29. 05. 2020 Ultimo Aggiornamento 29. 05. 2020

Luis Sepúlveda, la scomparsa di un grande combattente

Categoria: Il Foglietto

Una vita intensa quella di Luis Sepúlveda - morto oggi di Covid-19 dopo aver lottato per cinquanta giorni - ma per noi, suoi appassionati lettori, troppo breve. E la sua è stata, eccome, una vita intensa, un’esistenza di lotte all’avanguardia: tra i primi ambientalisti (fino ad imbarcarsi per cinque anni sulle navi di Greenpeace) a difendere le popolazioni indigene, così come, in anticipo sui tempi, intuì quali disastri sociali ed ambientali avrebbero prodotto liberismo e consumismo.

Quante volte aveva espresso preoccupazione per le nostre economie che continuano a tagliare diritti e servizi, ad anteporre i profitti a tutto. Quasi una premonizione nei racconti: Un modesto decalogo per capire il Grande Ricatto, lucida analisi sulla finanziarizzazione dell’economia, e Asturie: viva i minatori! sulla svalutazione del lavoro.

Chissà, se senza gli innumerevoli tagli alla sanità pubblica in Europa, avremmo subito tante perdite di vite umane per un virus, come sta accadendo.

Una vita avventurosa, quella di Lucho, come era soprannominato, in fuga fin dalla nascita. Sarà per questo che è sempre stato dalla parte degli oppressi, degli ultimi, di quelli considerati dei banditi dai padroni. Nato con un mandato di cattura pendente in capo al padre, José Sepúlveda, cuoco e comunista, che la famiglia di Irma, la madre di Luis, aveva denunciato per «rapimento di minorenne e sequestro di persona». Egli nacque a Ovalle, cittadina a Nord del Cile, in una modesta camera d’albergo.

Cresciuto sotto l’influenza del nonno Gerardo, un anarchico andaluso rifugiatosi in Cile per sfuggire ad una condanna a morte, e di uno zio, che lo introdussero all’amore per i romanzi d’avventura e a una visione libertaria del mondo. Passione per la letteratura coniugata a una visione anticonvenzionale che seppe esprimere già quattordicenne al liceo. "Era il '63. Ci innamorammo tutti della nuova professoressa di storia. La signora Camacho, una pioniera della minigonna. Un compagno di classe mi chiese di scrivere una storia su di lei”. Quindici-diciotto pagine che finirono nelle mani del preside che le bollò come pornografia. Lo scrittore provò a ribattere: "Letteratura erotica". "Pornografia - tagliò corto il preside - ma scritta molto bene".

Iscritto alla gioventù comunista già a 15 anni, a diciassette iniziò a lavorare come redattore del quotidiano Clarín e poi alla radio. Tre anni dopo vinse il primo premio per il racconto Cronicas de Pedro Nadie, e una borsa di studio di cinque anni per l’Università Lomonosov di Mosca, dalla quale però nel giro di pochi mesi venne espulso per aver avuto contatti con alcuni dissidenti.

Al ritorno in Cile, cacciato anche dalla Gioventù comunista, partì per la Bolivia dove aderì all’Esercito di Liberazione Nazionale. Tornato in Cile, oltre ad essere responsabile di una cooperativa agricola, conseguì il diploma di regista teatrale e continuò a scrivere racconti.

Intanto, continuava il suo impegno politico, aderì al Partito Socialista negli anni dell’elezione di Salvador Allende, facendo anche parte Grupo de Amigos Personales (GAP), la guardia personale del presidente. A seguito del colpo di stato del generale Pinochet, venne arrestato e rilasciato dopo sette mesi grazie all’intervento di Amnesty International; scarcerato, venne riarrestato perché continuava a svolgere una intensa attività politica. Condannato all’ergastolo, sempre su pressione di Amnesty International, la pena venne commutata in otto anni d'esilio.

Dopo una lunga peregrinazione attraverso i paesi dell’America latina, in treno o su veicoli di fortuna, incontrando ovunque dittature militari o regimi forti (che ricorda nel suo La frontiera scomparsa), approdò in Ecuador, dove riprese a far teatro ed ebbe modo di unirsi a una spedizione dell’Unesco presso gli indios Shuar. Questa fu un’esperienza illuminante per capire l’impatto negativo del moderno capitalismo sulla vita delle popolazioni indigene e sull’ambiente.

