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Lunedì, 26 Feb 2024

Nonostante febbraio. Morire di lavoro di Alessandro Bernardini – Red Star Press editore – giugno 2023, pp. 184 – euro 16.

 Recensione di Adriana Spera

Nonostante febbraio di Alessandro Bernardini è un meta libro, ispirato a una storia vera, una morte sul lavoro o, meglio, un omicidio sul lavoro, come ce ne sono tante e che possono riguardare sia, come in questo caso, un immigrato, quanto un italiano. Perché precariato e sfruttamento sono ormai le colonne portanti di un sistema capitalistico malato, affetto da un’insana e suicida concorrenza tra imprenditori e tra lavoratori.

E dire che, «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», come recita l’art. 1 della nostra Costituzione, e che «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (art. 35), visto che mediamente ogni anno ci sono 1.209,49 incidenti sul lavoro ogni 100.000 occupati, di cui 2,66 sono quelli mortali, pari a una media di oltre 3,5 morti al giorno.

La maglia nera va alla ricca Valle d’Aosta con 9,29 incidenti mortali ogni 100mila occupati, seguita dalla provincia autonoma di Bolzano (4,33) e dall’Umbria (4,11). E ci dobbiamo “accontentare”, perché, nel decennio 1996-2005, l’Italia, con 1400 morti sul lavoro l’anno, occupava il primo posto in Europa.

Comunque, dal dopoguerra ad oggi i morti sul lavoro – quelli che ci ricorda Bernardini fino a qualche anno fa erano chiamati omicidi sul lavoro e oggi quasi assimilati alle morti bianche – hanno superato le 80mila unità, in pratica, è come se dal territorio nazionale fosse sparita una città media.

Si badi bene che il fenomeno degli incidenti sul lavoro è sottostimato, perché non tutti denunciano (e poi c’è la piaga del lavoro nero che sfugge ad ogni rilevazione) né vi sono incentivi a farlo e gli ispettori del lavoro sono quasi una specie in via di estinzione, che non si vuol rinnovare coprendo i vuoti di organico.

Né va meglio in Europa dove nel 2021 ogni 100mila occupati sono stati 1.516,43 gli infortuni non fatali per un totale di 2,88 milioni di incidenti. Di questi, 3.347 fatali (1,76 ogni 100mila occupati). Sono comunque dati che variano molto tra i paesi europei, il dato peggiore per i morti sul lavoro va alla Lettonia, con 4,29 decessi ogni 100mila lavoratori, seguita da Lituania (3,75) e Malta (3,34). Le nazioni più “virtuose” risultano essere Finlandia (0,75), Grecia (0,58) e Paesi Bassi (0,33). (Fonte Dati: Openpolis)

Tornando a casa nostra, queste storie sono sempre più numerose, né potrebbe essere diversamente in un paese in cui il lavoro nero, pur essendo così diffuso, non ha neppure rilevazioni ufficiali puntuali: gli ultimi dati Istat, comunicati il 13 ottobre scorso, riguardano il 2021 e ci parlano di oltre 2 milioni 990mila lavoratori “invisibili”, per un valore economico di 192 miliardi di euro, pari al 10,5% del Pil. Per Confartigianato, invece, sarebbero 3,2 milioni i lavoratori irregolari, per un valore di 202,9 miliardi, l'11,3% del Pil e il 12,6% del valore aggiunto.

Stando all’ottimistica Relazione sull’economia non osservata, presentata a maggio dal Mef, l’evasione contributiva ammonterebbe a soli 10,8 mld.

D’altronde, in un paese dove la grande informazione non è più indipendente (salvo qualche rara eccezione) ma nelle mani di imprenditori che, nonostante siano in perdita, detengono giornali esclusivamente per tutelare i propri interessi, in particolare, nel mondo delle costruzioni o della sanità. Giornali che sono anch’essi luoghi di sfruttamento e di precariato per chi vi è impiegato.

Nonostante febbraio - con una scrittura efficace e densa di riflessioni profonde sul contemporaneo - ci narra la drammatica storia della morte sul lavoro di un lavoratore edile in nero e, più in generale, quelle che sono le condizioni del lavoro in Italia, a partire dal mondo dell’informazione. Una situazione che ben riassume il mentore del protagonista, il professor Bianciardi che dice «Oggi la coscienza di classe dovrebbe costruirsi nel precariato che però non ha la forza di costituirsi parte civile in questo processo».

Protagonista del libro è Ernesto Mangiafuoco, un giornalista mobbizzato e precario - come la gran parte degli operatori dell’informazione: iperesposti a licenziamento se non “allineati” alla linea editoriale - e sottoimpiegato in un giornaletto di bassa qualità, Tempo moderno, dove da tre anni si occupa di cronaca bianca, ovvero «inaugurazioni di uffici pubblici, complessi residenziali e centri commerciali, notizie che interessavano solo le amministrazioni comunali e gli investitori». Succube del solito direttore padre-padrone, Vincenzo Bonomo.

