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Mercoledì, 29 Mag 2024

In groppa alla docile mula “Bellina”, sulla “vardedda” zio Pasqualino, due “panari” di uova della masseria "Bosco delle Rose" di Lavello in ciascun lato della bisaccia, goccioline di pioggia ad accompagnare la sera che cominciava a calare. Quasi persi.

Le lucciole, ormai scomparse ma tantissime ad affascinare e rendere magiche le sere della mia gioventù, riuscivano a illuminare solo qualche metro di strada fra la macchia. Poi, se pure dal basso di valle cupa, di nome e di fatto, i bagliori delle luci di Venosa a rincuorarci. Giunti in cima, ai due lati della strada i tremolanti lumini del cimitero, il circo romano, l’Incompiuta (chiesa nuova) la cui antistante “chiesa antica” è custodita da due leoni in pietra, il parco archeologico, l’adiacente chiesa del Patrono San Rocco.

Illuminati timidamente dalle luci del paese, fecero intravedere ai miei occhi di adolescente aspetti della Venosa che solo più tardi avrei meglio conosciuti e ancor più apprezzati.

La sua storia, già notevole, si fece importante e segnò il destino di un vasto territorio quando divenne colonia romana, patria di Quinto Orazio Flacco, poeta del “Carpe diem”.

Subito dopo un breve tratto di strada, con ai lati casette costruite dopo il terremoto del ’30, sulla destra la Fontana di San Marco con il suo leone e sulla sinistra la casa di Orazio, l’arrivo a casa Picece.

Di fianco, nella piazza, la rinascimentale Concattedrale di Sant’Andrea Apostolo. Di fronte,l’antica e famosa pasticceria alla quale erano destinate le uova fresche che mio nonno Vitantonio e tutti noi bambini avevamo raccolte e che mia madre Antonietta aveva ben sistemate con la paglia. Zia Irene, moglie di Pasqualino e sorella di mio padre, suo suocero Angelo Maria, insieme con tuttala famiglia, ci aspettavano ansiosi. Dalla sera delle lucciole ho visto Venosa sempre con occhi diversi.

Ci ho lavorato per qualche tempo, ci sono stato altre volte per motivi diversi, talvolta come accompagnatore di amici e parenti. Mi piaceva e mi piace cominciare la passeggiata dalla Cattedrale, per proseguire verso lo stretto corso principale senza fretta.

Ammirando, oltre a palazzi e cortiletti nell’interno a sinistra e a destra, la fontana di Messer Oto custodita dal Leone, che è di casa a Venosa, di fronte due figure in pietra di notabili romani. E lo storico Palazzo del Baliaggio con la sua lunga, antica storia. Proseguendo, botteghe di artigianato, motti oraziani su targhe murali lungo la via. Orazio, a seguire, si ruba la scena con la sua statua in un’ampia luminosa piazza.

 Ancora un po’ e il regista inaspettatamente mi tuffa in un ricco ampio scenario con a sinistra la baroccheggiante Chiesa di San Filippo Neri e di fronte il Castello Aragonese, oggi Museo archeologico, difeso da torri e ampio fossato. A destra, palazzi padronali con porticati e bar vecchio stile mi accompagnano alla lunga Fonte Angioina, aperta e chiusa da due leoni in pietra come tutta l’opera. Poco fuori dell’abitato, le catacombe ebraiche, il villaggio abbandonato di Sanzanello, con la chiesetta e le masserie rupestri.

Immerso nei vigneti di Notarchirico, l’imperdibile parco paleolitico. Non lo dimenticheranno mai i miei nipoti piemontesi, quel parco e la testa di mammut lì custodita. Né loro né i loro compagni di scuola ai quali avevano raccontato della scoperta.

Venosa, Città capoluogo dell’Ager venusinus, splendido territorio ricco di tracce del passato, a partire dai resti disseminati di sontuose ville-fattorie romane, attraversata dalla via Appia antica che da Roma mena a Brindisi. Per ivi terminare con una splendida colonna dalle travagliate vicissitudini che dall’alto di una scalinata si affaccia sul bellissimo porto.

Venosa terra di ceramiche e di pregiati vini conosciuti in tutta Italia, come quelli di tutto il Vulture Alto Bradano. Un biondo di Venosa, in damigiana sotto al tavolo imbandito, durante un festino di carnevale a casa mia molti decenni or sono, avevo meno di dieci anni, mi adescò, travestito da dolce spumeggiante aranciata.

Un mio cugino più grande, per caso passando da lì, mi bloccò in cima alle scale, un attimo prima che, estasiato, pronunciassi il tre per lanciarmi. Le brocche di quella che pensavo fosse aranciata erano tante…

Fidati, lettore, respira Venosa, rifornisciti dei suoi prodotti, prima di lasciarla. E non fidarti della sua aranciata, mentre sei in viaggio.

Vitantonio Iacoviello
Consigliere Nazionale Italia Nostra
Presidente Sezione Vulture Alto Bradano
facebook.com/vitantonio.iacoviello/
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Il testo dell'articolo è apparso sul Quotidiano del Sud del 24 gennaio 2024

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