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Giovedì, 15 Ott 2026

Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-Eda, con Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Akira Emoto, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, durata 121’, nelle sale dal 13 settembre, distribuito da Bim.

Recensione di Luca Marchetti

“Bisogna davvero aver partorito per essere madre?” Questa domanda, pronunciata in uno dei momenti più drammatici e commoventi di Un affare di famiglia, il nuovo film di Hirokazu Kore-Eda, sintetizza in poche parole il cuore di tutta l’opera.

Il regista giapponese ha sempre avuto una sensibilità particolare verso le storie che raccontano di rapporti fondati solo su sentimenti puri, di legami familiari creati dal nulla, per Amore, di convivenze che diventano affetto. Dopo gli eccellenti Father and Son e Little Sister, Kore-Eda realizza un altro capolavoro, giustamente (e finalmente) premiato con la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, regalandoci le vicende surreali di una famiglia particolare.

Osamu e sua moglie Noboyu vivono con il piccolo Shota, l’adolescente Aki e la nonna Hatsue in una piccola casa in una periferia giapponese, sopravvivendo con lavori saltuari, piccoli furti e altri espedienti. Un giorno, al ritorno da una “spedizione” a un supermercato, la famiglia si imbatte in Juri, una bambina abbandonata da sola in casa e marchiata dai segni di continui maltrattamenti. Portata via con loro (Un rapimento? Un atto di compassione?), la bambina diventerà il sesto membro di questa famiglia che, con il passare del tempo, si scoprirà tenuta insieme da qualcosa di diverso dal semplice legame di sangue.

Kore-eda, come al suo solito, narra la sua storia con una leggerezza avvolgente, annullando distanze geografiche e culturali e immergendoci nel film. A differenza di gran parte del cinema occidentale (e italiano), il regista non cerca il dramma a tutti costi, non sbatte in faccia al pubblico situazioni estreme o vicende atroci. Pur non scansando mai il dramma, Kore-Eda vuole spostare il focus dell’attenzione sul centro empatico della storia più che sulla sua confezione appariscente.

Nonostante i componenti della sua strana famiglia vivano in un evidente degrado, il cineasta ci parla dei loro sentimenti, dell’amore mai scontato che li lega l’uno all’altro. Ed è per questo che il film procede spedito tra pasti calorosi e divertenti bagni condivisi, scherzi e coccole, passeggiate e gite al mare, in un anno vissuto meravigliosamente da questo gruppo di persone felici, una famiglia in cui ogni membro ha scelto l’altro come fratello, genitore, nonno. Non c’è rancore sociale, non c’è commiserazione. Non ci sono lezioni morali, non ci sono trovate narrative da quattro soldi. Kore-eda non ti sorprende mai, le sue storie procedono verso i loro inevitabili finali ma sempre con onestà e coerenza, mettendo quello che è giusto che ci sia, nella misura migliore.

Un affare di famiglia nella sua straordinarietà culturale (un film del genere è stato possibile solo grazie alla sensibilità “oltre” occidentale di un autore orientale) diventa storia di emozioni universali.

Ed è proprio andando oltre il conformismo borghese (quello sì internazionale), il moralismo facile di chi ha sempre la lezione pronta o la freddezza glaciale di uno Stato costretto a fare sempre la cosa “giusta” (il grande ostacolo su cui si schianterà il breve sogno di Osamu e Noboyu), che a noi resta solo quella spietata, magnifica, domanda iniziale, espansa all’infinito: bisogna davvero aver partorito per essere madre, padre, nonna, sorella, fratello?

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Critico cinematografico

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