Nel 1978, si unì alle Brigate Internazionali Simon Bolivar in Nicaragua e dopo la vittoria nella rivoluzione iniziò a lavorare come giornalista. L'anno successivo, da Panama partì per la Germania da dove poi si trasferì in Francia. Solo nel 1989 poté ritornare in Cile, ma dal 1996 viveva in Spagna, a Gijon, scelta perché «è una città proletaria di minatori e di cantieri navali, con uno spirito resistente fortissimo».

Una vita intensa che ha attraversato con la sua compagna, la poetessa Carmen Yáñez, sposata due volte.

Una esistenza ricca di esperienze profonde che riporta nei suoi libri: dalle storie sulla cultura degli indios in pericolo de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, che lo rese celebre nel 1993, alle battaglie con Greenpeace ne Il mondo alla fine del mondo.

Una letteratura, quella di Sepúlveda, che spazia in più generi: dal noir di Un nome da torero, Diario di un killer sentimentale, Jacarè, al il poliziesco, ispirato a vecchie vicende personali, L'ombra di quel che eravamo, storia di assalti alle banche come azioni rivoluzionarie compiute da un gruppo di amici.

Vi sono, poi i resoconti di viaggi come Patagonia express, Appunti dal sud del mondo e Ultime notizie dal sud. Non mancano le storie d’amore come Incontro d’amore in un paese in guerra e i racconti autobiografici di Ingredienti per una vita di formidabili passioni.

E, per finire, le meravigliose favole che hanno appassionato bambini e adulti: Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (che racconta la bellezza e l’impegno di accompagnare qualcuno nella crescita, per spingerlo a spiccare il volo), Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (dove un felino diventato cieco ritrova i suoi occhi e la gioia dell’avventura grazie all’amicizia con un topo, inizialmente molto impaurito), Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà (per ricordare ai lettori l’importanza dell’amicizia, della fedeltà e della difesa dell’ambiente, senza dimenticare le comunità indigene della Patagonia e le loro tradizioni), Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa (che narra la crudeltà delle navi baleniere. il mito del grande capodoglio color della neve che ha il compito antico e misterioso di proteggere il mare).

"Delle mie favole sono sempre protagonisti gli animali e questo, come accadeva in quelle antiche – egli diceva – ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio".

Ma sempre v’è un richiamo alla propria vicenda umana, in prima linea contro le ingiustizie. Il tema dei regimi totalitari emerge qui e là come ne Le rose di Atacama; Il generale e il giudice, che narra la vicenda del processo intentato a Pinochet dal giudice spagnolo Baltasar Garzón, che colpì profondamente Sepúlveda, e quando l’Inghilterra negò l’estradizione dell’ex dittatore in ragione di sue presunte precarie condizioni di salute, egli scrisse: “E' la vittoria dell’infamia. Che la memoria di chi fu eliminato dalla dittatura non sia cancellata!”. Molte vittime, diceva, non hanno avuto nemmeno una tomba. Per questo aggiunse il nome del premier britannico Tony Blair alla Enciclopedia dell’infamia. Lucho sperava che nel suo paese finalmente potesse cambiare la Costituzione, che è ancora oggi quella redatta da Pinochet.

Nelle sue opere non mancano neppure gli echi dell’amore di tutta la vita, la poetessa Carmen Yáñez, come ne La lampada di Aladino nella quale due giovani condividono le lotte del movimento studentesco e si ritrovano dopo gli anni della dittatura cilena e dell'espatrio. Come Veronica, la protagonista di Un nome da torero, una donna torturata dai militari e ritrovata viva, ma in condizioni psicologiche e fisiche terribili, in una discarica di rifiuti a Santiago. Un chiaro rimando alla sua Carmen, che fu tenuta prigioniera nella famigerata Villa Grimaldi, dove numerose furono le vittime del regime di Pinochet. Chissà, forse sentiva l’approssimarsi della morte il 2 marzo scorso quando nel suo blog su Le monde diplomatique del Cile ha pubblicato un articolo bellissimo intitolato Las mujeres de mi generación, dedicato alle donne della sua vita.

Insomma, in lui letteratura e lotta politica sono state sempre unite, “per dar voce a chi non ha voce”, perciò tutto è scritto con semplicità, con una lingua accessibile a tutti, che aiuta anche a preservare la memoria.

Una filosofia, la sua, che si potrebbe riassumere in un passaggio de Le rose di Atacama: “O se ye de los otros o se ye de los nuestros, o sei degli altri o sei dei nostri. E chi sono i nostri? Quelli che sono stati fottuti, quelli che vengono sconfitti senza che nessuno gli abbia chiesto se volevano perdere. E quelli che danno il meglio di se stessi senza aspettarsi ricompense o riconoscimenti”.

Come era solito dire: “La vita si misura dall’intensità con cui si vive”.

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