La visione di giornalismo di Bonomo è ampiamente illustrata in un suo colloquio con Ernesto «Mangiafuoco, non basta saper scrivere bene... Tu vuoi fare il redentore, sei giornalisticamente pericoloso... Il tuo problema è che ci credi davvero a questa storia del giornalismo come cane da guardia del potere, ed è qui che ti sbagli.. - il giornalismo per il direttore-dittatore, è un cane che - …di certo un collare ce l’ha, e pure bello grosso». Come dire che non è affatto libero.

Dal canto suo, il nostro protagonista fa una riflessione sull’informazione «Nell’era digitale, la nausea di notizie invalidava le notizie stesse, più si scriveva e più ci si allontanava dalla descrizione dei fatti. Più si leggeva e meno si capiva che cosa era successo – più precisamente, i social network stanno – staccando la spina al già moribondo pianeta giornalismo. Un’eutanasia veloce e rumorosa».

E allora per Ernesto non c’è spazio nella nera, dovesse mai fare un’inchiesta seria! Questo è la gran parte del giornalismo oggi, tutto meno che inchiesta. D’altronde, il suo mentore, il professor Bianciardi, glielo ripete sempre «La letteratura è l’unico strumento di denuncia rimasto».

Peraltro, la ricerca della verità non sembra interessare neppure chi dovrebbe indagare, il maresciallo Capponi che dice a Ernesto «la verità…è subordinata alla legge. Sta alla legge il compito di interpretare i fatti. È la legge che tutela il diritto, non la verità. È la legge che ordina i rapporti umani ed è codificata per regolare la classifica di ciò che è ammesso e ciò che non è ammesso. Le dicono niente Ustica, il treno Italicus, Piazza Fontana, la strage di Bologna?».

Ma come dice il nostro protagonista «Una Legge che subordina la verità e quindi la giustizia, può essere solo espressione di un potere dispotico». È ciò cui stiamo assistendo attoniti in questi anni di continue riforme della giustizia, volte a negare verità e giustizia specie ai più deboli. A costruire una giustizia sempre meno uguale per tutti.

La storia parte dal ritrovamento lungo le sponde del fiume Aniene del cadavere di un operaio rumeno, Mircea Ionesco, dalle ferite che presenta non sembra morto a seguito di una rissa ma, piuttosto, a causa di un colpo di pala inferto alla nuca. La moglie, che lo sta cercando da tre giorni, dice che il marito è un brav’uomo e che da un anno lavorava in nero in un cantiere edile nel sorgente quartiere di Ponte di Nona e che, ultimamente, stava lottando per essere messo in regola. Gli inquirenti, forse condizionati dalla nazionalità della vittima, ritengono invece che egli fosse implicato in qualche losco giro e che per questo sia stato assassinato.

I soliti pregiudizi nei confronti degli immigrati: tutti delinquenti e violenti!

Sullo sfondo, Roma e quel sacco, quelle mani sulla città che si perpetuano da decenni e che a causa della speculazione selvaggia, assecondata dalla politica, hanno prodotto una non città ma «strade attaccate agli zoccoli di bestiame che le attraversavano con lentezza, campi coltivati, canne di bambù e reti arrugginite, rotatorie ossessive, segnaletiche chiassose, indicazioni confuse, erba incolta, fiori mostruosi e poi ancora strade; sature di automobili che scappavano via, incolonnate in una corsia sola, incapace di sostenere il flusso del traffico, strade bucate da un temporale, frettolosamente rattoppate, granulose, pronte a lacerarsi di nuovo alla prima pioggia consistente».

Uno scenario, tristemente noto ai romani, tanto desolante che il nostro protagonista si chiede «se fosse quella la nuova eternità di Roma. La sospensione tra una modernità timida, incapace di vecchiaia decrepita e svagata…Lì la gente non aveva molti motivi per fermarsi». Ciò che appare ormai a molti di noi: una città morta, assassinata dalla speculazione e da una classe politica che l’ha favorita.

E poi il caporalato su cui si regge questa espansione sgangherata, lo sfruttamento selvaggio dei migranti, i nuovi schiavi che, rischiando la vita, stanno costruendo questa brutta Roma del terzo millennio. Caporalato che molte imprese di costruzione fanno finta di non conoscere, pur servendosene per aumentare i profitti, e le istituzioni fanno finta di non vedere, non inviando controlli.

Infine, il libro di Bernardini è una riflessione sullo stato di salute della sinistra, di una certa sinistra, di quella intellighenzia che una volta ne era il cervello, che immaginava e progettava il futuro, mentre, oggi, ha lo sguardo esclusivamente volto con rimpianto al passato e disserta a vuoto sul presente perché non lo vive.

Come scrive beffardamente il maresciallo Capponi, «Io non li sento i canti dei partigiani per le strade, e lei?».

Adriana Spera
direttrice@ilfoglietto

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