che ha visto negli ultimi anni, come noto, una perdita netta del potere d’acquisto dei pubblici dipendenti, -5% a confronto con il 2019 e -10% rispetto al 2010.

Un aumento improduttivo del costo del lavoro si registra anche in un settore chiave dell’economia italiana, quello dei servizi di alloggio e ristorazione, con quasi 2 milioni di occupati (1,7 unità di lavoro a tempo pieno). Nonostante i buoni numeri del turismo, il valore aggiunto è fermo da 3 anni, ma si continuano ad assumere dipendenti (quasi 200 mila unità in tre anni).

Anche in questo caso, posto uguale a 100 il valore di ciascuna grandezza nel 2019, le unità di lavoro sono aumentate di 10,9% e gli occupati di 9%, mentre il valore aggiunto è diminuito di 1,3% e le retribuzioni pro capite di 5,1%.

Nel 2026, l’economia italiana dovrebbe crescere poco, ma non si può neanche escludere uno scenario di recessione, in conseguenza dell’aumento dei prezzi energetici per il rinnovato conflitto in Medio Oriente.

In un quadro così complesso, la bolla dell’aumento dell’occupazione, in assenza di una robusta crescita dell’economia, potrebbe sgonfiarsi nei mesi a venire, per la non sostenibilità del costo del lavoro.

Pubblica Amministrazione – Occupati, unità di lavoro a tempo pieno, valore aggiunto, retribuzioni pro capite(*) dal 2007 al 2025 (numeri indici 2019=100)

Fonte: elaborazione su dati Istat - (*) Le retribuzioni nominali sono state depurate dall’effetto prezzi con il deflatore dei consumi privati delle famiglie residenti

Servizi di alloggio e di ristorazione – Occupati, unità di lavoro a tempo pieno, valore aggiunto, retribuzioni pro capite(*) dal 2007 al 2025 (numeri indici 2019=100)
2025Occupazione Pil f2Fonte: elaborazione su dati Istat - (*) Le retribuzioni nominali sono state depurate dall’effetto prezzi con il deflatore dei consumi privati delle famiglie residenti

Franco Mostacci
ricercatore statistico, analista economico, giornalista pubblicista
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