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Mercoledì, 21 Feb 2024

Libro Thau ID6934Con 90 e spiccioli. Storia di un chirurgo, di Adalberto Thau - Guida editori, pp. 146, € 14.

Recensione di Adriana Spera

Adalberto Thau, illustre medico chirurgo e cattedratico, in questo libro ci racconta non solo la sua vita ma anche novant’anni di storia italiana.

Nato a Roma durante il fascismo, deve paradossalmente il suo successo professionale ad un’educazione familiare e scolastica aperta, antitetica a quella autoritaria corrente al tempo, viceversa: liberale e propensa a promuovere le capacità in nuce del piccolo Adalberto, a stimolare e incoraggiare le sue curiosità. Illuminante in tal senso, l’episodio del padre in preda a un malore che chiede al medico di lasciar fare la puntura al bambino. Un episodio che Thau così commenta: «Guidare la crescita di un figlio concedendogli fiducia credo sia o dovrebbe essere la base pedagogica per raggiungere un’adolescenza consapevole». Un padre il suo che lo trattò sempre come un adulto anche quando comunicò al figlio dodicenne la propria malattia e la morte imminente che, purtroppo, avvenne una decina di giorni dopo.

Certo, come dice l’autore: «La nascita è l’evento che ovviamente ti riguarda totalmente e per tutta la vita: il dove, il quando e il come ti condizioneranno sempre. Infatti, è diverso nascere in una grande città carica di storia e di bellezza, dal nascere in una piccola città o in campagna: si hanno spinte, sollecitazioni diverse». Il nostro, non solo nasce in una grande città, Roma (a quei tempi, nel 1930, la campagna, molto più di oggi, era un altro mondo), ma in una famiglia agiata, di persone colte e con molti intellettuali tra gli amici.

A quel tempo (ma potremmo dire che nulla o quasi è cambiato), le differenze nelle condizioni di vita erano enormi anche all’interno della stessa città. La madre dell’autore insegnava a Val Melaina, estrema periferia nord-ovest di Roma, allora poco più di una baraccopoli; la scuola era un ex casa di tolleranza, che il Comune aveva sequestrato e adattato alla bisogna. Esistevano le classi differenziali, la maestra Thau era specializzata nell’insegnamento a piccoli ebefrenici e svolgeva il suo lavoro con metodi innovativi appresi alla scuola del professor Giuseppe Ferruccio Montesano, marito della più nota Maria Montessori. Tutt’altra atmosfera nella scuola di via Volsino, quartiere Nemorense, frequentata dal piccolo Adalberto, con una maestra attenta e stimolante che egli definisce la «“mamma” del sapere», dalla quale acquisisce un metodo di studio che gli tornerà utile fino alla fine del percorso educativo-formativo.

Un altro grande maestro per Adalberto sarà il professor Valdoni, dal quale apprende quelle tecniche operatorie all’avanguardia per le quali passerà alla storia della medicina.

Illuminanti i passaggi sugli anni del fascismo e la propria ribellione ai tanti soprusi, come quando, dopo la morte del padre, si vedono costretti ad affittare la propria casa. Si dichiara interessato alla locazione un tenente della regia aviazione che prima accetta il canone propostogli e, poi, spalleggiato da un suo collega, vuole dimezzarlo, minacciando, in caso di rifiuto, di far mandare la signora Thau al confino. Solo una lettera di protesta del giovane Adalberto, inviata tramite una conoscente influente, sventò la minaccia. Così pure emerge il clima di intimidazioni in cui si viveva (e a cui i più si arrendevano), dal racconto di un vero e proprio esproprio degli abitanti del palazzo in cui abitavano i nonni. Lo stabile, costruito da una cooperativa costituita da funzionari del Ministero della pubblica istruzione, vide, di fatto, questi espropriati da diversi ministri dell’allora governo fascista. Unico a resistere e a restare nella propria abitazione fu suo nonno.

Quella materna, i Fiore, fu sicuramente una famiglia resistente. Lo zio Giovanni aiutò ebrei ed antifascisti e fece parte del Comitato di Liberazione Nazionale.

