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Sabato, 17 Gen 2026

Saper toccare di Marc Augé, a cura di Francesca Nodari, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2017, pp.43, euro 4.

Recensione di Roberto Tomei

Marc Augé, di cui ci siamo già occupati in passato recensendo un suo lavoro sulle “nuove paure”, è uno dei più famosi studiosi di antropologia e scienze sociali, noto al grande pubblico per aver teorizzato i “non-luoghi”. Questi, da lui contrapposti ai luoghi antropologici, si connoterebbero per non essere relazionali e per non avere carattere storico. Sono non-luoghi i luoghi di transito e di consumo, dove si incontra l’altro senza vederlo, come i centri commerciali, gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i supermercati, le arterie stradali. Essi sono il simbolo del paradosso vissuto dall’uomo di oggi, che sopporta con una solitudine sempre più intensa in luoghi consacrati a migliaia di persone.

Sono questi contesti della “surmodernità” che impongono vite di corsa ed esistenze iperconnesse ma sempre più sole, nelle quali, per giungere al tema del saggio che qui si presenta, diventa sempre più difficile “toccare” ed “essere toccati”. Accade, infatti, che riusciamo a commuoverci dinanzi a uno scatto che immortala una giovane tibetana in fuga verso non si sa quale destino e ci mostriamo, al contrario, infastiditi o, peggio, indifferenti nei confronti di persone in carne e ossa, come profughi o emarginati, che tentano, quotidianamente, di incrociare il nostro sguardo in cerca di un sorriso, di tendere la loro mano quasi a sfiorarci per chiedere una monetina. Ci scopriamo così dimentichi che l’autentica relazione si può dare soltanto nell’accadimento dell’incontro con l’altro, un essere corporeo che non solo vedo, ma tocco.

Da qui la priorità del tatto quale senso per antonomasia, secondo un insegnamento risalente già ad Aristotele e simboleggiato in forma insuperabile da Caravaggio nell’”Incredulità di Tommaso”, dove il dito che tocca e penetra nella carne piagata di Cristo assume il valore di una verifica che non lascia spazio a dubbi. Questo toccare il corpo dell’altro - sottolinea Augé - ha una doppia valenza, in quanto ci rende consapevoli che ogni identità individuale si costruisce in relazione all’alterità, ma anche che in questo stesso gesto si dà una distanza tra me e l’altro. Toccare l’altro significa, insomma, nello stesso tempo provare la propria esistenza. Fermo restando che il toccare, con la stretta di mano o anche l’abbraccio, riduce la distanza ma non l’abolisce. In conclusione, “il tatto è l’ultimo senso che sussiste tra i vecchi quando, sordi e ciechi, sembrano aver perso altresì l’odore e il sapore delle cose della vita”.

Per finire, una nota di colore, del tutto personale. Qualche anno fa, entrando nella libreria Rinascita di Ascoli Piceno, rimasi colpito da una scritta che campeggiava sugli scaffali: “Per favore, toccate i libri”. Segno che il gestore doveva, anche lui, aver intuito l’importanza del toccare.

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