Adalberto, iscrittosi a quattordici anni al Partito Socialista, vi restò solo per qualche mese «mi resi conto che questo soffriva di una crisi cronica d’identità e quindi, passai al PCI, non per convinzione culturale o per simpatie sovietiche, ma perché il gruppo senatoriale comunista nel suo insieme, all’indomani della liberazione, assommava ottocento anni di carcere. Questo fatto mi garantiva un antifascismo di cui avevo bisogno per credere e impegnarmi in una democrazia ove fossero garantiti i diritti della classe operaia e dei più poveri». Ma, soprattutto, egli era convinto che solo grazie ai comunisti si sarebbe potuta impedire la ricostituzione del partito fascista,

L’autore ci racconta anche le persecuzioni cui andavano incontro i comunisti nel dopoguerra: dal suo fermo per aver distribuito l’Unità, al dover cambiare scuola per aver tolto lo stemma dei Savoia dalla bandiera italiana durante la commemorazione di un compagno di scuola fucilato alle Fosse Ardeatine dopo essere stato arrestato e torturato a via Tasso dalle SS. Ma il racconto ci fa capire pure come provenire da una classe agiata consentiva di potersi meglio difendere.

La militanza comunista consentì al nostro incontri importanti come quelli con il matematico Mauro Picone, con Nicola Perrotti, psicanalista e primo ministro della sanità, con Giuseppe Di Vittorio.

Al contempo, grazie alla sua attività professionale, egli ha potuto incontrare tanti personaggi, noti e non, e verificarne il reale spessore morale, i comportamenti, le attitudini, le capacità. La generosità del povero e, talvolta, l’avarizia del ricco.

Tra i ricordi positivi spiccano su tutti: Carlo Levi e la moglie al capezzale della governante; l’umanità e l’empatia del grande chirurgo Ronald Belsey; il rigore e la dignità del Professor Paolo Baffi; la saggezza del Rabbino Elio Toaff; la concretezza di Rosy Bindi.

 Lo scrittore-chirurgo ci narra poi il clima difficile, specie per i più poveri, nel dopoguerra e come, pian piano, la destra estrema rialzò la testa grazie alla complicità della DC ed, in particolare, di Andreotti che, per suoi meri calcoli elettorali, strinse un patto con i fascisti ciociari che andarono a consolidare la sua corrente. Il simbolo: l’abbraccio con l’ex gerarca Rodolfo Graziani il 6 maggio 1953.

«Nel corso degli anni successivi (a quel patto, ndr) la riorganizzazione della destra politica ha proceduto strisciando a terra come un serpente a due teste – una con il morso della violenza, l’altra con le “spire” della corruzione morale, sociale ed economica – nell’intento di destabilizzare la democrazia. Nacquero così gruppi armati che esasperarono le ideologie politiche, fino ad arrivare alla creazione di gruppi armati».

Evento scatenante Piazza Fontana, da cui scaturì quella “reazione a catena” che portò alla nascita delle Brigate Rosse e, infine, con l’uccisione di Aldo Moro, che stroncò una speranza di cambiamento per il paese. L’autore non manca di sottolineare il ruolo negativo dell’America né la deriva che ne seguì per l’Italia, fino a giungere alle stragi di Mafia ed alla conseguente trattativa Stato-Mafia che vide protagonisti nel ruolo di mediatori coloro i quali piuttosto avrebbero dovuto combattere quel cancro.

Thau sottolinea, inoltre, il crescente declino morale del paese in tutti i suoi gangli, dalle aule della politica a quelle dell’Università e persino nelle corsie ospedaliere. Altro che il merito tanto predicato, unici requisiti sono la clientela, l’appartenenza a una famiglia, a una classe sociale e via degradando, ma il nostro autore è troppo garbato per esplicitare il suo pensiero così brutalmente. Egli si limita a narrare episodi della propria vita che denotano tale stato di cose.

Chi scrive è come se avesse letto questo libro con un quarto di secolo d’anticipo. Quando - condividendo con Adalberto Thau l’esperienza di consiglieri comunali a Roma - ci capitava di incontrare tanti personaggi non proprio esaltanti, paradigmatici di un’epoca di generale declino morale e materiale; quegli incontri erano occasioni, per il nostro autore, per rievocare episodi della propria vita, per riflettere sulla strada sbagliata, lastricata di ingiustizie, clientele e sprechi, intrapresa dal nostro paese.

Ma le nostre riflessioni erano volte anche a quanto fossero in declino i valori umani, a come molti non sapessero più amare, cose impensabili per un uomo che, a distanza di vent’anni dalla morte della propria moglie Rossana, ne era ancora innamorato.

Adriana Spera
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